Savinio, Idillio marino (Ph courtesy mostra 20x20 Tornabuoni Arte)

E’ 20X20, venti capolavori per venti artisti, il titolo della mostra che Tornabuoni Arte ha inaugurato nella sua sede di Milano. Marina Apollonio, Alighiero Boetti, Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi, Mario Ceroli, Christo, Giorgio de Chirico, Gino De Dominicis, Filippo De Pisis, Piero Dorazio, Lucio Fontana, Renato Guttuso, Wassily Kandinsky, Alberto Magnelli, Carlo Mattioli, Giorgio Morandi, Claudio Parmiggiani, Pino Pascali, Alberto Savinio, Paolo Scheggi. Questi sono i venti artisti scelti per questa particolare esposizione, ognuno rappresentato da un’opera, tra le più significative del proprio personale processo artistico. Venti opere che Tornabuoni Arte ha selezionato con cura, risultato del lavoro di una raffinata ricerca che conduce da anni con passione e dedizione.

20X20 attraversa un intero secolo, a partire dagli anni Venti del Novecento, ad arrivare ai giorni nostri, con lavori più recenti del 2023. Il percorso, seguendo un ordine cronologico, nasce idealmente da Deux femmes di Alberto Magnelli, un dipinto realizzato tra il 1924 e il 1928, dove ancora l’artista conserva, nella struttura della composizione e nella rappresentazione delle figure umane, memoria dei maestri toscani del Quattrocento, prima di sperimentare e arrivare alla pittura astratta che lo ha contraddistinto. Filippo De Pisis e Giorgio Morandi sono sicuramente due voci originali dell’arte italiana, accomunati da una breve esperienza metafisica hanno intrapreso, poi, due strade assai diverse, quasi opposte, più vibrante il primo e più meditativa e composta il secondo. In questa sede li vediamo con due opere, distanti di pochi anni: Vaso di fiori, del 1930, di De Pisis, rigogliosa descrizione floreale, fatta di tocchi frenetici di colore, e un paesaggio del 1938 di Morandi, molto naturalistico, definito da pennellate pastose e morbide. Communiquè di Kandinsky, del 1936, ci introduce, invece, al clima internazionale in cui le ricerche sull’arte astratta si focalizzano sugli elementi grafico-strutturali, quali linea e punto, e sull’indagine emotiva dei colori. Una ricerca di cui l’artista russo sarà uno dei massimi interpreti e teorici.

Del 1940-41 è la Natura morta di Renato Guttuso, figura chiave del XX secolo, esponente del Neorealismo italiano, che ha segnato anche la storia politica e sociale del nostro Paese. Sono anni cruciali per Guttuso, gli muore il padre, si iscrive al Partito Comunista e realizza uno dei suoi quadri più famosi La Crocifissione. Le nature morte sono una tematica costante della sua produzione, che ha la capacità di restituire in modo del tutto personale e originale, oggetti semplici di uso quotidiano attraverso l’intensità del colore e delle forme. In questo contesto storico troviamo voci diverse come quella di Savinio che, con Idillio marino del 1944, ricontestualizza un’espressione artistica visionaria, legata all’inconscio, nutrita da suggestioni surrealiste e metafisiche. Accanto, il fratello Giorgio de Chirico, uno dei principali punti di riferimento della pittura metafisica. Il Trovatore, un po’ più tardo, del 1968, riprende uno dei suoi personaggi chiave, il manichino, protagonista al centro di spazi dalle atmosfere rarefatte, enigmatiche, definite da elementi architettonici.

Con la fine della Seconda guerra mondiale, si assiste alla nascita dell’lnformale, un’espressione artistica che rifiuta la figurazione per aderire all’urgenza espressiva di utilizzare il segno, il gesto e la materia. Esponente di prima piano fu Alberto Burri, la cui ricerca era orientata sulla materia e sui materiali, e che trova qui in A 1, 1953, un esempio tra i più calzanti della sua poetica: i sacchi di juta grezza strappata sono testimonianza traslata delle ferite e delle esperienze dolorose lasciate della guerra e dal trascorrere del tempo. Più o meno degli stessi anni, per l’esattezza del 1957, è Concetto spaziale di Lucio Fontana, che ha sviluppato la sua teoria dello Spazialismo, basata sull’unione di tempo e spazio, mediata dal gesto.

La connotazione segnica invece caratterizza il linguaggio di Capogrossi come vediamo in Superficie 106, opera del 1954, dove appare il suo tipico archetipo che si ricompone e si ripete di volta in volta in differenti varianti.

La mostra prosegue, in questo excursus temporale, con due opere dello stesso anno, 1962, Veliero di Pino Pascali, tra i primi esponenti dell’Arte Povera, movimento teorizzato da Germano Celant, e Senza titolo di Piero Dorazio – tra i firmatari del manifesto del Gruppo Forma1, insieme a Perilli, Accardi e Turcato, tra gli altri – che rappresenta invece la corrente astrattista italiana.

Il 1967 è l’anno in cui Alighiero Boetti si unisce al movimento dell’Arte Povera, partecipando a varie mostre a Genova, Torino e Milano. Proprio del 1967 è Mimetico, l’opera scelta da Tornabuoni Arte, quasi un ready made, quasi un monocromo. Anche Mario Ceroli condivise l’esperienza poverista. Scultore, scenografo, fu capace di mescolare ogni arte e creare opere immersive. L’utilizzo del legno nei suoi lavori è una costante, come vediamo in Senza titolo,1971.Fine modulo

Intersuperficie curva bianca, 1966, è unmonocromo, caratterizzato da tre tele sovrapposte con aperture circolari, che testimonia la continua riflessione concettuale e metafisica di Paolo Scheggi. L’artista riconosciuto a livello internazionale, nell’arco della sua breve vita, ha attraversato discipline e campi diversi, dalle arti visuali all’architettura, dalla poesia alla performance. Marina Apollonio, presente con Dinamica circolare decagono 1970-2007, è una delle personalità femminili più interessanti dell’arte programmata e dell’optical-art, corrente che nasce dalle ceneri dell’esperienze astratte degli anni ’50.

Gli anni Ottanta, in questo spaccato storico artistico, sono tracciati da tre figure che identificano altrettante modalità di ricerca. Gino De Dominicis e il suo Senza titolo,anni ’80, che racchiude tutta la sua essenza raffinata, misteriosa e scanzonata che sfuggiva al tentativo di classificare o periodizzare il suo lavoro. Carlo Mattioli, pittore, disegnatore, illustratore di capolavori della letteratura italiana ed europea, estraneo a qualsiasi tentativo di assimilazione ad alcuna corrente artistica e ideologica, è ancorato alla figurazione di cui è testimone un dipinto come Nel bosco, 1982. E infine Christo e Jean-Claude, una coppia di artisti visionari, pionieri della Land Art, con il progetto Wrapped Reichstag (Project for Berlin), 1986. Attraverso gli impacchettamenti alterano visivamente e concettualmente la percezione e la fruizione dei luoghi, dei monumenti e delle architetture prescelte, azzerando la loro identità estetica e la loro funzione conoscitiva.

Come idealmente è iniziato, il percorso cronologico di 20×20 chiude con l’opera più recente, del 2023, una splendida delocazione, Senza titolo, di un artista ‘raro’ come Claudio Parmiggiani, lontano da gruppi o movimenti.


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