Il mistero della Pasqua tra Passione e Resurrezione

 Il mistero della Pasqua tra Passione e Resurrezione

Gesù caduto portando la croce (Nicola Fumo, 1698)

La Pasqua è l’occasione per tornare a parlare ed interrogarsi sulla figura di Cristo e soprattutto sull’importante messaggio che ci ha voluto lasciare. Con la Passione  il figlio di Dio ha  condiviso fino  all’estremo la sofferenza e il dolore dell’uomo.

La preghiera di  Papa  Francesco,   al termine della Via Crucis  al Colosseo,  si  concentra  ogni anno  su tutte le croci del mondo : la croce delle persone sole e abbandonate, degli anziani, degli ammalati, delle persone assetate di giustizia e di pace, dei migranti che trovano le porte chiuse  a causa della paura e dei cuori blindati dai calcoli politici, delle ipocrisie e dei tradimenti, della Chiesa assalita dall’interno e dall’esterno,  della casa comune che appassisce sotto gli occhi egoistici e accecati dall’avidità e dal potere e quest’anno sulla  croce  della terribile pandemia che stringe in una morsa tutto il mondo. Se con la Passione Cristo ha condiviso fino  all’estremo la sofferenza dell’uomo, con la Resurrezione ha dato però una forte risposta di speranza. Un messaggio di speranza sul senso della vita, sulla  fatica di vivere, sulle sofferenze da affrontare, che spesso non sembrano avere alcun senso  o spiegazione. Solo un messaggio, un progetto d’amore possono dare senso alla nostra vita.

Segno di contraddizione, la Croce è il simbolo per eccellenza  del Cristianesimo.

Con la morte di Cristo,  da segno di scandalo e di follia, essa  diviene simbolo di gloria cosmica. Ma già nella storia delle religioni ha spesso  assunto un significato  universale : la teologia della croce si è sviluppata infatti in due direzioni, quella del suo ruolo salvifico e quella della natura divina di Colui che è stato crocifisso. Vista nell’ottica della fede, diviene la luce nel cuore delle tenebre, il luogo della battaglia vittoriosa di Cristo contro le forze del  male e contro la morte.  

Giunge dalle Scritture tale concetto e rappresenta la novità radicale del Cristianesimo : Dio esige che il dono d’amore giunga fino al sacrificio della vita per colui che ama. Perché la salvezza del mondo sarebbe dovuta passare attraverso la morte cruenta del Cristo? Perché il peccato e la violenza degli uomini non hanno  riconosciuto Gesù innocente e senza peccato.

Sappiamo che presso i Romani il supplizio della crocifissione  era la pena  infamante per eccellenza, basti ricordare la fine dello schiavo Spartaco e degli insorti. Tale morte era riservata ai condannati indegni dello stesso nome di uomo, così che il supplizio era un potente deterrente per gli spettatori, che nel contempo soddisfacevano la loro malsana curiosità di vedere morire il condannato fra gli spasimi.

Con Cristo questo segno infame di morte  si converte in segno di vittoria. Il senso della croce si può del resto già intuire nel racconto dell’Ultima Cena : essa è al centro della Passione, perché è qui che Gesù ha la premonizione della fine ed è qui che si rivela il senso della vita e della morte. Quando vengono per arrestarlo, Cristo la vita l’ha già data,  Giovanni evoca questo momento nel  gesto di amore e compassione  fraterna che è il lavaggio dei piedi.

La Croce ricapitola la totalità del mistero cristiano, che è quello del passaggio dall’ignominia del  Venerdì Santo  all’esaltazione della Pasqua di Resurrezione,  diviene   il  passaggio obbligato per  i primi cristiani,  Sant’Agostino  esprime questa  dottrina ne La Città di Dio, Gli Atti degli Apostoli  diranno che l’opera di morte viene dagli uomini,  così come la Vita proviene da Dio. E come dimenticare Santa Teresa D’Avila quando dice che l’amore di Dio ha convertito l’eccesso di male in amore eccessivo di bene? La Croce  illumina  lo scandalo profondamente opaco della sofferenza umana, solo comprendendo questo, si può capire come Cristo non  l’abbia  accettata   per desiderio di sofferenza, ma ha bevuto l’amaro calice  per amore verso l’uomo che soffre.

Nella storia del Cristianesimo  bisogna però attendere il IV secolo perché essa  si imponga come segno di vittoria. Per la sua forma  il tempio diviene il tempio di Cristo e questo lo dice già Sant’Ambrogio nel 395 quando afferma il carattere trionfale del simbolo.  Le prime immagini cristiane  sono dei segni, perché, come dice anche Lutero, l’immagine comporta sempre il rischio di idolatria. Cipriano, Tertulliano e fino al Concilio di Elvira del 312 l’iconografia era interdetta nella Chiesa.

L’iconografia entra nel Cristianesimo come memoria dei martiri. E non va certo dimenticato il sogno di Costantino “In hoc signo vinces” che avrà la sua importanza nei secoli avvenire. Dopo la conversione dell’Imperatore e la successiva Donazione, la teologia cristiana viene  influenzata dall’ideologia romana : la croce diviene  segno di vittoria e da allora il segno si  imporrà nel mondo come segno di totalità.  Più difficile  risulta invece collocare  l’origine dell’immagine di Cristo in croce, anche se possiamo dire che  già in epoca carolingia si sviluppa il tipo di crocifisso monumentale. I Concili di Efeso e di Calcedonia avevano  già proclamato il dogma della duplice natura del Cristo, vero Dio e vero Uomo. Il monachesimo, la regola benedettina definiscono le basi di  una nuova cultura e quindi  la realtà  di un Cristo incarnato.

E’ nel Medioevo che l’evoluzione del sentimento religioso diviene realmente significativo : nella cristianità medievale il culto della croce è intenso, si sviluppa nel corso  dell’XI secolo,  le Stazioni divengono un elaborato esercizio di pietà dopo il Concilio di Trento. Ma già era stata abbandonata la bellezza formale derivante dall’arte  romana per assumere l’iconografia del Cristo sofferente scolpito da Cimabue fino a raggiungere il senso di radicale solitudine della sofferenza che scaturisce dal retablo di Grunewald che la  illustra con drammatico  realismo.

Nel ‘600 nascono  le  gloriose croci  barocche che recano il segno di una morte vinta dalla Resurrezione, di una salvezza dove la croce non è altro che passaggio, transizione. Questa tendenza si inscrive nella Controriforma come deliberata volontà di  legare in una stessa immagine il Cristo che soffre e quello che vive nella gloria,  per sempre.

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