Il verde è il colore del relax: ecco perchè tra boschi e prati, il Subappennino Dauno è perfetto per le vacanze

Il verde è il colore del relax: ecco perchè tra boschi e prati, il Subappennino Dauno è perfetto per le vacanze

Veduta panoramica sulla Diga di Occhito dalle colline del Subappennino Dauno (Ph. N.Curradi)

La Puglia è una regione che non finisce mai di stupire persino il suo più profondo conoscitore con i suoi colori, che cambiano da zona a zona, passando dalla costa all'entroterra.
Nella parte più interna della provincia di Foggia, lontano dal mare azzurro del Gargano, si incontra un'immensa distesa verde, composta da pianure e da boschi, che circonda il borgo di San Marco la Catola,  in un territorio dal profilo geometrico irregolare.

Si sa che il verde è la somma di blu, tinta che esprime calma assoluta, e di giallo, che indica energia pura, quindi regala calma e un effetto rasserenante. Non solo per questo è il colore più rilassante, lo è anche perché è il più semplice, per l’occhio umano, da rielaborare. Ecco perché un soggiorno a San Marco La Catola è un'esperienza così riposante.

Verdi distese ondulate a perdita d'occhio si alternano a fitte boscaglie quasi impenetrabili. Siamo ai confini con la Campania, su una collina del Subappennino Dauno dalla quale si domina la diga di Occhito.
Le origini del borgo risalgono al medioevo ma non si hanno notizie certe sui fondatori: alcuni storici sostengono che sia stato fondato nel Duecento da crociati reduci dalla Terra Santa, mentre secondo altri furono i profughi della vicina Montecorvino, distrutta da Ruggero II d’Altavilla, a fondare il paese nella prima metà del XII secolo. Altri ancora, invece, sostengono che a dare origine al paese furono i superstiti della peste che colpì la Daunia durante la metà del Trecento.

San Marco la Catola ha seguito nel corso dei secoli la storia del territorio circostante, assoggettato a tanti popoli diversi, come normanni, svevi, angioini e aragonesi, a cui subentrarono, a partire dall’inizio del XVI secolo, prima gli spagnoli, poi gli Asburgo e i Borboni fino all’unità d’Italia.
Dalla fine dell'Ottocento e soprattutto negli anni Cinquanta del Novecento, il paese ha conosciuto una notevole emigrazione verso paesi esteri e gli abitanti oggi non raggiungono le mille unità. Il borgo si ripopola in estate, quando le famiglie degli emigrati tornano e riaprono le loro vecchie case.

Camminare lungo le viuzze strette del borgo, tra portali e stemmi prestigiosi, permette di respirare una storia secolare.
Una visita suggestiva, anche per chi non crede, è senza dubbio consigliata al Santuario della Madonna di Giosafat e al Convento dei Frati Minori Cappuccini.
Nel convento, risalente al 1585, soggiornò padre Pio da Pietrelcina negli anni 1905-1906 al termine degli  studi ginnasiali e poi nel 1918. Tutto è rimasto intatto come il santo lo ha lasciato: quindi si possono vedere ancora la sua sobria celletta, i suoi libri e i suoi effetti personali. Qui ha incontrato Padre Benedetto da S. Marco in Lamis che diventò suo direttore spirituale sino al 1922. Il comportamento di Fra Pio era sempre esemplare e pieno di carità.

Nella parte alta del borgo il  Palazzo ducale, detto castello, un tempo proprietà della nobile famiglia napoletana dei Pignatelli, feudatari di San Marco la Catola, fu probabilmente ampliato in più fasi. Oggi in rovina, si presenta come un palazzo fortificato circondato da mura munite di bastioni e contrafforti. Presto accurati restauri lo riporteranno agli antichi splendori e sarà destinato ad attività culturali.
La seicentesca Chiesa Madre San Nicola di Mira, conserva le reliquie di vari santi martiri, come Liberato, il patrono del paese. Da visitare la  Cappella dell'Annunciazione, annessa all'ex Palazzo dei Marchesi Mazzaccara (XVIII - XIX sec.) poi Episcopio estivo del Vescovo di Lucera, oggi sede dell'associazione privata di fedeli denominata Comunità delle Piccole Ancelle del Cuore Immacolato di Maria.

Non solo storia a San Marco la Catola, ma anche attrazioni naturalistiche, come il  Bosco di San Cristoforo, che presenta varie specie arboree ad alto fusto e alcune grotte di antica origine, mentre i sentieri, dato l'aspetto selvaggio e incontaminato del territorio, sono adatti agli appassionati di trekking  più esperti.  La Cooperativa Gran Burrone organizza percorsi guidati.

Tra gli eventi tradizionali che scandiscono il calendario del borgo, il 19 agosto si celebra la festa del Patrono, San Liberato Martire. Il culto ha inizio nel 1754 con la traslazione in questo paese delle sue sacre reliquie.
In mattinata si tiene la fiera del bestiame e dei prodotti agricoli, artigianali e industriali, mentre il pomeriggio si svolge la tradizionale processione per le vie del paese con la statua di San Liberato martire, dell’urna contenente le sue spoglie e della statua di Maria Ss. della Vittoria, anch’essa molto venerata dalla popolazione locale, e normalmente collocata nella nicchia del primo altare della parete destra della navata principale della Chiesa Madre. La sera, infine, si tiene un concerto bandistico.

Il giorno successivo, in onore di San Liberato Martire, viene organizzata la Giostra della Jaletta, una gara in stile medievale tra i sette rioni del borgo, unica nel suo genere.
Si tratta di un torneo equestre che secondo la tradizione risalirebbe al periodo medievale e si sviluppa attorno ad una tinozza di legno a doghe con al di sotto una fessura ad anello: la jaletta. Per l’occasione si affrontano 4 cavalieri per ognuno dei 7 rioni nel tentativo di infilare un bastone appuntito, “a verij”, nella fessura posta sotto la jaletta, che, riempita d’acqua, è appesa ad una fune tra due balconi. Vince chi totalizza più punti.

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