La gloria della pittura: 250 anni fa il mondo dell'arte diceva addio a Gianbattista Tiepolo, simbolo del ‘700 veneziano

I colori intensi. La pennellata morbida. Un movimento rapido dal tratto deciso. Gloria laica e scene sacre. La formazione alla bottega di Gregorio Lazzarini. Le prime commissioni e una visione senza limiti sul dove potesse portare (e andare) la sua arte. Un uomo moderno profeta in patria e fuori. Il suo nome è Gianbattista Tiepolo.
Il ministero dei Beni culturali ha dichiarato il 2020 l’anno di Raffaello Sanzio, scomparso 500 anni or sono nel 1520. Per Venezia, e non solo, l’anno in corso segna un’altra grande celebrazione, quella dei 250 anni dalla morte di Gianbattista Tiepolo (1696-1770).

Ad aprire le danze delle celebrazioni, è stata la città Stoccarda dove si è già svolta la mostra “Tiepolo, il miglior pittore di Venezia”. L’interesse della metropoli tedesca si spiega facilmente, visti i maestosi affreschi realizzati dal Tiepolo insieme a uno dei due figli, Giandomenico, nella residenza del Principe Karl Philipp von Greiffenklau a Würzburg. Sarà un grande protagonista “europeo’ della decorazione monumentale ma ciò che renderà l’artista davvero “veneziano” sarà l’introduzione del Rococò nella pittura della Serenissima. Grazie a lui la tradizione decorativa veneziana tornò a imporsi sulla scena artistica del suo tempo.

Tra le opere che meglio raccontano il Tiepolo a Venezia, ci sono le tre tele custodite nella chiesa di Sant’Alvise, nel sestiere di Cannaregio: “La salita di Cristo al Calvario” nel presbiterio; “L’incoronazione di spine” e “La flagellazione” nella navata destra”. Sono sei invece le opere presenti nella chiesa dei Gesuati (sestiere di Dorsoduro), direttamente affacciata sul Canale della Giudecca. Altri importanti lavori sono ammirabili nella meno nota chiesa di Santa Maria della Fava, Palazzo Labia (oggi sede della Rai), la chiesa dei Carmini, Ca’ Rezzonico, le Gallerie dell’Accademia e non ultima la chiesa di San Stae, dove l’artista realizzò il Martirio di San Bartolomeo nei primi anni ’20 del XVIII secolo.

Le sue opere iniziarono presto a raccogliere proseliti e mettere radici anche fuori dalla laguna: Verona, Vicenza (soprattutto gli affreschi su tematiche dell’Iliade e l’Eneide a Villa Valmarana “Ai Nani”) e poi Udine nel Palazzo Patriarcale, che lo porteranno a lavorare sempre di più e sempre in località diverse fino all’ultimo periodo in cui realizzerà l’affresco “l’apoteosi della famiglia Pisani” nell’omonima Villa a Stra (Venezia), per poi trascorrere gli ultimi giorni di vita a Madrid, chiamato dal Re in persona, Carlo III di Spagna. In terra iberica la sua mano si concentrerà sul Palazzo Reale, dove realizzerà numerosi affreschi.

Il XVIII secolo fu l’ultimo secolo di vita della Repubblica di Venezia. Gli ultimi dogi si succedettero fino al 1797 quando Napoleone cedette la Serenissima all’Austria col Trattato di Campoformio. Un periodo di decadenza politica, che tuttavia non scoraggiò il fiorire di nuovi linguaggi artistici. Oltre alla pittura del Tiepolo e del contemporaneo Canaletto, altri due personaggi lasciarono il segno rispettivamente nella letteratura e nella musica, Carlo Goldoni e Antonio Vivaldi.

Spostiamoci nella Scuola Grande di San Rocco, a Venezia. Nel regno del Tintoretto c’è posto anche per Tiepolo con due olio su tela, “Abramo e gli Angeli” e “Agar e Ismaele”, entrambi del 1732. Due momenti cruciali nella vita di Abramo, narrati nella Genesi. Ad accomunare i due dipinti, la costante presenza degli angeli. Ma più che figure mistiche, le creature alate del Tiepolo sono esseri dalla profonda umanità. Sono lì con una missione precisa. A loro Gianbattista infonde quell’anima, ultimo splendore di una Repubblica che fece per secoli la Storia del Vecchio Continente.

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