Artist Ferdinando Codognotto poses in his Roman workshop (Photo: Carole Scambray)

An artist doesn’t simply create objects, write poetry, compose harmonies with seven notes, or paint canvases. Whatever expressive form they choose, artists actually look through matter — through what exists — and move beyond it. They absorb moods and emotions to recreate and reinvent them, generating new ones in those who admire the results of their creativity. Above all, though, theirs is an invitation to stand face to face with a slower form of time: an invitation to meditate instead of hurrying, to savor instead of taking a quick bite. Artists, in other words, invite us to reflection, and to take a stance instead of running and rushing while we are distracted by other things. In every work of art, we’ll find a reference, an inspiring prompt. What do I feel? What did the artist feel or what brought them to express themselves this way, what emotion is imprisoned in a sculpture or fixed forever in a portrait? Why does a photograph attract me and where does that two-centuries-old painting bring me? 

Artists are also a bridge between past and present, a term of comparison with the artistic movements that preceded them, and a leap towards new horizons. They give us secret access to possible, or even just imaginary, futures. They are both what came before us and a preview of what we could become. But they also offer us a free, critical perspective on the world, a call to look into our conscience and think about who we are and how we live. 

When we enter the Capitoline Museums in Rome, our eyes are immediately drawn to the fragments of a giant, colossal stone statue, whose face still commands respect and suggests power. It dates back to 313-324 AD, and this alone makes us think. Will what we build today last this long? Is this portrait of Emperor Constantine a sufficient point of comparison to nullify today’s vanities? Or does it tell us that the ego of the person who commissioned this statue — which was supposed to be 12 meters high — was only partially represented? 

The truth is that, if we stroll through Rome, there are a thousand other things that can pique our interest. One of them is not far from the iconic Piazza Navona. Even before entering the studio of one of our capital’s leading contemporary artists, we come across traces of his work here and there: they guide passersby and stimulate their curiosity. And that’s how artistic experiences begin, because they always start with something attracting our attention, attracting our gaze; they always begin with us asking ourselves what’s about to happen. Then the meeting with the artist comes, and we take another step: we see his work and discover a piece of ourselves, of our time, of our environment and its re-elaboration. Now we see seven decades of activity and the ability, without captions or elaborate explanations, to convey a message. Ferdinando Codognotto’s art is imagination and know-how, manual skills and creation, nature and machine in a relationship of encounter and opposition, fusion and separation. 

From the scent of Swiss pine wood permeating his workshop to the warm light of works that convey the urgency of communication through art. “I am the wood,” the artist — born in 1940 — said several times while talking about himself, thus making clear how visceral his relationship with the raw material is. He loves it because it is warm and opposed to the coldness of bronze and marble, neither of which he is too keen on, but also embody the final result of his creative expression. What does this tell us? It tells us that the experience this artist, born in Veneto but a Roman by adoption, goes through is essential, but so are skills, technique, and knowledge about his ancient material, wood, and carving it. 

Then, everyone walks on stage holding hands with their own artistic sensitivity and taste: whether they find a connection with or distance from the work of art, whether they are attracted or disinterested by it, the experience still defines the observer and qualifies them. For this internationally appreciated sculptor, who dedicated his entire life to his passion, art is, first and foremost, communication. It is about being able to say something to everyone, from the simplest to the most refined person. And here lies a key to the creative process: it is dialogue, encounter, sharing. But it is also a narrative of a city, Rome, where marvelous works of a glorious past coexist with the modern inspiration of today’s artists who, using a precious alpine wood already en vogue in the seventeenth century, and carved with techniques that seem eternal, tell the story of the disorderly time we live in.

