A 695 anni dalla morte di Dante Alighieri, sommo poeta della letteratura italiana
Il 14 settembre 1321 moriva a Ravenna Dante Alighieri, ammalatosi dopo un’ambasciata a Venezia
La Tomba di Dante Alighieri è un monumento funebre eretto presso la Basilica di San Francesco nel centro storico Ravenna, antica capitale dell’Impero Romano d’Occidente, città nella quale il Sommo Poeta visse gli ultimi anni della propria esistenza. 
Fra la fine del IV e l’inizio del V secolo, il territorio di quella che ora è l’Italia poteva vantare, oltre a Roma, una serie di centri popolosi e attivi tra cui Mediolanum (Milano), Augusta Treverorum (Treviri) e Aquileia che fu distrutta dagli Unni attorno alla metà del V secolo. Altre importanti città erano Bononia (Bologna) e Ravenna. 
Quest’ultima nel 402 divenne capitale dell’Impero Romano d’Occidente e conservò tale rango anche dopo il 476, sotto Odoacre, gli Ostrogoti e i Bizantini. Ravenna fu una delle poche città italiane che continuò a espandersi nel corso del V secolo, raggiungendo la sua massima estensione nell’età gotica, quando l’aumento della popolazione e del territorio urbano rese necessario un ampliamento della cinta muraria romana.
Dante Alighieri, esule da Firenze, si rifugiò a Ravenna dove scrisse parte del Purgatorio e il Paradiso, e qui morì nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. La città romagnola, sua ultima patria, fino al 12 novembre rende omaggio al Sommo Poeta con “Ravenna per Dante 2016, una ricca programmazione di eventi che comprendono approfondimenti scientifici, occasioni partecipative, letture, incontri formativi, concerti nella cappella musicale della Basilica di San Francesco, visite guidate dai mosaici ai luoghi danteschi, confronto tra ambiti di interesse differente e costruzione inclusiva di un percorso concreto, fatto di luoghi, eventi e persone. 
La seconda domenica di settembre, come da tradizione, è stata dedicata alle solenni celebrazioni in suo onore.
La via intitolata a Dante Alighieri, che permette di accedere al sepolcro del Poeta, è da sempre frequentata da turisti provenienti da tutte le parti del mondo.
La tomba è monumento nazionale ed attorno ad essa è stata istituita una zona di rispetto e di silenzio chiamata “Zona dantesca”, che comprende anche gli antichi Chiostri Francescani e il giardino con il Quadrarco di Braccioforte, posto a fianco del mausoleo dantesco. Quest’ultimo è un antico oratorio, che prende il nome da una leggenda secondo la quale due fedeli prestarono un giuramento invocando il “braccio forte” di Cristo, la cui immagine era posta in quel luogo.
Nel Quadrarco sono presenti due sarcofagi del V secolo, poi riutilizzati dalle famiglie ravennati dei Pignata e dei Traversari. Al centro del giardino, un dosso verdeggiante ricorda il luogo in furono conservate le spoglie dantesche durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il sepolcro di Dante fu costruito tra il 1780 e il 1782 dall’architetto Camillo Morigia per desiderio del cardinale legato Luigi Valenti Gonzaga, secondo i contemporanei dettami neoclassici, nell’intento di restituire nobiltà e decoro alla sepoltura, fino ad allora ospitata all’interno di una semplice cappellina, più volte ristrutturata nel corso dei secoli. Le spoglie del poeta, dopo essere state a lungo nascoste dai frati francescani, per essere sottratte ai Fiorentini che le avevano richieste, furono rinvenute nel 1865 e da quel momento riposano nella Tomba.
La tomba, a pianta quadrata, è a forma di tempietto neoclassico coronato da una piccola cupola. Nella facciata esterna è posta la porta d’ingresso, sovrastata dallo stemma arcivescovile del cardinal Gonzaga, sulla cui architrave è scritto: Dantis Poetae Sepulcrum.
A destra del monumento funebre si apre un piccolo giardino. Nel medioevo era un chiostro facente parte dell’attiguo convento di San Francesco, dove il poeta trovò originaria sepoltura. Nel 1921 il giardino fu chiuso da una cancellata in ferro battuto, realizzata dall’artigiano veneziano Umberto Bellotto.
All’interno la tomba, rivestita di marmi policromi e stucchi, ospita il sarcofago di età romana con sopra scolpito in latino l’epitaffio in versi dettato da Bernardo Canaccio nel 1366):
“I diritti della monarchia, i cieli e le acque di Flegetonte (gli Inferi) visitando cantai finché volsero i miei destini mortali. Poiché però la mia anima andò ospite in luoghi migliori, ed ancor più beata raggiunse tra le stelle il suo Creatore, qui sto racchiuso, (io) Dante, esule dalla patria terra, cui generò Firenze, madre di poco amore”).
Nella parte superiore del sepolcro vi è un pregevole bassorilievo del 1483, opera di Pietro Lombardo, raffigurante Dante pensoso davanti ad un leggio. Ai piedi del sarcofago vi è una ghirlanda in bronzo donata nel 1921 dai reduci della Prima Guerra Mondiale. Sul soffitto arde perennemente una lampada votiva del ‘700, alimentata da olio d’oliva dei colli toscani donato dalla città di Firenze ogni anno il 14 settembre, il giorno della morte del Sommo Poeta. 
Dopo varie vicissitudini, la cassetta con le ossa di Dante, sempre reclamata dalla città di Firenze, il 19 dicembre 1945 venne sepolta poco distante dal mausoleo sotto un tumulo coperto da vegetazione, oggi contrassegnato da una lapide. A Firenze, nella speranza che le reliquie fossero restituite, fu eretto nel 1829, in stile anch’esso neoclassico, un grande cenotafio in Santa Croce raffigurante il poeta seduto e pensoso.
Il Quadrarco di Braccioforte, antico oratorio, era collegato alla chiesa di San Francesco da un portico ora scomparso. Al suo interno sono posti due sarcofagi marmorei del V secolo, riutilizzati dalle famiglie ravennati dei Pignata e dei Traversali. I Chiostri Francescani erano parte del convento costruito nel 1261 vicino alla chiesa omonima. Quelli di oggi non sono gli originari, risalgono al XV secolo e hanno tracce di interventi del XVII.
Anche Ravenna Festival quest’anno ha ricordato il Sommo Poeta, con la rappresentazione, presso i Chiostri Francescani, di “Dante muore”, lo spettacolo teatrale ideato e diretto da Simone Corso. Un sogno sognato con gli occhi di Dante Alighieri, che reinventa i suoi ultimi istanti di vita e traccia un solco tra la morte dell’uomo e l’eternità del poeta.
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