L’eredità morale di Paolo Borsellino: la famiglia, Palermo e il suo mondo denso di umanità e giustizia

L’eredità morale di Paolo Borsellino: la famiglia, Palermo e il suo mondo denso di umanità e giustizia

Al centro il giudice Paolo Borsellino insieme a Giovanni Falcone e ad Antonino Caponnetto (a destra) che guidò il pool antimafia dal 1984 al 1990

Parafrasando Einstein, se il tempo può essere definito come una dilatazione dello spazio, allora ogni istante può essere nullo oppure infinito.
Per questo, Paolo Borsellino, il magistrato palermitano assassinato dalla mafia assieme ad Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, i cinque agenti della sua scorta, il 19 luglio 1992, “sospende” il tempo, ne soppesa i limiti.

Succede nel libro di Ruggero Cappuccio intitolato “Paolo Borsellino. Essendo Stato” dove il giudice assassinato, si racconta  nell'istante precedente e in quello successivo alla morte. Lì si chiede fino a che punto sia morto e se lo sia davvero mentre passa in rassegna una vita iniziata in una città segnata da una strana povertà dove i più poveri giocavano con lui, figlio privilegiato di un farmacista, nel quartiere Kalsa, nella grande piazza, la Magione, un fazzoletto di terra battuta, cuore di una dolente e antica capitale.

Come recita la quarta di copertina, “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare quello che non ci piace, per poterlo cambiare”. Sono parole di Borsellino che della sua città era innamorato e voleva cambiarla. Voleva il suo bene e da giudice ha lavorato per renderla migliore, per estirpare il male che racchiudeva, che contiene ancora oggi, e che ha avuto la meglio su di lui nella traumatica Strage di via d’Amelio di 27 anni fa.

Proprio in questi giorni, desecretati 1600 documenti conservati negli archivi dell’Antimafia, sono riemersi i suoi audio-verbali finora segreti: “La macchina blindata c’è solo la mattina, così posso morire il pomeriggio”.
Lo disse 8 anni prima dell’assassinio, nel 1984, mentre stava lavorando al maxi-processo a cosa nostra ed era pienamente operativo il "pool antimafia" istituito da Rocco Chinnici, ucciso il 29 luglio 1983. Un momento delicato della storia d’Italia. Borsellino lamentava grossi problemi sulla sicurezza e la gestione delle scorte.

Nel suo oscillare tra la vita e la morte, si srotolano i ricordi di una vita che lo vide insieme a Giovanni Falcone e ad altri magistrati, lavorare con un nuovo metodo di indagini, attraverso il pool coordinato dagli stessi membri del gruppo, per far sì che le esperienze e il lavoro dell'uno fosse confrontato, confrontabile e integrabile con quello degli altri.
Nel corso delle riflessioni, il suo pensiero va spesso agli uomini della scorta, morti insieme a lui, a sua madre, alla moglie Agnese, compagna di una vita, ai figli, ai colleghi e, per primo, a Giovanni Falcone, il suo amico d'infanzia, di pochi mesi più anziano di lui, compagno di vita, di giochi e di lavoro.

La morte li vide separati per poco, Giovanni lo precedette il 23 maggio mentre percorreva il tratto di autostrada che dall'aeroporto conduce a Palermo e lo fermò a Capaci. Insieme alla sua, furono interrotte, anzi dilaniate, le vite della moglie Francesca Morvillo e dei tre uomini della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Il libro contiene anche la deposizione che Borsellino rese al Consiglio Superiore della Magistratura in data 31 luglio 1988, dove era stato convocato e minacciato di provvedimenti disciplinari per le dichiarazioni pubbliche rilasciate in relazione all'inefficacia delle azioni di contrasto che lo Stato avrebbe dovuto svolgere nei confronti della mafia. E' stato grazie a Ruggero Cappuccio che questa deposizione, il 12 settembre 2012, dopo ben ventiquattro anni, è stata desecretata e resa pubblica.

Già prima di diventare un libro, il testo, con l'approvazione di Agnese Borsellino, è diventato uno spettacolo teatrale dal titolo “Essendo Stato” che da quindici anni gira per i più prestigiosi teatri italiani e nel 2016 è stato trasmesso da Rai Uno e Rai Storia come docu-film, interpretato e diretto dallo stesso Cappuccio.
Di grande suggestione è la lettura del libro attraverso la quale si impara una dimensione umana del giudice Paolo Borsellino. Ma non solo.
Si apprende il suo amore per la lingua siciliana, che non chiamiamo dialetto di proposito per la sua peculiarità di esprimere concetti attraverso le negazioni, attraverso i suoi togliere piuttosto che i suoi aggiungere. Paolo sapeva bene che doveva avvicinarsi al linguaggio dei mafiosi per capire meglio il loro modo di essere e di agire e il veicolo principale, se non assoluto, era proprio la lingua dialettale, il vernacolo in tutte le sue sfaccettature, i suoi simbolismi e i suoi sottintesi decifrabili soltanto da chi il dialetto lo ha frequentato, conosciuto, assorbito, profondamente appreso e non subìto.

