Caro signor Casale, 
leggo con interesse la sua rubrica settimanale su L’Italo Americano. Anch’io sono appassionata di parole. 
Vivo in California da tanti anni, ma la lingua italiana non si dimentica (parlo, leggo, scrivo e faccio regolarmente parole crociate come su la Settimana Enigmistica, Domenica Quiz, Quiz Mese, ecc.) ma mi dolgo delle inconsistenze nella nostra bella lingua. 
Mi lamento delle incongruità della lingua inglese (ad esempio: i numerosi modi di pronunciare “ough”), ma quelle dell’italiano continuano a ossessionarmi. 
Nella sua rubrica lei ha affrontato il pronome “gli”, che apparentemente è diventato pronome universale per maschile, femminile, singolare e plurale. Io mi ribello! Questa non è la grammatica che io ho imparato a scuola. Mi rifiuto di continuare a smontare la mia lingua: per “ad essa”, accettabile o no, continuerò a usare “le” e non “gli” (ricordar-le, non ricordar-gli).
Anzi, continuerò, come si diceva giustamente per il plurale “ad essi”, “ad esse”, il pronome “loro” (dare “loro”). Lei ha scritto di “loro”, recentemente, ma al sostantivo. 
E più incongrua di questa è difficile trovare: il gerundio la cui desinenza è are, è ando; per quelli la cui desinenza è ere, è endo. E allora, perché il gerundio dei verbi con desinenza ire non è indo ma endo?
Recentemente, me ne è stata buttata in faccia un’altra. In una email a mia nipote a Roma, le dicevo di un recente terremoto che registrava 5.4 gradi di magnitudine sulla scala Richter. Lei si è affrettata a correggermi. Non si dice magnitudine, si dice magnitudo. Incredibile! Se si dice latitudine, longitudine, altitudine e persino pulcritudine, perché non c’è la traduzione da magnitudo a magnitudine?
Persino in inglese c’è la consistenza di dire magnitude (mag-ni-tud), come altitude, ecc. e persino pulchritude!
Ce ne sono altre che mi danno fastidio ma non la voglio disturbare oltre. Continui a scrivere Questione di parole. E grazie. 
Anna Bondì (Ann Signett)
 
Gentilissima Signora Anna,
grazie della lettera e delle belle parole. Lei fa bene a non lasciarsi suggestionare dalle cose che dico. E a non cambiare il suo comportamento linguistico. Farei lo stesso anch’io. Anzi le confermo che già lo faccio nei confronti di chi vorrebbe farmi modificare il modo di parlare o di scrivere.
 
La lingua è un qualche cosa di profondo che ci caratterizza: qualcuno ha detto che essa è il Dna attraverso cui sarebbe possibile ricostruire tutta la nostra storia personale.
 
Nello stesso tempo essa è, più semplicisticamente, anche lo strumento per comunicare. E lei sa che  si comunica meglio, in maniera univoca e inequivocabile, se i segni del codice usato, per quanto convenzionali, sono uniformemente riconoscibili: cioè se sono gli stessi per tutti. 
 
Questo tipo di lingua uniforme e diffusa, i tecnici la chiamano “standard”. Perciò, quando parliamo, più siamo vicini allo standard, maggiori sono le garanzie di capire e di farci capire nell’area dei parlanti a cui ci riferiamo.
 
Se poi mi accorgo che sto usando un segno che non è dello standard, cioè che è diverso dal segno che usa la maggior parte dei parlanti della mia area comunicativa, non potendo pretendere che siano tutti gli altri a modificare il loro, mi adatto, mi rassegno a modificare il mio. Ma non per moda o per piaggeria, semplicemente per necessità. 
 
Lei mi dirà: ma come succede che un segno che ha funzionato per tanti anni, e che forse ancora continua a funzionare, alla distanza si trasformi? Francamente non saprei risponderle se dovessi attingere soltanto ai miei convincimenti personali, perciò – nella risposta che pure sono costretto a darle – devo rifarmi al principio generale, universalmente riconosciuto, secondo il quale la lingua, essendo viva, si evolve: cioè si trasforma nel tempo e nello spazio. Il come e il perché ciò accada, li lasciamo agli studiosi.
 
Intanto ne prendiamo atto.
Un corretto approccio ai problemi di lingua deve partire da questi assiomi, tralasciando per ora le questioni psico-pedagogiche dell’apprendimento: 
1) la lingua la fanno i parlanti attraverso la normale pratica della comunicazione orale;
2) le grammatiche e i dizionari la descrivono nello stato di fatto in cui essa si trova (come se la fotografassero);
 
3) come notiamo alcune differenze quando confrontiamo due foto della stessa realtà, fatte in due momenti diversi; così con la lingua. Se prendiamo due pagine di scrittura di epoche diverse, o due dizionari oppure due grammatiche, anche per la lingua noteremo che ci sono differenze nella fonetica, nella morfologia, nella semantica, nella stilistica, nella stessa organizzazione del discorso.
 Con la fondata speranza di non tediarla con questi discorsi astratti e forse un po’ massimalisti, la saluto cordialmente. Confidando, nella sua fedeltà alla rubrica, che ha come unico scopo quello di porre problemi (e rendere così sempre più trasparente la lingua che utilizziamo).
 
