‘Gli Equilibristi’: camminare su un filo sottile senza accorgersi del rischio di cadere nelle nuove povertà 

“Il divorzio è roba per ricchi”. Questo il tema su cui prende forma l’ultimo film di Ivano De Matteo, “Gli Equilibristi”, presentato alla 69^ Mostra Inter-nazionale del Cinema di Vene-zia. Giulio (Valerio Mastandrea) è un marito e un padre che ha fatto un errore, tradire Elena (Barbara Bobulova). 

Lasciato dalla moglie, Giulio abbandona il suo appartamento e inizia un declino sociale e mo-rale che lo porterà alla solitudine e allo sconforto. In cerca di un equilibrio finanziario, si rende conto che il suo stipendio di 1200 euro al mese non gli permette di sostenere né la sua famiglia, né se stesso. Tenta un secondo lavoro in nero, trasportando cassette della frutta nei camion che riforniscono i mercati.
 
Ma se prima riusciva a permettersi di dormire in una misera pensione della stazione poi non gli resta che trasferirsi nella sua macchina e mangiare alla mensa dei poveri. Alla fine del suo declino, si ritrova completamente solo, in preda alla consapevolezza che i suoi sforzi per una vita migliore non bastano mai. 
 
Ivano De Matteo ha realizzato un film molto importante a livello sociale, perché, per la prima volta, ci parla della classe media italiana, che è senza dubbio da considerare la nuova classe povera. Sono sempre di più i padri del ceto medio che stanno in fila alla Caritas per un pasto gratis o che hanno il disperato bisogno di un alloggio. Che sia colpa della crisi, dell’aumento delle tasse, della diminuzione degli stipendi o della legge che poco tollera le situazioni dei padri separati, ri-sulta chiaro che tutti loro non hanno la possibilità di sostenere economicamente la famiglia, e questa è, a tutti gli effetti, una emergenza sociale a cui lo Stato deve rispondere prontamente. 
 
Passiamo la parola direttamente al regista De Matteo, con il quale abbiamo parlato di questi e altri temi. Prima di parlare del nuovo film, meglio partire da una sua breve descrizione al pubblico italoamericano. 
 
Quali sono le sue origini, come e quando ha iniziato a fare il regista?
Ho iniziato nel 1992 con regie di teatro underground. Poi sono passato alle regie di documentari (dai tifosi ultras, alle carceri, alle nuove periferie) e, infine, al ci-nema.
 
“Gli Equilibristi” è un film completo e necessario che tratta della realtà contemporanea dei padri separati che faticano a mantenere la famiglia. Sono i cosiddetti nuovi poveri. Che cosa ha scatenato la volontà di raccontare questa storia?
Ho letto un articolo su un settimanale di cronaca che parlava di un fatto realmente avvenuto. Mi ha colpito perché lo sentivo vicino. Ho cominciato a pensare a quanto sia precaria la situazione di noi tutti. A questo punto l’idea era in me. È bastato sentire una notizia al telegiornale, sapere di un amico in difficoltà… insomma, tanti piccoli segnali che unendosi l’uno all’altro mi da-vano un messaggio allarmante: stiamo camminando su un filo. 
 
Ha conosciuto direttamente o intervistato qualcuno con questo problema?
Certo. Appena deciso di fare il film ho preso contatti con chi si occupa tutti i giorni di queste problematiche, dai servizi sociali a quelli religiosi. Un grande aiuto l’ho ricevuto dalla comunità di Sant’Egidio, che, con molta attenzione e delicatezza mi ha messo in contatto con chi aveva voglia di raccontare la sua storia.
 
Capita di ricevere lettere o altro da padri che vivono con-cretamente questa situazione?
Ne ho ricevuta più di una quando è uscito il film. Sia da singoli che oltretutto vivevano vicino a me e della cui situa-zione non ero a conoscenza, sia da gruppi come uno di padri separati che stava tentando di ottenere più alloggi dal Comune. Si sono sentiti protagonisti del nostro film.
 
La realtà raccontata è figlia della crisi economica del nostro Paese. Dopo aver realizzato il film, si è fatto un’idea di quale potrebbe essere una possibile soluzione?
La realtà è che per anni ci hanno raccontato di un benessere che non esisteva; ci hanno abituato ad una vita che ora non ci possiamo più permettere. Ci vorrebbe una doppia azione. Da un punto di vista politico abbiamo bisogno di una classe dirigente seria, che la smetta di raccontarci altre favole, che prenda la situazione in mano e che abbia il coraggio di far capire ai potenti che non si può più straguadagnare. D’altro canto, anche la classe media deve capire che non potendo permettersi un determinato stile di vita, deve accontentarsi di quello che ha, senza volere sempre di più.
 
In tutte le epoche più difficili della storia italiana, i film con maggior successo da parte del pubblico, appartenevano al genere della commedia (vedi l’epoca fascista). Oggi tutto questo ritorna, e i vari Checco Zalone e simili, spopolano. Lei invece, ha deciso di fare un film diverso, che letteralmente ci butta addosso un problema, reale e concreto, che ci sta intorno ogni giorno. È una scelta coraggiosa. Pensa che il cinema debba avere il compito di mostrare la realtà, e perché no, di aiutare a risolverla?
Penso che possano coesistere le due cose. 
Il pubblico dovrebbe aver modo sia di svagarsi che di impegnarsi nella riflessione. Il problema è che negli ultimi anni il cinema ha privilegiato le commedie e ora il pubblico è meno abituato ai film impegnati. Ho però l’impressione di vedere attorno a me molta voglia di recuperare quella straordinaria capacità, che era propria del cinema italiano, di raccontare la realtà: qualcuno lo fa con crudezza, qualcuno con sarcasmo. Il pubblico va riabituato a vedere ogni tipo di film. Bisognerebbe far avvicinare gli studenti, come avviene in altri Paesi europei, per creare il pubblico del futuro. Sono convinto che il cinema possa e abbia il compito di risvegliare gli animi intorpiditi, ma bisogna prima invogliare il pubblico ad andare al cinema.
 
Gli attori scelti per il film, sono stati molto bravi a en-trare nella parte, in particolare il protagonista, Valerio Mastandrea. Proprio riguardo a lui, perché lo ha scelto come protagonista della storia? È rimasto soddisfatto della sua interpretazione?
Valerio era stato pensato come protagonista del film già dalla stesura del soggetto. Ironico, melanconico, paterno, il suo volto possedeva tutto ciò che ci serviva. Mentre scrivevamo la sceneggiatura, veniva fuori il suo volto dalla carta e pensavamo a come avrebbe potuto dire quella battuta o sdrammatizzare quel momento. Durante le riprese poi abbiamo immediatamente capito che ci avrebbe regalato una grande interpretazione. Si dice calarsi in un personaggio, ecco lui ci si è totalmente immerso. Molti si commuovevano già sul set. È stato un piacere dirigerlo, ci capivamo in un attimo. 
 
Per concludere, un’ultima considerazione su di sè, dopo che ha fatto un ottimo lavoro per questo film. Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Vorrei poter continuare a fare film sulla realtà che mi circonda. Come se tutto partisse da un documentario e poi venisse sceneggiato. Giocare, raccontando il dramma con ironia, in bilico tra una risata e una lacrima. Siamo una società dalle mille problematiche e dalle mille sfaccettature, viviamo in un periodo storico particolare e ho un paio di valide idee che spero che vadano in porto molto presto.

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