Il libro è diviso in 11 movimenti tratti dallo “Stabat mater” ed il primo, dal titolo Stabat mater dolorosa, ben si addice alla madre del giudice che, probabilmente in cuor suo temeva l'imminente morte del figlio.
Per L’Italo-Americano abbiamo chiesto a Cappuccio, in occasione della presentazione del libro alla libreria Feltrinelli di  Palermo,  il perché della scelta di intitolare i capitoli in latino e  delle contemporanee citazioni di frasi dello storico ateniese Tucidide.

“Gli incipit dei capitoli sono prelevati direttamente dalla struttura degli Stabat mater, in quel caso i movimenti sono dodici, in questo caso sono undici, il dodicesimo movimento vale un ritorno all'inizio. Il primo movimento, non a caso, recita: “Stabat mater dolorosa”, ci troviamo di fronte a una dualità perché lo Stabat mater è riferito alla situazione psicologica della madre di Paolo Borsellino ma è riferita anche alla madre terra, la Sicilia. E dunque non c’è solo la situazione dolorosa della madre di Borsellino ma è in una situazione dolorosa per l'intera isola.

Tucidide è l'apice dell'analisi dell'interpretazione classica della storia e in questa vita di Paolo Borsellino è profondamente radicata la dinamica di un eterno ritorno. In altri termini, con un linguaggio mutato, ci troviamo di fronte a uno schema che ricorda molto da vicino lo schema della tragedia greca. Innanzi tutto perché l'eroe naturale è senza retorica, è senza esposizioni, è consapevole della propria morte. E ne sono consapevoli anche le donne che circondano la sua esistenza, come nel caso di Ettore e Andromaca. Questo è il motivo per il quale Tucidide è presente”.

La scrittura ha degli elementi giornalistici, per la ricerca e la verifica dei fatti, ed è insieme teatrale. Essendo Cappuccio un regista teatrale, ovviamente, non è mancata l'influenza nella scrittura del testo.
“Secondo me la cosa che ha influito di più non è riconducibile sinceramente al mio mestiere di drammaturgo. La cosa che ha inciso di più è riconducibile al fatto che questo libro è una lettera post mortem di Paolo Borsellino e dunque la voce che parla è la sua e quando si tiene ben presente una voce parlante, anche la scrittura subisce lo slittamento della voce. Dunque noi abbiamo una scrittura, cioé, una partitura di parole che viene da una phonè che è la voce di Borsellino trascritta; in più, in questo libro, ci sono le parole che realmente Paolo Borsellino ha pronunciato il 31 luglio davanti al Consiglio Superiore della Magistratura”.

A questo proposito... avere inserito queste parole finalmente desecretate, in cui il magistrato  parla della solitudine del suo lavoro, dell’immobilismo, dell’ostruzionismo che lo accerchiarono, è di grande importanza. “L'importanza innanzi tutto è legata al fatto che queste parole sono state secretate per oltre vent'anni, l'importanza è nel fatto che purtroppo, ahinoi, queste parole sono profondamente attuali perché la situazione è esattamente, sia pure con alcune varianti, quella che era all'epoca”.

Quindi, lo scopo principale della scrittura di questo libro è “che gli Italiani finalmente possano disporre delle parole di un uomo che  aveva denunciato cose molto gravi rispetto alla dinamica collegata alla  mafia, e al contrasto della mafia, e che colpevolmente non erano mai state lette dagli Italiani, non colpevolmente per gli Italiani, ma colpevolmente per chi aveva negato agli Italiani di poterle leggere e conoscere”.
Domandiamo all’autore se nella scrittura prevalga l'uomo o l'uomo di stato.

“Sono la stessa cosa - ci spiega Cappuccio - perché lui ha vissuto con naturalezza il suo significato e la sua funzione. Il forte significato di cui lui disponeva ha determinato l'importanza della funzione. Ma Borsellino sarebbe stato un uomo eccezionale anche se avesse fatto un altro mestiere, perché era un uomo eccezionale”.                                             
Cappuccio regala una piacevolissima lettura che consente di conoscere il magistrato, i suoi amici, le sue conoscenze, i suoi affetti, la famiglia, la Sicilia, la sua Palermo, la lingua siciliana ma che permette, innanzitutto di scoprire un uomo di valore, un padre, un marito, un figlio che, essendo stato poiché non è più, ha incarnato anche lo Stato.

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