Un nemico del popolo al Teatro Argentina di Roma
Massimo Popolizio sul set de Il divo (2008)

Prodotto dal Teatro di Roma-Teatro Nazionale, premiato con un doppio Ubu, come migliore spettacolo dell’anno e come migliore attrice a Maria Paiato, Un nemico del popolo di Henrik Ibsen è spettacolo di forte presa comunicativa specie per i drammatici riflessi sui nostri tempi.

Storia di corruzione, di bugie, di potere, sempre in bilico fra  tragi-commedia e satira morale, trasmette contenuti ed emozioni in maniera potente, senza che mai si abbassi il livello di attenzione, di entusiasmo  e di coinvolgimento del pubblico.  

Era il 1882 e il grande  norvegese stava già scrivendo la  nostra storia, quella di oggi,  drammaticamente  contemporanea. Lo spettacolo racconta con spietata lungimiranza il pericolo che ogni società democratica  corre quando chi la guida è corrotto e la minoranza  è schiacciata da una maggioranza  che mira solo  al proprio tornaconto.

Il testo  che Massimo  Popolizio porta  sulla scena del Teatro di Roma e  nei prossimi  mesi  in tournée nei maggiori teatri italiani,  è in  sintesi la storia  di un uomo   onesto, il  dottor Stockmann,  messo alla prova attraverso una serie di  sotterfugi che lo incastrano al di là della propria volontà. 

Thomas Stockmann si illude che la verità conquisti l’appoggio degli abitanti della sua cittadina, dove le acque delle Terme sono l’unica fonte di  ricchezza, una volta scoperto l’inquinamento delle acque,  bisogna  modernizzare  l’impianto e mentre rappresentanti della cittadinanza e giornali sono  d’accordo nel rivelare il pericolo delle infezioni, tutti si tirano indietro  quando apprendono che dovranno pagare di tasca propria le nuove strutture  e che le Terme rimarrebbero inattive per almeno tre anni. La  volontà di denuncia del medico  si scontra con il patto d’acciaio tra il potere costituito  rappresentato dal sindaco Peter Stockmann, fratello del dottore, la stampa e la maggioranza, quella opinione pubblica che veicola le proprie decisioni in base all’interesse personale. Riuscirà  Stockmann l’idealista a imporre la propria etica su una comunità corrotta ?

Lo spettacolo si fa modernissimo quando  viene immaginato  un vero e proprio comizio dove la maggioranza, nella sua  proterva cattiva coscienza ,  finisce per seguire l’ invito del Sindaco a non credere alle ricerche scientifiche che il Dottore avrebbe voluto esibire per amore di verità. Il drammaturgo non si ferma  nel mostrare la malvagità umana e i possibili imprevisti coinvolgimenti : Stockmann,  solitario combattente  contro tutto un contesto di corruzione,  si sente profondamente umiliato dalla rivelazione che il padre adottivo di sua moglie ha comprato tutte le azioni delle Terme a prezzi stracciati  in attesa che  si alzino a pericolo passato, ma sarà lui a essere accusato di aver montato tutto il  pandemonio dell’infezione per lucrare poi con gli acquisti delle azioni. Il finale dello  spettacolo non  ha niente di  consolatorio:  Stockmann  se ne va da  solo mentre crollano  le pareti della sua casa assaltata dal cieco furore del popolo.

Affianca Massimo Popolizio, qui nella doppia veste di principale   interprete e regista, un cast  molto valido ed affiatato, a partire da Maria Paiato in vesti maschili, straordinariamente incisiva nel ruolo del sindaco, Tommaso Cardarelli (Billing), Francesca Ciocchetti e Maria Laila Fernandez, rispettivamente moglie e figlia del Dottor Stockmann,  Francesco Bolo Rossini  nella parte del  suocero Morten Kiil,  Paolo Musio (Hovstad), Michele Nani (Aslacksen), Dario Battaglia, Cosimo Frascella, Alessandro Minati, Duilio Pacielli, Gabriele Zecchiaroli, mentre  a Martin Ilunga Chisimba sono affidati i siparietti di stacco tra una scena e l’altra, è la voce narrante delle minoranze; lui, nero  e ubriaco, è  l’unico autorizzato a raccontare la verità fra  intermezzi musicali tinti di blues, folk e country. 

La scelta della messinscena trasporta il luogo dell’azione dalla Norvegia di fine ‘800 a un non meglio precisato luogo degli USA anni 20. La scenografia di Marco Rossi è un padiglione trasparente che diviene di volta in volta la casa del dottor Stockmann, la redazione del giornale “La voce del popolo”  e il luogo della pubblica assemblea. I costumi, di Gianluca Sbicca, sono  sobri ed essenziali, giacca e bombetta per gli uomini, gonne lunghe e nere per le donne.  Sembra sia stato  nella  Basilica di San Pietro che Ibsen  avrebbe avuto la rivelazione della sua missione nel mondo, fustigare i suoi contemporanei,  gli spiriti limitati, difendere un individualismo  esasperato. Fustigherà le tare dei  padri ne Gli spettri, 1881, tesserà l’elogio dei diritti dell’individuo contro la maggioranza  in Un nemico del popolo, 1882, attualissimo atto d’accusa  contro l’inquinamento  fisico e morale  come anche verso la corruzione del sistema.

Il teatro di Ibsen è stato definito di volta in volta naturalista, simbolista, anarchico, la sua opera, basata su realtà vissute, propugna  teorie  audaci,  calate in personaggi di  intensa verità. La norma della sua  arte  è il rigore,  per Ibsen  il mondo intero  ha un intenso bisogno di assoluto, è alla ricerca di una fede, di una vocazione. Contrastano i suoi ideali  cavalieri della fede la maggioranza silenziosa, i mediocri,  gli spiriti corrotti,  deboli , limitati.  Con una simile rigidità morale  in virtù della quale occorre vivere sempre in alto, i  suoi personaggi  corrono inevitabilmente  verso la  rovina  o evolvono  nelle  zone oscure  di pertinenza della psicanalisi ( Casa di bambola, Edda Gabler..).

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