E’ un piccolo, prezioso, tesoro. Racconta una storia antichissima che risale alla Guerra di Troia ma ha un finale contemporaneo ben più importante: l’eroe greco Aiace Telamonio è riemerso dal passato per farsi ammirare a 111 anni dal suo ritrovamento ed è tornato a casa, là dove era stato scoperto nel 1908, svelando una somiglianza impressionante con il Tinia di Malibù.

Siamo a Populonia, a pochi passi da un imponente castello quattrocentesco che domina l’incantevole golfo di Baratti, una zona ricchissima di reperti archeologici di età etrusca e romana, paesaggisticamente meritevole. Di fronte c’è l’Isola d’Elba, famosa meta turistica dell’Arcipelago Toscano ma anche culla delle civiltà italiche più antiche grazie ai suoi ricchissimi giacimenti di ferro. 
Nel Museo Etrusco, dove la Collezione Gasparri riempie gli spazi dell’ex frantoio del borgo medievale, con 70 anni di ritrovamenti appartenenti a diverse fasi storiche e provenienti sia dagli scavi urbani sia dai recuperi sottomarini, troneggia “Il ritorno dell’eroe. Aiace a Populonia a 111 anni dalla scoperta”.

Aiace suicida si mostra nel suo minuscolo ma iconograficamente perfetto splendore.
Durante gli scavi del 1908, nella Necropoli di San Cerbone-Casone, venne trovato questo bronzetto a fusione piena, alto dieci centimetri e datato 480-470 a.C. che raffigurava un soldato armato di elmo e schinieri con una spada che sta per conficcarsi nel fianco. Giaceva nella Tomba dei letti funebri della città etrusca di Populonia, oggi visibile nel Parco Archeologico di Baratti. Era sopravvissuto ai saccheggi dei tombaroli antichi e moderni. La sua bellezza lo portò subito a far parte della collezione del Museo Topografico dell’Etruria a Firenze ma l’alluvione del 1966 lo consegnò ai magazzini del museo archeologico fiorentino. Lì, il piccolo capolavoro della bronzistica antica, è rimasto “imprigionato” dentro una scatola che lo ha tenuto lontano dal pubblico e dalla fruizione.
La mostra, curata da Carolina Megale e Marco Sofia, con il sostegno del gruppo di Past in Progress in collaborazione con il Castello di Populonia, Fondazione Livorno e Fondazione Livorno Arte e Cultura, lo ha restituito alla storia.

Sorprende, tra le altre cose, una somiglianza.
La figura di Aiace sembra trovare affinità tecnico-stilistiche con alcuni bronzetti coevi come il Capro di Bibbona esposto al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, e come il Tinia di Malibù che è arrivato al Paul Getty Museum. I bronzetti, di elevata qualità, furono prodotti  nei laboratori artigiani di un centro dell’Etruria settentrionale, con altissima probabilità proprio in una bottega di Populonia, tra la fine del VI e il V secolo a.C. Si potrebbe pensare ad un’interessante mostra comparativa dell’Aiace con l’opera esposta al Getty, che possiede il Tinia dal 1955.

“Sì, sarebbe bello far incontrare le statuette etrusche. Magari a Populonia, dove probabilmente sono state entrambe prodotte” dice a L’Italo-Americano Carolina Megale, Direttore scientifico del Museo Etrusco di Populonia Collezione Gasparri e docente di Metodologia della ricerca archeologica alla Scuola di Specializzazione dell’Università di Firenze.

Anche la stautetta di Malibù fu realizzata con la tecnica della fusione piena e la rifinitura a freddo. Tinia o Vertumna era la massima divinità etrusca, corrispondente a Zeus e a Iuppiter. Nell’iconografia viene spesso rappresentato con la barba e in trono e il suo attributo distintivo è la folgore, la cui forma varia non per convenzioni artistiche, ma per distinguere tre diverse specie di fulmini scagliati, oppure uno scettro, talvolta simile a un tridente. Nel bronzetto conservato a Malibù, che indossa la tabella, il classico mantello etrusco da cui derivò la toga romana, la folgore è andata persa ma la posizione della mano sinistra lascia intendere che la impugnava. Piccole figure come questa venivano spesso lasciate nei santuari come offerta agli dei.

