Paludi pontine, un capitolo della storia d’Italia così drammatico da comprendere il silenzio che lo circonda. Questa vuole essere una pagina che getta luce sulla esistenza dell’umanità ciociara nel territorio a Sud di Roma, tra il latifondo incoltivato e le Paludi Pontine. Le Commissioni Parlamentari, già dopo il 1870 lo avevano dichiarato il più arretrato del Paese dove perfino le bestie erano meglio tenute e nutrite che gli esseri umani. Condizioni che spiegano l’intenso fenomeno migratorio, in essere già dalla metà del 1700, verso lo Stato della Chiesa e al di là delle Alpi, con abbrivio dalla Valle di Comino in Alta Terra di Lavoro (Regno di Napoli). 
 
Le Paludi Pontine erano una regione immensa che si estendeva all’incirca dal Sud dei Castelli Romani fino a Terracina, limitata a Est dalla Via Appia e a Ovest dal Tirreno. Fittamente ricoperta di alberi di alto fusto, quasi impenetrabile, solcata da corsi d’acqua, interrotta da stagni e radure, abitata da volatili, quadrupedi e rettili, era l’ecosistema più significativo d’Europa. 
 
I cacciatori romani, ancora di più i bracconieri, avevano a disposizione un paradiso di volatili di ogni tipo, di cinghiali, di cervi, senza contare la ricchezza e varietà di pesci. Le condizioni ambientali quasi tropicali erano tali che la non comune fertilità del suolo e la vegetazione  lussureggiante, offrivano abbondanza e varietà di prodotti commestibili: ma ciò che da sempre teneva lontani i visitatori era principalmente la malaria mortale e anche il numero delle vipere. 
 
Le rade popolazioni locali quasi tutti paesetti appollaiati sui Monti Ausoni o Lepini, non avevano impellenti necessità di contatti con le Paludi. Al contrario, gli immigrati dalla Valcomino prima e da tutti gli altri paesi sia della Ciociaria frusinate principalmente e dal Cassinate poi, erano mossi da esigenze primarie esistenziali per cui iniziarono a poco a poco l’assalto vero e proprio delle Paludi, e non alle propaggini. 
 
Un territorio immenso abitato da nuclei lontani chilometri l’uno dall’altro, fuori da ogni contatto sociale, abbandonati a se stessi: nelle radure, le cosiddette ‘lestre’, i poveri ciociari erigevano le loro capanne di paglia a cono e accudivano alle loro occupazioni e se  ne  possono immaginare le condizioni sia igieniche e sia ambientali. Senza scuola, senza chiesa, senza nulla, a guisa degli animali che abitavano intorno. 
 
L’unica cautela era quella di allontanarsene nei mesi di luglio e agosto, quando la zanzara mortifera era più attiva, per andare a prestare opera al di là della Via Appia o nei paesi di origine, per poi tornare a settembre: le festività di S. Michele e San Giovanni Battista erano i punti di riferimento della transumanza. 
Molti pittori dell’Ottocento e non pochi del Novecento, hanno ritratto  in particolare questi spostamenti sui ‘sandali’ (le imbarcazioni a fondo piatto tipiche della Palude) e i loro volti smunti e minati dalla malaria. 
 
L’inizio dell’alfabetizzazione e della profilassi anti malaria si registra verso la fine del 1800 e  nei primissimi anni del  ‘900, per iniziativa di alcuni personaggi che fanno parte della Grande Storia della Ciociaria ma anche di quella della solidarietà umana: lo scrittore giornalista Giovanni Cena, la sua compagna scrittrice e giornalista Sibilla Aleramo, Angelo Celli medico e immunologo con la moglie infaticabile e appassionata Anna Fraentzel, tedesca, il maestro e pedagogo Alessandro Marcucci e altri benemeriti e esemplari tra cui Duilio Cambellotti pittore e scultore che diede un contributo infaticabile nella redazione dei libri scolastici e i pittori Giacomo Balla e G.A.Sartorio e altri. 
 
Un impegno eccezionale faticosissimo rivolto in due direzioni: la scolarizzazione per riscattare e aiutare a capire, e poi la lotta alla  malaria: in questo secondo contesto ci imbattiamo nella figura di Ettore Marchiafava originario di Patrica che assieme a Angelo Celli riuscirono a scoprire la causa e origine della malaria e a debellarne gli effetti mortali. 
Angelo Celli in particolare che oltre alla professione medica, si adoperò per la distribuzione gratuita del chinino, il rimedio efficace contro il morbo.
 
Giovanni Cena, Sibilla Aleramo, Anna Fraentezel, Alessandro Marcucci per anni si impegnarono, a proprie spese, in una opera di volontariato e di umanità di cui non è facile rinvenire l’eguale: erano loro che andavano a ritrovare nei luoghi, specie i bambini da educare, a impostare punti di incontro in capanne appositamente realizzate, distribuire chinino, a individuare con pericolo delle proprie vite i numerosi nuclei umani sparsi nell’infido territorio. 
 
Solo verso il 1907, con l’aiuto anche del Comune di Roma il cui sindaco in quegli anni era Ernesto Nathan, iniziarono a impiantare scuole e centri di raccolta un po’ dovunque nella Campagna Romana e ai limitari della Palude. 
 
I loro soli oppositori erano i proprietari terrieri che mal vedevano che i loro lavoratori godessero dell’arma pericolosa della istruzione. Ma questo delle ‘scuole dei contadini’ fu un episodio, perché iniziative di siffatto respiro non possono essere portate avanti da uno sparuto gruppo di benefattori e di volontari: e infatti lo Stato arriva, se arriva, in ritardo. La pagina finale delle Paludi pontine venne scritta solo con la Grande Bonifica Mussoliniana che tutto cancellò e trasformò. 

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