Viticulture and wine making are part of Italy history since ancient times (Photo: Mirko Vitali/Dreamstime)

A glass of Italian red: who hasn’t relaxed after a long day at work with one?

Italian wines are the epitome of quality and versatility, of tradition and elegance: this is not only because of the work and skills of our winemakers but also, as it happens in much of the Mediterranean basin, because wine is something we’ve been making for millennia.

Blessed with the perfect climate, Italy’s connection with the vine and the grape began around the year 1000 BC, courtesy of the Phoenicians and the Greeks, even though traces of rare local production were found by archaeologists.

The Phoenicians were traders coming from modern Lebanon, who maintained their dominion on the Mediterranean for centuries: while traveling and trading, they would also introduce wine to the people they came into contact with, including those living in Sardinia and Sicily, where they imported wine in large quantities.

Winemaking, however, and vine cultivation on a large scale, was introduced in the peninsula by the Ancient Greeks, who brought along new varietals and adapted them to the soil and climate of our South. The glorious people of Hellas, fathers of western civilization along with our ancestors the Romans, were central to the history of winemaking in Italy, especially in our southern regions where, still today, some of the varietals they introduced are still used. Historians acknowledge the first regions cultivating grapes and making wine were Calabria, Campania, and Sicily, but they don’t quite agree on the order: for some, the motherland of wine was Calabria, for others, it was Sicily, from where winemaking spread throughout the country. In any case, by the 7th century BC, wine was commonly made and consumed by the Etruscans, in Tuscany, northern Latium, and Emilia-Romagna, and by the Celtic populations of the North.

A classical mosaic celebrating grapes and wine. The Greeks and the Phoenicians brought wine to Italy, but it was the Romans who made it a European thing (Photo: Sytilin Pavel/Shutterstock)

Of course, when we talk about the history of wine in the Belpaese, it’s difficult not to think immediately of the Romans. Great producers of this golden or ruby-red nectar, they also made it common throughout their large empire, transforming it into a pan-European drink. But the Romans – and the Greeks – didn’t drink wine the way we do, as they would always mix it with water, probably because of its high alcohol content, much higher than that of modern wines. It is likely, experts say, that their winemaking techniques were relatively rough and yielded a strong product when compared to the smooth silky taste of modern  Italian wines: water, in other words, was essential to enjoy your daily glass of red.

So essential in fact that, during banquets and gatherings, there was a person, the magister bibendi or rex convivii, who would establish the right proportion between water and wine – it was usually 65%/35%  ratio –  and how many glasses could be consumed during the meal. But what, perhaps, is more striking about wine in Roman times is how ubiquitous it was: everyone, from the Emperor all the way to the slave, drank it, in a fashion that very much remained common in Italy and across all Mediterranean countries. Indeed wine in the Belpaese is, still today, a drink for all,  that transcends wealth and social class.

In order to cater to people of all economic and social extraction, there were different types of wines, some of better quality and pricier, other a tad more low key and cheaper, which were often mixed with honey and spices to make them more palatable. Back then, the best wine was Falerno, a red from the South, but wine coming from Castelli Romani, near Rome, was also appreciated.

After the end of the Roman Empire, viticulture stopped being central for some centuries. The Barbarians weren’t too interested in wine, preferring mead and beer to it, and winemaking became an activity limited to monasteries and convents. Even if these were years of little trade and consumption, vinification techniques were greatly improved by the monks.

With the Renaissance,  wine came back in vogue and a period of thriving development and trade began: Italy returned to be the largest exporter of wine – a record it had lost during the Middle Ages – also thanks to new commercial sea routes, and many winemaking houses were founded around the country. But it was a short-lived victory: with the fall of the Medicis in Florence, Italy fell almost entirely under the dominion and the Spaniards and the Habsburg, who cared very little about winemaking.

While Italians kept on consuming wine largely throughout the 18th and 19th centuries, export was incredibly limited. Things didn’t get better during the first half of the 20th century when two world wars destroyed many vineyards and tragically reduced the number of men working in them. It was only in the 1960s that things started picking up again, with a return to local cultivars and the introduction of technology to improve the winemaking process. Tuscany was the first region to adopt new methods, followed by Piemonte, Friuli  and, then, the rest of the country.

Today, Italy is the largest wine producer in the world, with 47.2 mhl, and the second exporter after France.

Un bicchiere di rosso italiano: chi non si è mai rilassato così dopo una lunga giornata di lavoro?

I vini italiani sono la quintessenza della qualità e della versatilità, della tradizione e dell’eleganza: questo non solo grazie al lavoro e all’abilità dei nostri viticoltori ma anche, come accade in gran parte del bacino del Mediterraneo, perché il vino è qualcosa che facciamo da millenni.

Dotata di un clima perfetto, il legame dell’Italia con la vite e l’uva è iniziato intorno all’anno 1000 a.C., per gentile concessione dei Fenici e dei Greci, anche se tracce di rare produzioni locali sono state trovate dagli archeologi.