Quello che fa un artista non è “semplicemente” creare oggetti, scrivere poesie, comporre armonie musicali da sette note o dipingere tele. Qualunque forma espressiva scelga, quell’artista sta in realtà guardando attraverso la materia, l’esistente, l’oggetto, e sta andando oltre. Assorbe gli umori e le emozioni e le ricrea, le reinventa, generandone poi altre in chi ammirerà il frutto della sua creatività. Soprattutto invita a confrontarsi con un tempo lento e diverso, suggerisce una meditazione dove c’è fretta e induce ad assaporare anziché mordere. In altre parole suggerisce una riflessione, una presa di posizione laddove noi stiamo correndo, mentre ci affanniamo distratti da altro. In ogni opera c’è un rimando, l’invito a una suggestione interiore. Cosa provo? Cosa sentiva o ha spinto l’artista a esprimersi in un certo modo, quale emozione c’è imprigionata in una scultura o fissata per sempre dentro un ritratto? Perché una fotografia attira il mio sguardo e dove mi porta quel quadro dipinto due secoli fa?

Un artista è anche un ponte tra passato e presente, confronto con le correnti espressive che lo hanno preceduto e slancio verso orizzonti inediti, offre passaggi segreti verso futuri possibili o anche solo immaginari. E’ al contempo quello che è stato prima e l’anteprima di come potremmo diventare ma è anche uno sguardo critico e libero o un invito a fare un esame di coscienza, a pensare su ciò che siamo o su come viviamo.

Quando entriamo nei Musei Capitolini di Roma, il nostro sguardo è immediatamente attratto dai frammenti di un gigante di pietra, una statua colossale il cui volto ancora incute rispetto e suggerisce potere. Risale al 313-324 dopo Cristo e solo questo dà da pensare. Quello che costruiamo oggi durerà così tanto? L’imperatore Costantino così ritratto è un termine di paragone sufficiente per annullare le vanità di oggi o ci dice che l’ego di colui che commissionò i 12 metri in cui doveva essere originariamente realizzata la statua, è stato solo parzialmente rappresentato? 

Ma se passeggiamo per Roma ci sono mille altri spunti che possono solleticare la nostra attenzione. Uno fra i tanti, si trova a poca distanza dalla iconica Piazza Navona. Prima ancora di entrare nell’atelier di uno dei principali artisti contemporanei, ecco qua e là venirci incontro le sue tracce: guidano il passante solleticandone la curiosità. Inizia così l’esperienza artistica perché tutto comincia dall’attenzione, dallo sguardo, dal chiedersi cosa sta per succedere. Poi arriva l’incontro vero e proprio e un altro passo è stato fatto: vediamo l’opera e scopriamo un pezzo di noi, del nostro tempo, del nostro ambiente e la sua rielaborazione. Ecco ora affiorare i sette decenni di attività e la capacità, senza didascalie o spiegazioni elaborate, di trasmettere un messaggio. L’arte di Ferdinando Codognotto è immaginazione e saper fare, manualità e creazione, natura e macchina in un rapporto di incontro e contrapposizione, fusione e separazione. 

Dal profumo di cirmolo che permea il suo laboratorio, alla luce calda di opere che fanno capire l’urgenza di comunicare attraverso l’arte. “Io sono il legno” ha detto più volte l’artista classe 1940 raccontandosi, facendo capire quanto viscerale sia il suo rapporto con la materia prima, amata perché calorica e contrapposta al freddo del bronzo o del marmo a cui ha detto di essere refrattario, ma anche il risultato finale della sua espressione creativa. Cosa ci dice questo? Che l’esperienza che vive l’artista, veneto di nascita ma romano di adozione, è essenziale ma lo è anche la padronanza degli strumenti e della tecnica, il sapere tutto del suo legno antico e dell’intaglio. Poi ciascuno, con la sua sensibilità e gusto entra in scena: può trovare somiglianza o contrapposizione, attrazione o disinteresse ma anche questo definisce l’osservatore, lo qualifica. 

Per questo scultore internazionalmente apprezzato, una vita dedicata alla sua passione, l’arte è innanzitutto comunicazione, è saper dire qualcosa a tutti, dalla persona più semplice a quella più acculturata, e proprio qui si nasconde una chiave di volta del processo creativo: è dialogo, incontro, condivisione. Ma è anche racconto di una Roma in cui convivono opere mirabili di un passato glorioso e la suggestione moderna degli interpreti dei nostri giorni che, usando un pregiato legno alpino che si lavorava già nel Seicento con tecniche che sembrano eterne, raccontano il tempo disordinato che viviamo oggi.


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