Coal Miner Smoking. Pol-e-Khomri, Afghanistan, 2002 Ph courtesy ©Steve McCurry per la mostra “Steve McCurry. Icons” a Pisa

Steve McCurry è uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea ed è un punto di riferimento per un larghissimo pubblico che nelle sue fotografie riconosce un modo unico e diretto di guardare il nostro tempo.
A Pisa, nel contesto degli Arsenali Repubblicani, la mostra “Steve McCurry. Icons” presenta, in oltre 90 scatti, un efficace riassunto della sua vasta produzione. La mostra propone ai visitatori un viaggio simbolico nel complesso universo di esperienze e di emozioni che da oltre 40 anni caratterizza le sue immagini, a partire dal famoso scatto di Sharbat Gula, la ragazza afghana che McCurry ha fotografato nel 1984 nel campo profughi di Peshawar in Pakistan e che è diventata un’icona assoluta della fotografia mondiale.

Dall’India alla Birmania, dalla Mongolia all’Africa, fino in Italia: con le sue fotografie Steve McCurry ci pone a contatto con le etnie più lontane e con le condizioni sociali più disparate. Scatti che catturano storie di gioia e aggregazione, di solitudine e sofferenza, di resilienza e solidarietà, di famiglia e amicizia e mettono in evidenza una condizione umana fatta di sentimenti universali, di sguardi la cui fierezza afferma, al di là dei confini geografici e culturali, la medesima dignità. Con la sua fotografia, McCurry attraversa le frontiere e consente a tutti di conoscere da vicino un mondo che sempre più è destinato a grandi cambiamenti.
La mostra, organizzata da Artika e curata da Biba Giacchetti con il Team Mostre di Sudest57, ha inizio con una straordinaria sequenza di ritratti e si sviluppa attraverso un percorso libero che abbraccia diversi temi e situazioni. “Icons” è inoltre il titolo di una pubblicazione che costituisce il catalogo della mostra, un dialogo esclusivo nel quale Steve svela le storie e i retroscena delle sue immagini più amate.

Attraverso il suo particolare stile fotografico, Steve McCurry pone la propria attenzione sull’umanità del soggetto. Con i suoi scatti ci trasmette il volto umano che si cela in ogni angolo della terra, anche nei più drammatici. Se Henri Cartier-Bresson è stato “l’occhio del suo secolo” (il Novecento), McCurry è probabilmente il fotografo contemporaneo più incline a raccoglierne l’eredità. Grazie alla sua spiccata sensibilità, è capace infatti di penetrare in profondità dei soggetti scelti, svelando la profonda somiglianza di tutti gli individui sulla terra, al di là delle difficoltà socio-culturali. Il fotografo cerca sempre di attribuire un volto alle situazioni in cui si trova immerso da reporter, soprattutto se tali circostanze si presentano estremamente tragiche.
La curiosità è il motore della sua ricerca, capace di spingerlo, fin da adolescente, ad attraversare ogni confine, fosse esso fisico, linguistico e culturale. In ogni sua foto Steve McCurry ci racconta una storia che, una volta svelata, è in grado di comunicare la complessità di un intero contesto.
Queste le parole di McCurry: “La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”.

La celebre ragazza afghana dagli occhi verdi. “Peshawar, Pakistan, 1984” Ph courtesy ©Steve McCurry per la mostra “Steve McCurry. Icons” a Pisa

