Lo scorso marzo, l’appuntamento del book club dell’IIC con uno dei romanzi di Andrea De Carlo, ‘Treno di Panna’, si è rivelato uno dei più coinvolgenti.
 
L’esperienza dello scrittore italiano a Los Angeles e il suo modo unico di raccontarla attraverso gli occhi di un enigmatico personaggio, sembrano aver incuriosito moltissimo i lettori. Le loro domande si sono trasformate in un’intervista a De Carlo, di cui pubblichiamo qui di seguito un estratto. Ci chiediamo come sia cambiata negli anni non soltanto Los Angeles, ma il romanzo in generale.
 
‘Treno di Panna’ parte da una sua esperienza a Los Angeles. Ha avuto modo di ritornare a L.A.?
 A.D.C.: Sì, il romanzo parte dall’esperienza di una mia emigrazione a Los Angeles quando avevo ventiquattro anni, appena finita l’università. Sono tornato a L.A. in seguito; la città è certamente cambiata, però mi sembra che i suoi caratteri fondamentali siano rimasti gli stessi.
 
Le descrizioni hanno un ruolo decisivo nel romanzo. Alle volte sono così accurate e dettagliate che sembrano scaturire da una fotografia. Ha mai fatto ricorso a delle foto per procedere nella scrittura di questo o di altri suoi romanzi?
A.D.C.: Non ho mai utilizzato foto per scrivere, ma certamente mi capita di scattare foto mentali, ogni giorno, di persone, luoghi, situazioni. Credo che un romanziere debba essere capace di cogliere una grande quantità di dettagli, per elaborarli poi in quello che scrive.
Quello che mi piace della fotografia è la sua capacità di estrema sintesi: a volte una foto (solo una tra milioni) può raccontare con una sola immagine un’intera storia. 
 
 Rispetto a 30 anni fa, è cambiato nel nostro Paese il valore del romanzo?
 A.D.C.: Ci sono più romanzi in circolazione, fin troppi in realtà, ma quelli di qualità continuano ad essere pochi. Però la necessità dei romanzi, di scriverli e di leggerli, rimane forte nelle persone sensibili, curiose, attente ai cambiamenti, capaci di cambiare il proprio punto di vista e di porsi domande anche scomode. La prospettiva del romanzo, nella sua soggettività a volte del tutto arbitraria, è semplicemente insostituibile.
 
All’epoca di ‘Treno di panna’ c’erano degli scrittori americani che le interessavano particolarmente? E libri che le hanno cambiato il modo di vedere il mondo?
A.D.C.: Scrittori come Francis Scott Fitzgerald, Hemingway, Salinger, Kerouac, sono stati fondamentali nella mia formazione di romanziere. ‘I tre moschettieri’ di Dumas, ‘Guerra e pace’ di Tolstoj, ‘Delitto e castigo’ di Dostojevskji,  ‘America’ di Kafka, ‘The Great Gatsby’ di Scott Fitzgerald sono invece romanzi che mi hanno segnato. Tra i contemporanei faccio più fatica a trovare autori che mi entusiasmano.
 
Nella riedizione del 2009 di uno dei suoi maggiori successi, ‘Due di due’, lei ha affermato nella nota introduttiva: “Scrivere è un pò come fare i minatori di se stessi: si attinge a quello che si ha dentro senza badare al rischio di farsi crollare tutto addosso. Quando diventa cosi’ e’ uno dei lavori più pericolosi che ci siano, ma anche uno dei più appassionanti.” Le è capitato di restare sotto le macerie?
D.C.: Il rischio di restare sotto le macerie c’è sempre, per un romanziere. Però una volta che si comincia a scavare, dentro e intorno a noi, è impossibile fermarsi. È questo che rende pericoloso e appassionante il nostro lavoro.
 
Qualche novità sull’edizione in inglese del suo ultimo romanzo, ‘Lei e lui?
D.C.: Il romanzo l’ho tradotto io stesso, e spero di poter mettere presto on-line l’edizione elettronica. Sono invece ancora alla ricerca di un editore ‘cartaceo’ per gli Stati Uniti. Spero che capiti presto l’occasione di venire in California a parlare dei miei libri. 

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