pasquale caprino son pascal
È possibile trovare l’America non al di là dell’Atlantico, ma nella steppa dell’ex Unione Sovietica, dove le temperature, in inverno, raggiungono i meno 30 gradi, dove ci sono giacimenti di gas, petrolio, dove, per strada, può ancora capitare di imbattersi nelle vecchie 128 della Fiat.
Pasquale Caprino, ragazzo salernitano di ventisette anni, ha radicalmente cambiato la sua vita nel lontano Kazakistan: sognava di fare il musicista, di farlo, se possibile, a buoni livelli. Un giorno prese il treno e sbarcò a Roma. Gli offrirono un posto, dal tramonto in poi, in un pub, dove si suonava e la gente, ascoltando musica, mangiava anche un po’. Poi finì a Milano, ma non era proprio quello che si era prefisso. Pasquale è ragazzo determinato: non si avvilì, preferendo aderire ai palpiti del suo cuore.
Il destino lo condusse nella City: a Londra suonava nella “cover band” che si faceva chiamare “Like the Beatles” in cui – figuratevi un po’ – interpretava nientemeno che George Harrison. Faceva pure tante serate, il pubblico – che cambiava ogni giorno – lo aveva iniziato anche ad apprezzare. Ma non era ciò per cui era partito da Salerno.
A Roma conobbe una ragazza kazaka che lo invitò in una sorta di rassegna canora in onda sui canali della televisione di Astana. Eccolo, il radicale cambio di vita: Pasquale buca il teleschermo, arriva secondo in quella bizzarra sfida musicale. Resta in Kazakistan, non compera il biglietto di ritorno: sarà l’intuizione decisiva. Si innamora di quella ragazza che aveva disegnato per lui un destino lontano dalla natia Pestum, dal sole, dalla pasta e dai dolci di uno degli angoli più belli dello Stivale. Si trasferì dalla capitale Astana a Almaty, la città più popolosa della regione, incastonata tra le montagne, a pochi chilometri dalla frontiera con il Kirghizistan dove il piatto tipico è una lasagna di carne di cavallo.
Lui, Pasquale, come i grandi compositori, si lancia sul mercato kazako. Cambia nome, innanzitutto, diventando miracolosamente “Son Pascal”. Scrive un pezzo che sa di parodia al grande successo griffato da Sting, “Englishman in New York”, La canzone diventa d’incanto “Englishman in Shymkent”, località del Kazakistan considerata un po’ fuori mano. Son Pascal mischia l’inglese al kazako e l’intuizione trasforma la sua vita. In un paese di soli diciassette milioni di abitanti, con la rete globalizzata di Internet che è ancora frontiera sconosciuta per molti, Son Pascal “posta” il video su Youtube.
La canzone è orecchiabile, facile da ricordarsi. E così, nel giro di poche settimane, accade che Son Pascal venga fermato per strada, che la sua canzone sia scaricata sui cellulari di migliaia di kazaki. Che anche il Governo – desideroso di sdoganarsi dal passato sovietico – si affezioni a quel motivo, che, quantomeno, ha il pregio di usare parole kazake e non russe. Ora ha già inciso tre dischi, i guadagni lievitano, anche la mamma lo ha seguito dalla Campania. Il re della steppa è lui, Son Pascal, il ragazzo diventato qualcuno in Kazakistan.
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