La fortuna degli artisti e dei collezionisti d'inizio Novecento

Come si sa il collezionismo moderno, quello che fa muovere soldi e opere d’arte e cultura, si è consolidato e diffuso negli Stati Uniti agli inizi del secolo scorso: i maggiori musei non sono che l’eredità e i lasciti dei collezionisti mecenati. E i più sensibili e più accaniti compratori furono gli imprenditori di tutte le categorie, i cui nomi oggi sono quasi leggenda: Frick, Morgan, Havemeyer, Rockfeller, Rothschild, Mellon, Getty, Chester Dale, Guggenheim per ricordarne solo pochi…e alcune donne inimmaginabili, da conoscere di più da parte del lettore:  Gertrude e Sarah Stein, le sorelle Cone,  Louisine Havemeyer, Isabella Stewart Gardner…

Uno di questi collezionisti agli inizi del Novecento fu il Albert Barnes di Philadelphia (1872-1951) che si era arricchito enormemente grazie ad un medicinale per gli occhi da lui scoperto e messo in vendita. Quando arrivava a Parigi per i suoi acquisti d’arte agli inizi del Novecento, davanti all’albergo la mattina era una folla di mercanti e galleristi che lo attendava. Barnes non acquistava un quadro degli artisti che prediligeva, ma cinque, dieci, venti. Si racconta un episodio: il suo mercante e consigliere di fiducia parigino, Paul Guillaume, il novo pilota dell’infelice Modigliani come scrisse su uno dei quadri nei quali lo ritrasse, lo condusse nello studio di un geniale ed originale artista, ma morto di fame e incompreso come tanti, grande amico di un altro genio incompreso, Modigliani appunto. Si racconta che la miseria  e il degrado personali erano così grandi che nelle orecchie gli si erano costituiti nidi di pulci! Ebbene Barnes entrò nella sua stalla-studio e rimase colpito dalla vitalità e quasi violenza dei colori e dei soggetti delle opere e acquistò…tutto l’esistente, si dice circa 180 opere: iniziò la gloria di Chaim Soutine, così si chiama l’artista, che incassata la moneta, immediatamente partì per la  Costa Azzurra, a godere, finalmente!

Barnes mise assieme una collezione incredibile: 181 di soli Renoir (oli e non stampe!) e 22 di Cézanne (oli e non stampe o altro!) e poi 8 Picasso, 8 miracolosi Modigliani, De Chirico, Gauguin, perfino 3 Van Gogh, Soutine in quantità e centinaia di altre opere, anche antiche, anche di artisti americani. Fece costruire un museo apposito nei sobborghi di Philadelphia per ospitare le sue opere ed ecco l’aspetto incredibile: a nessuno era consentito entrare!

Il museo anzi la Barnes Foundation era aperta solo agli studenti e agli studiosi e a coloro che attraverso l’arte volevano e vogliono maturare e migliorare la propria cultura e personalità: il suo intendimento era, ed è, aprire le porte alla gente comune per educarla all’arte e alla cultura! Turisti e curiosi non entrano! Basti pensare che il suo consulente e collaboratore era il massimo studioso di pedagogia dell’epoca, John Dewey. Con la morte del dr Barnes, oggi la situazione si è un po’ addolcita.

Un sole splendente lo incontriamo a Roma a partire dal 1929 all’incirca. Una donna di origini ciociare di Carpineto, pronipote di papa Leone XIII il quale vegliò molto sulla sua educazione: si chiama Anna Letizia Pecci, il cognome del papa. Qualche anno prima, nel 1919, aveva impalmato un ricchissimo banchiere americano, un Blumenthal, ebreo sefardita, divenuto poi per ragioni politiche Blunt. E perciò Anna Letizia Pecci Blunt, nota come Mimì  (1885-1971) la favolosa.

Già il luogo della abitazione romana è un marchio: il palazzo cinquecentesco, con gli affreschi di Taddeo Zuccari, che si vede ai piedi dell’Aracoeli e alle scale del Campidoglio dove ancora oggi è scritto: Blunt, è un segno della posizione sociale di Mimì. Dopo il matrimonio visse per alcuni anni a Parigi in una villa principesca del 1700 dove nel suo salotto accoglieva l’élite intellettuale e artistica del momento: Cocteau, Braque, Picasso, Gide, Claudel… A Roma continuò accanitamente l’attività culturale e artistica già iniziata a Parigi: i celeberrimi  ‘concerti di primavera’ tenuti  nel suo palazzo dove si esibirono i maestri dell’epoca, alcuni la prima volta a Roma: Goffredo Petrassi, Igor Stravinskij, Arthur Honegger, Paul Hindemith, Arthur Rubinstein, divennero un richiamo internazionale.

Affianco alla attività musicale ne iniziò una espositiva e letteraria in un piccolo spazio fuori del palazzo, dove  nel 1933/35  aprì al pubblico la sua indimenticabile galleria d’arte la Cometa diretta da un altro grande, il ciociaro Libero de Libero: qui espose la crema degli artisti dell’epoca: Guttuso, Savinio, Cagli, De Chirico, Mafai, Ianni, i futuristi e si avvicendarono gli artisti e poeti più all’avanguardia: Moravia, Bontempelli, Ungaretti, Carlo Levi, Quasimodo, Pirandello…
Le leggi razziali famigerate e assassine del 1938 interruppero tale ineguagliabile impresa e obbligarono Mimì e famiglia ad emigrare in America: Cecil il marito, come detto più sopra, era ebreo. A New York Mimì continuò con la sua passione nel far conoscere l’arte italiana e l’attività riprese col solito impegno e passione. Vi rimase fino a guerra conclusa.

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