QUESTIONE DI GRAMMATICA – Voglio però prendere spunto dalla lettera della signora Anna ed esaminare in maniera puntuale le questioni da lei indicate, intorno alle quali sembrerebbero esserci “inconsistenze” o “incongruenze”. E rivolgermi alla generalità dei lettori.
Per non dovermi ripetere tralascio le questioni che hanno fatto oggetto degli articoli già pubblicati.
 
Tuttavia, prima di esaminare le altre situazioni sollevate dalla gentile lettrice, vorrei semplicemente ricordare – questo sì, non mi stancherò di ripeterlo – che la “grammatica”, alla quale la signora di riferisce, cioè “quella che ho imparato a scuola”, non è un codice morale, bensì la descrizione, la sistemazione teorica delle “regole” di comportamento che i parlanti di una determinata lingua applicano nella pratica della loro comunicazione mediante le parole. 
 
La grammatica, quindi, è “estratta” dagli atti linguistici: essa “sta” nella lingua – è vero! – ma, prima ancora, sta nella testa dei parlanti (se non proprio in forma di regole, almeno come capacità di far funzionare la lingua in maniera di sentirsi integrati nel gruppo sociale: ciò che si chiama competenza). 
 
Non vorrei dire una sciocchezza, ma questa teorizzazione è di autori americani. Ne è prova il fatto che i bambini a tre anni parlano, e parlano in maniera completa e  bene, senza studiare la grammatica. Se hanno la fortuna di esprimersi in un contesto di ottimo standard (il modello dell’area dei parlanti) possiederanno una lingua “corretta”, come si dice con un’espressione che a me non piace. Preferisco dire: “possiedono una lingua in cui competenza (usare la morfologia e la sintassi) e pertinenza (saper scegliere le parole appropriate) siano al massimo grado nei “testi” linguistici da essi prodotti”. Diversamente avranno una lingua deprivata: uno standard limitato, conseguenza di un modello scadente. 
Successivamente a fare giustizia, ad offrire migliori possibilità, ci penserà la scuola, poi la letteratura, poi la frequentazione di ambienti specializzati (i modelli) come teatro, conferenze,  vita associata, ecc.
 
LE-GLI-LORO – Detto questo, passo ad esaminare le singole questioni.
A proposito di gli e le, io mi regolo così: utilizzo le se sono sicuro che l’interlocutore sappia riconoscere questo pronome e lo sappia usare. Se no, uso gli sia per il maschile che per il femminile.
 
Quanto a loro, mi pare che questo pronome personale (antico genitivo latino che originariamente significava “di essi”), venga usato come pronome personale quando dico: “ho detto loro” (ad essi); e come aggettivo o pronome possessivo quando dico: “è un loro modo di fare” (di essi), oppure: “il libro è loro” (di essi). E c’è ancora un terzo modo di usarlo: come soggetto nelle terze persone plurali del verbo; es.: “loro hanno fatto” (come plurale di “lui”). Tutte soluzioni che si possono tranquillamente accettare.
 
GERUNDIO - Passiamo al gerundio. È vero che in italiano vi sono tre modelli di coniugazioni: quella in –are, quella in –ere, e quella in –ire. Però il gerundio non si è formato per un meccanismo analogico sulla base della desinenza dell’infinito, ma non è altro che la forma del gerundio latino trasformatosi nei secoli secondo delle linee di tendenza che esistono nella lingua stessa, cioè nel comportamento dei parlanti. E qui mi devo fermare, purtroppo.
 Solo vorrei aggiungere che applicando il ragionamento della signora Anna, dovremmo spiegarci anche perché (ma c’è chi se lo spiega!) l’imperfetto del verbo essere diventa io ero, tu eri,… noi eravamo,… essi erano; oppure perché dal verbo cuocere, viene il participio             cotto.
 
TERMINI TECNICI – E veniamo all’ultima: magnitudo. Non c’è nessuna meraviglia se gli studiosi di quella disciplina hanno scelto di indicare “la scala di grandezze”  dell’intensità dei terremoti con una parola latina invece che con una parola italiana. Si tratta di un termine tecnico. In fisica molte grandezze hanno addirittura il nome degli scienziati. C’è un precedente: “libido”.
 
Voglio concludere citando una frase di una famosa glottologa, Celestina Milani, che potrebbe essere applicata a tutte le altre realtà, al di fuori della lingua: “Di ogni fenomeno linguistico esiste una causa; ma non sempre la conosciamo”.      
 

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