Le ‘Orecchie’ del palermitano Aronadio ci aprono gli occhi sul mondo
Il regista Alessandro Aronadio ha studiato Film directing alla Los Angeles Film School con Roger Corman, Janusz Kaminski, Faye Dunaway, Donn Cambern
Un fischio insistente alle orecchie, in un mondo assordante, aiuta ad aprire gli occhi, a riflettere, a capire noi e chi ci sta intorno, a decostruire la complessità e a vedere le cose in bianco e nero. 
E’ stato presentato in anteprima mondiale alla 73° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, “Orecchie”, il lungometraggio scritto e diretto dal regista palermitano Alessandro Aronadio, già autore del drammatico “Due vite per caso” del 2010, selezionato in più di 50 festival internazionali. 
Laureato in psicologia all’Università di Palermo con una tesi sul cinema di David Cronenberg, nel 2001 Aronadio è stato l’unico italiano ad aver vinto la prestigiosa Fulbright scholarship “Sergio Corbucci” con tanto di lettera di presentazione del regista siciliano premio Oscar con “Nuovo Cinema Paradiso”, Giuseppe Tornatore. Un’occasione che gli ha permesso di diplomarsi con il massimo dei voti in Film directing alla Los Angeles Film School di Hollywood.
Interpretato da un ricco cast, che comprende il protagonista, Daniele Parisi, al suo esordio al cinema, e Silvia D’Amico, Pamela Villoresi, Ivan Franek, Rocco Papaleo, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Andrea Purgatori, Massimo Wertmüller, Niccolò Senni, Francesca Antonelli, Sonia Gessner e Paolo Giovannucci, “Orecchie” è un film dai toni grotteschi, girato in bianco e nero e destinato a diventare un cult del festival.
Un uomo si sveglia una mattina con un fastidioso fischio alle orecchie. Un biglietto sul frigo recita: “È morto il tuo amico Luigi. P.S. Mi sono presa la macchina”. Il vero problema è che il protagonista non si ricorda proprio chi sia, questo Luigi. Inizia così una tragicomica giornata romana on the road, a piedi, alla scoperta della follia del mondo, una di quelle giornate che ti cambiano per sempre. 
Il film, prodotto da Costanza Coldagelli per Matrioska, in collaborazione con Roma Lazio Film Commission, Frame by Frame, Rec e Timeline, è uno dei quattro progetti internazionali sostenuti e prodotti da Biennale College, alla sua quarta edizione, esperienza innovativa e complessa che integra tutti i Settori della Biennale di Venezia, promuovendo i giovani talenti, realizzato dalla Biennale di Venezia, con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Direzione Generale Cinema e si avvale della collaborazione accademica con IFP di New York e del TorinoFilmLab.
“Orecchie – sottolinea il regista che ha recentemente scritto gli inediti ‘Cosa vuoi che sia’ di Edoardo Leo, e ‘Classe Z’ di Guido Chiesa – è una commedia sul senso di smarrimento, di scollamento dalla realtà che ci circonda. Un mondo che spesso appare folle, incomprensibile, minaccioso. Sul timore e il desiderio dell’anonimato che combattono continuamente dentro ognuno di noi. Su quel fischio alle orecchie che proviamo ogni giorno a ignorare, nascondendolo sotto la vita. Come polvere sotto il tappeto”.
Per L’Italo-Americano lo abbiamo intervistato: 
 C’è un mondo che fa “orecchie da mercante” rispetto ai problemi della società e alle solitudini delle persone. Crede che sia possibile un reale spazio di ascolto? E cosa dovremmo modificare nel nostro modo di comportarci e relazionarci per contribuire al cambiamento? 
“Orecchie” ironizza su quest’epoca in cui, a dispetto di tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione, si parla troppo e si ascolta troppo poco. Quello che sembrava un vantaggio del progresso (rendere tutto più semplice e veloce), ha svuotato spesso di significato e di efficacia la maggior parte dei nostri tentativi di comunicare con gli altri. 
Cosa dovremmo fare? L’utopia sarebbe fare un passo indietro, dimenticare per un po’ telefoni, tablet e computer a casa, ma so che non succederà a breve. Più realisticamente, credo che a un certo punto si arriverà a un livello così insostenibile che si dovrà fisiologicamente tornare indietro, e ridare la giusta misura alle cose.
Nel mondo contemporaneo le persone sembrano non riuscire a stare mai zitte, voraci come sono di comunicazione social h 24. Perché secondo lei c’è tanto bisogno di comunicare e così poco di ascoltarsi e relazionarsi “face to face”?
C’è un’esigenza di affermare la propria esistenza, dare testimonianza della propria presenza nel mondo, attraverso la propria immagine (l’ingorgo di foto e selfie che colonizzano i social networks) o attraverso il proprio pensiero, le proprie parole. 
Incredibilmente, però, si dà il massimo della cura e dell’attenzione all’immagine che si comunica, e pochissima alle parole che vengono condivise, frutto spesso di uno sfogo momentaneo, o di impressioni, o di idee basate su dati che non si sente la necessità di verificare. La comunicazione social, rispetto a quella “dal vivo”, è più facile, ha letteralmente uno schermo che ti protegge. Come dice Giancarlo, il prete interpretato da Rocco Papaleo in “Orecchie”, “Tutti hanno paura della gente”, in un modo o in un altro.
Il linguaggio della commedia può aiutare a comprendere meglio il messaggio del film o è uno strumento per far percepire ancora di più il senso di smarrimento, di incomprensione, di precarietà?
“Orecchie” cerca di far ridere su temi che possono anche essere letti con angoscia o con vero e proprio terrore. La sfida era proprio quella di utilizzare un evento scatenante così piccolo (svegliarsi con un fischio alle orecchie) per parlare poi di argomenti e domande molto (troppo) più grandi di noi. Ridere per riflettere, ma anche per esorcizzare.
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