Il percorso espositivo permette di ammirare alcuni tra i più grandi progetti fotografici di McCurry proponendosi come un affascinante viaggio attraverso le sue straordinarie esperienze fotografiche in diversi angoli del mondo. Immagini che, anziché seguire coordinate limitanti, invitano gli spettatori a immergersi in un viaggio onirico tra le icone del celebre fotografo, offrendo la libertà di esplorare in modo autonomo.
L’itinerario espositivo inizia con un’attenzione particolare all’Afghanistan, un paese che ha occupato un ruolo centrale nella carriera di McCurry. Tuttavia, a differenza delle prime foto mitiche del 1979, la mostra si concentra sul periodo successivo al 1992, presentando ritratti emozionanti di Kabul, una città che ha vissuto oltre 15 anni di conflitto. Il fotografo si dedica a svelare non solo gli aspetti oscuri e violenti, ma anche a celebrare l’umanità che emerge in mezzo alle difficoltà, come dimostrano gli affascinanti ritratti dei minatori di Pol-e-Khomri o dei bambini aggrappati al bagagliaio di una Chevrolet degli anni ’50. L’India, paese al quale McCurry è particolarmente legato, si svela in tutta la sua complessità attraverso le fotografie dell’artista. Dai ritratti intimi di madre e figlio ripresi da un finestrino di un taxi alle visioni dei malsani cantieri di demolizione delle navi, le immagini trasmettono la vitalità e le contraddizioni di una cultura immensa. Le affollate stazioni ferroviarie, in particolare, diventano teatro di una convivenza armoniosa tra miseria e ricchezza, sfidando la percezione occidentale delle ingiustizie.

La mostra si estende poi oltre i confini dell’India, attraverso paesi come Sri Lanka, Papua Nuova Guinea, Yemen, Kashmir, Italia e Giappone. Un viaggio metaforico che amplia la prospettiva dell’osservatore, permettendo di esplorare la diversità del mondo attraverso l’obiettivo sensibile e unico di McCurry.
In questo percorso espositivo, il fotografo ritrae il buddismo come un tema importante ed estremamente personale. Dai mausolei ai fedeli buddisti, McCurry cattura non solo la magnificenza degli edifici sacri, come la pagoda di Mingun e la Roccia d’oro in Myanmar, ma anche la spiritualità incarnata nei volti dei praticanti provenienti da diverse parti del mondo.
In conclusione, la mostra non è solo un’esplorazione visiva delle terre e delle culture attraversate da McCurry, ma un invito a riflettere sulla complessità del mondo e sulla capacità dell’umanità di resistere, crescere e prosperare nonostante le avversità. Un viaggio emozionante che, fotografia dopo fotografia, rivela la bellezza intrinseca in ogni angolo del nostro pianeta.

Nato a Philadelfia, in Pennsylvania, McCurry ha studiato cinematografia alla Pennsylvania State University, prima di lavorare per un giornale. Dopo un paio d’anni, come freelance, fa il primo di numerosi viaggi in India. Attraversa il subcontinente, esplora il paese. Passa il confine con il Pakistan. In un piccolo villaggio, incontra un gruppo di rifugiati provenienti dall’Afghanistan, che lo fanno passare di nascosto nel loro paese, proprio mentre l’invasione russa stava chiudendo il paese ai giornalisti occidentali. Il reportage gli valse l’ambito premio Robert Capa Gold Medal for Best Photographic Reporting from Abroad. Le sue fotografie mostrano al mondo l’invasione ma anche un caleidoscopio di volti, abiti tradizionali, paesi sperduti. Da allora, le sue immagini in tutti i continenti diventano un reportage di conflitti, culture in estinzione, antiche tradizioni e cultura contemporanea, distruzione bellica e disastri naturali, mestieri antichi e sopravvivenza moderna. Al centro però c’è sempre sempre l’elemento umano, lo sguardo sul mondo che la sua celebre immagine della ragazza afgana sintetizza. Lo scatto di Sharbat Gula, icona assoluta della fotografia , è stato nominato “la fotografia più riconosciuta” nella storia della rivista National Geographic. Il volto della “ragazza dagli occhi verdi” è ricordato anche come “la foto di copertina di giugno 1985”. L’identità della giovane è rimasta sconosciuta per oltre 17 anni finché McCurry e un team del National Geographic, sono riusciti a ritrovarla nel 2002.


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