La Commissione Europea ha annunciato, forse con un eccesso di ottimismo, che per l’Italia è prevista l’uscita dalla recessione a partire dalla metà del 2013. Ma si prevede anche che la disoccupazione, a causa della debole attività economica, che a sua volta ha drammaticamente aumentato i rischi di esclusione sociale di lungo periodo, nel 2014 raggiungerà il 14% (ma quella giovanile e under 35 già oggi è purtroppo molto oltre il 30%).
 
Nei giorni scorsi, il Centro studi di Confindustria (la principale organizzazione rappresentativa delle imprese manufatturiere e di servizi in Italia che raggruppa 149.288 imprese per un totale di 5.516.975 addetti) ha stimato che un terzo delle aziende italiane è a corto di liquidità e rischia così di chiudere e licenziare, cioè di peggiorare una situazione già critica. 
 
Colpa del credit crunch, delle banche che non erogano più denaro: da oltre un anno infatti, i prestiti alle imprese sono stati in continua discesa: -5% rispetto al picco del mese di settembre del 2011. Lo stock erogato si è ridotto di 46 miliardi di euro. 
 
La controprova è arrivata da Bankitalia:  a gennaio i prestiti al settore privato hanno registrato una contrazione dell’1,6% su base annua (-0,9% a dicembre), registrando il maggior calo degli ultimi 14 mesi, quelli alle società non finanziarie del 2,8% (-2,2% a dicembre).
 
Ma nel frattempo sono scesi anche i prestiti alle famiglie: meno 0,6% sui dodici mesi, ovvero   anche in questo caso, il peggior dato in 14 mesi. Non è un caso che a gennaio i consumi siano scesi del 2,4% rispetto a un anno prima e dello 0,9% su dicembre. Ma in seguito a una significativa flessione della domanda interna si stima una netta flessione per il Pil: quest’anno calerà dell’1% (nel 2012 era sceso del 2,4%).
 
La recessione in Italia, più che di previsioni e analisi statistiche, ha però bisogno di soluzioni. E, come sottolineato recentemente dal capo dello Stato, di un governo. “La crisi non aspetta” ha detto Napolitano incitando ad accordi politici che trasformino, quanto prima possibile, il dopo elezioni in un governo utile al Paese e a contrastare la crisi. 
 
Che siano urgenti, lo dimostra Fitch Ratings che ha tagliato il rating dei titoli di Stato italiani da A- a Bbb+ con outlook negativo. Un giudizio, ha spiegato l’agenzia internazionale di valutazione del credito, che riflette il “risultato inconcludente delle elezioni”. 
 

Receive more stories like this in your inbox