I sei milioni di racconti della Shoah possono narrare di poche ore di vita, oppure raccontare una lunga esistenza, ma tutte portano allo stesso tragico epilogo, persino per coloro che fisicamente sono usciti da luoghi spettrali come Aushwitz-Birkenau, Dachau, Bergen Belsen.
Quando verso la fine degli anni ‘80 mio padre ed io scoprimmo quel diario segreto di Eva, mai avremmo creduto che una persona che tanto amava parlare e circondarsi di colori, tenesse celati tutti i risvolti di quel bieco periodo. Aveva sempre parlato della deportazione del padre e di altri 33 parenti diretti e ci aveva raccontato le peripezie per fuggire – assieme alla madre malata ed al fratellino Roberto di dieci anni più piccolo – da una Belgrado martoriata, per consegnarsi agli italiani sulla costa adriatica, perché ‘italiani brava gente’. Mai avremmo supposto, che nonostante la forza che trasmetteva in tutti coloro che frequentava, la vitale Eva necessitasse di rigettare la cupezza che invece continuava a tartassarla quasi fino al punto di insistere nel volerle togliere l’umanità e l’amore per la vita stessa. Come nei racconti che narrano della presenza in ognuno di un lato positivo e di uno nefasto.
Le ombre raccontate innanzitutto a se stessa lungo tutta la vita, e la convinzione di dover mostrarle specialmente a chi non aveva vissuto quei momenti, hanno creato un particolare momento pittorico, parallelo a quelli, come le storie di biciclette o le architetture mediterranee, che avevano portato Eva Fischer ad una certa notorietà.
Fra le emozioni più forti, la curatrice Francesca Pietracci ha scelto di mostrarne due in occasione del Giorno della Memoria 2016. Il “Talled di mio padre” rappresenta una di quelle immagini che si tatuano sul cuore di un bambino. Il Talled è una sorta di scialle da preghiera, per i rituali religiosi ebraici. L’opera esposta è del 1947 e da poco l’uccisione del rabbino-capo Leopold Fischer, padre di Eva, era stata data per certa.
“Chi salva una vita, salva il mondo intero” è scritto nel Talmud, ma nelle altre cinque opere esposte, sono raffigurati quei sei milioni di esseri cui non riuscendo a togliere la loro umanità, il nazismo ha bruciato le identità, una ad una, lasciando solo pile di scarpe ed altrove montagne di denti in oro, valigie, pettini accatastati o occhiali.
Le scarpe sono appese ad un chiodo come gli impiccati ai lampioni di Belgrado, oppure sono vecchie, ma vorrebbero ancora calpestare il suolo mentre Eva le immagina nel cielo. La corsa dei bambini viene interrotta perché troppo naturale, la vita passata senza un padrone è lontana da una tirannia idolatrata da un intero popolo.
Queste scarpe si ritrovano in questa mostra per dare assieme forza alle loro punte e calciare ancora oggi coloro che negano la storia, coloro che cercano dei motivi, coloro che chiamano follia un desiderio sanguinario, mentre tutto sembrava normale, dovuto, oppure celato dietro ai “non sapevo”.
Eva Fischer? Immaginate un bambino che si ferma ad ammirare l’arcobaleno, mentre una bicicletta innamorata perde la strada. Dall’oblò si delinea il fascino di una città lungo le sponde del Mediterraneo, e lo sguardo cerca la propria casa, muro dopo muro. Si intravedono figure che lavorano o giocano a carte, ombrelloni che nascondono i vecchi banchi dei mercati rionali. L’arcobaleno si propaga lungo le strade della memoria, poi improvvisamente si azzera nel vuoto, e sale l’urlo straziante di milioni di persone alle quali una forza crudele ha strappato l’identità. Resta quel bimbo, superstite fra i colori del cielo, a raccontare il passato e fermare il presente dell’uomo. 
Eva Fischer può essere anche questo agli occhi di un visitatore impreparato. 
Una lunga vita pittorica, suggellata da 130 mostre personali in giro per il mondo, nella quale l’artista ha raccolto pareri, giudizi e impressioni espresse attraverso varie simbologie, forme e graduazioni coloristiche. Era l’ultima rappresentante della Scuola Romana del dopoguerra. L’estro, le tonalità, un raffinato e appropriato utilizzo dei colori, hanno reso i suoi momenti pittorici tra i più apprezzati nell’arte del XX secolo. Nelle sue opere i colori la fanno da padroni. Come in un fotofinish intrappolano una sequenza e la trasmettono, anche violentemente. Eva era una costante raccoglitrice di vita, le cui espressioni restano testimoni indeformabili; chi visita una personale diventa l’eterno bambino che dal 1946 si nutre dei suoi cromatismi.
Eva Fischer era nata a Daruvar (ex Jugoslavia) il 19 novembre 1920. Il padre Leopoldo, Rabbino Capo ed eccellente talmudista, venne deportato dai nazisti. Sono più di trenta i familiari di Eva scomparsi nei lager. Insieme alla madre e al fratello minore, venne internata a Vallegrande – Isola di Curzola – sotto amministrazione italiana, che non conobbe (Eva era lieta di dirlo) ferocia alla pari di quella nazista. Per una malattia materna ebbe il permesso di assisterla insieme al fratello nell’ospedale di Spalato; quindi si trasferì con i suoi cari a Bologna sotto falso nome. Eva ricordava quel tempo infausto in cui i partigiani, della cui Associazione era membro ad honorem, non rifiutavano aiuto e solidarietà ai perseguitati. A guerra finita, scelse Roma come città d’adozione. A Trastevere, sotto di lei, viveva il compositore Ennio Morricone che le “Eva Fischer Pittore”. 
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