I Fenici erano commercianti provenienti dall’odierno Libano, che mantennero il loro dominio sul Mediterraneo per secoli: viaggiando e commerciando, avrebbero anche introdotto il vino ai popoli con cui venivano in contatto, compresi quelli che vivevano in Sardegna e Sicilia, dove importavano vino in grandi quantità.
La viticoltura, tuttavia, e la coltivazione della vite su larga scala, fu introdotta nella penisola dagli antichi Greci, che portarono con sé nuovi vitigni e li adattarono al suolo e al clima del nostro Sud. Il glorioso popolo degli Elleni, padri della civiltà occidentale insieme ai nostri antenati Romani, è stato centrale per la storia della viticoltura in Italia, soprattutto nelle nostre regioni meridionali dove, ancora oggi, vengono utilizzati alcuni dei vitigni da loro introdotti. Gli storici riconoscono che le prime regioni a coltivare l’uva e a produrre vino furono la Calabria, la Campania e la Sicilia, ma non sono del tutto d’accordo sull’ordine: per alcuni la patria del vino fu la Calabria, per altri fu la Sicilia, da dove la viticoltura si diffuse in tutto il Paese. In ogni caso, nel VII secolo a.C., il vino era comunemente prodotto e consumato dagli Etruschi, in Toscana, nel Lazio settentrionale e in Emilia-Romagna, e dalle popolazioni celtiche del Nord.

Naturalmente, quando si parla della storia del vino nel Belpaese, è difficile non pensare subito ai Romani. Grandi produttori di questo nettare dorato o rosso rubino, lo hanno anche reso comune in tutto il loro grande impero, trasformandolo in una bevanda paneuropea. Ma i Romani – e i Greci – non bevevano il vino come lo beviamo noi, perché lo mescolavano sempre con l’acqua, probabilmente a causa del suo alto contenuto alcolico, molto più alto di quello dei vini moderni. È probabile, dicono gli esperti, che le loro tecniche di vinificazione fossero relativamente rozze e dessero un prodotto forte rispetto al gusto liscio e setoso dei moderni vini italiani: l’acqua, in altre parole, era essenziale per godersi il proprio bicchiere di rosso quotidiano.

Tanto essenziale che, durante i banchetti e le riunioni, c’era una persona, il magister bibendi o rex convivii, che stabiliva la giusta proporzione tra acqua e vino – di solito era il rapporto 65%/35% – e quanti bicchieri potevano essere consumati durante il pasto. Ma ciò che forse colpisce di più del vino in epoca romana è la sua ubiquità: tutti, dall’imperatore allo schiavo, lo bevevano, in un modo che è rimasto molto comune in Italia e in tutti i paesi del Mediterraneo. Infatti il vino nel Belpaese è, ancora oggi, una bevanda per tutti, che trascende la ricchezza e la classe sociale.

Per soddisfare le persone di ogni estrazione economica e sociale, c’erano diversi tipi di vino, alcuni di migliore qualità e più costosi, altri un po’ più modesti e più economici, che venivano spesso mescolati con miele e spezie per renderli più appetibili. Allora il vino migliore era il Falerno, un rosso del Sud, ma era apprezzato anche il vino proveniente dai Castelli Romani, vicino a Roma.

Dopo la fine dell’Impero Romano, la viticoltura smise di essere centrale per alcuni secoli. I barbari non erano molto interessati al vino, preferendogli l’idromele e la birra, e la vinificazione divenne un’attività limitata a monasteri e conventi. Anche se erano anni di basso commercio e consumo, le tecniche di vinificazione furono molto migliorate dai monaci.

Con il Rinascimento, il vino tornò in auge e iniziò un periodo di fiorente sviluppo e commercio: l’Italia tornò ad essere il maggior esportatore di vino – un primato che aveva perso durante il Medioevo – anche grazie alle nuove rotte commerciali marittime, e molte cantine vinicole furono fondate in tutto il Paese. Ma fu una vittoria di breve durata: con la caduta dei Medici a Firenze, l’Italia cadde quasi interamente sotto il dominio degli Spagnoli e degli Asburgo, ai quali poco importava della viticoltura.

Se gli italiani continuarono a consumare vino in gran parte per tutto il XVIII e XIX secolo, l’esportazione fu incredibilmente limitata. Le cose non migliorarono durante la prima metà del XX secolo, quando due guerre mondiali distrussero molti vigneti e ridussero tragicamente il numero di uomini che vi lavoravano. Fu solo negli anni ’60 che le cose cominciarono a riprendersi, con un ritorno alle cultivar locali e l’introduzione della tecnologia per migliorare il processo di vinificazione. La Toscana fu la prima regione ad adottare nuovi metodi, seguita dal Piemonte, dal Friuli e poi dal resto del Paese.

Oggi, l’Italia è il più grande produttore di vino al mondo, con 47,2 mhl, e il secondo esportatore dopo la Francia.


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