Nel caso dell’Aiace invece, il lavoro dell’artigiano si è soffermato sulla resa quasi maniacale dei particolari, soprattutto quelli dell’elmo eseguiti con l’utilizzo del bulino e del cesello. Il modellato del corpo mostra una definizione muscolare netta e precisa e al contempo ben proporzionata e non rigida. La barba lunga e curata è resa con linee strette parallele incise, con baffi e una tondeggiante mosca sotto il labbro inferiore. Chi lo ha realizzato si è probabilmente ispirato a una statua di dimensioni maggiori e lo stile rimanda alla scultura greca del periodo severo (480-450 a.C.) quando si ritraeva una muscolatura fluida ma definita, movimenti quasi acrobatici e proporzioni corporee perfette, e ha rimandi alle famose sculture del frontone orientale del tempio di Athena di Egina che narrano la prima conquista di Troia compiuta da Eracle con l’aiuto di Telamone, padre di Aiace.

Ma chi era Aiace?
Iliade e Odissea ne narrano le gesta sul campo di battaglia e nell’oltretomba. I poemi omerici lo descrivono come un eroe di statura elevata, il più altro tra gli Achei, un guerriero dal coraggio eccezionale, secondo per valore solo ad Achille. Omero lo descrive come la “rocca degli Achei”. Permaloso, eccelleva nell’arte della guerra per potenza e velocità. Combatteva con una lunga lancia e si difendeva con un grande scudo costruito con sette pelli di bue e rivestito di bronzo. La parte più tragica e dolorosa delle vicende di Aiace è tramandata da due poemi del ciclo troiano: Etiopide e Piccola Iliade.

Quando Achille fu ucciso dalla mitica freccia che colpì il suo tallone, Aiace riuscì a recuperarne il corpo e a portarlo in salvo per celebrare gli onori degni di un eroe. Dopo il rituale funebre, Aiace reclamò per sè le armi del cugino Achille ma ad ottenerle fu Ulisse. Colmo d’ira, Aiace distrusse il bottino di guerra degli Achei. Preso poi dalla vergogna e dal disonore arrivò alla decisione di porre fine alla sua vita affinché l’onore della famiglia fosse riscattato. Per suicidarsi usò la spada che gli aveva donato Ettore, il primogenito di Priamo, re di Troia, che difese strenuamente prima di essere ucciso in combattimento da Achille. Aiace infisse la spada nella sabbia e si buttò nudo su di essa. A causa del suicidio il suo corpo non poté essere bruciato come avveniva per gli eroi morti in battaglia. Fu così sepolto come immortalato nella struggente raffigurazione su una coppa attica a figure rosse dove il corpo dell’eroe, con la spada ancora conficcata nel torace, viene coperto con un tessuto da Tecmessa, la sua concubina. L’iconografia lo ritrae nell’attimo precedente il suicidio o subito dopo la morte, con la spada infilata nel corpo.

“La mostra di Aiace, prorogata fino al 7 giugno, rinnova l’appuntamento che il Museo Etrusco di Populonia offre ogni anno ai visitatori del Castello della Maremma livornese, per confrontarsi su temi legati all’archeologia della città e del suo territorio e al rapporto tra i cittadini e il patrimonio culturale. L’inaccessibile magazzino di Firenze ospita una grande quantità di materiale archeologico proveniente da Populonia e dalle altre maggiori città etrusche, del quale il pubblico non può godere ma è nostra volontà riportarle temporaneamente e a rotazione qui a Populonia, come stiamo facendo con l’Aiace 111 anni dopo il ritrovamento.  Ma – dice ancora Megale – invitiamo anche il pubblico d’oltreoceano a conoscere i capolavori etruschi conservati nella provincia di Livorno, ricca di ritrovamenti e persino di opportunità di scavo da vivere in prima persona. Qui, con il progetto Archeodig, si può fare un’esperienza di archeologia condivisa: volontari da tutto il mondo e studenti delle università americane possono aiutare gli archeologi a fare ricerche sul campo”.


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