La Resistenza partigiana, il 25 aprile 1945 e l’Italia liberata nel ricordo di Pertini, futuro presidente della Repubblica

La Resistenza partigiana, il 25 aprile 1945 e l’Italia liberata nel ricordo di Pertini, futuro presidente della Repubblica

Il partigiano e poi settimo presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini in una foto 1962

Il Comitato Nazionale di Liberazione chiamava a raccolta tutti i cittadini di Milano, per dare inizio all’ultimo atto della grande tragedia che aveva insanguinato l’Italia.
L’allora partigiano e membro del Comitato di Liberazione Nazionale Sandro Pertini dalla radio Milano Libera, animava con queste parole quel popolo italiano che aveva iniziato a ribellarsi proprio con il sostegno dei partigiani: “Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”.

La Guerra civile tra i partigiani e la Repubblica di Salò, incastrata nella più ampia guerra tra Alleati liberatori e Tedeschi occupanti. Una guerra iniziata dopo l’8 settembre 1943 e dopo l’ignominiosa fuga del Re dal porto di Ortona, avviata nelle colline abruzzesi con le prime bande organizzate di partigiani e conclusa da lì a pochi giorni, con la cattura e la fucilazione di Mussolini.
Era il 25 aprile 1945 e quel giorno sarebbe diventato il simbolo della liberazione dal giogo fascista e tedesco. Il giorno della Liberazione.

ll Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai) – il cui comando aveva sede a Milano, era presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani e proclamò l'insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, giorni prima dell'arrivo delle truppe alleate. Il Comitato assunse il potere “in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano”.

Il 24 aprile 1945 le forze alleate superarono il Po, e il 25 aprile i soldati tedeschi e della repubblica di Salò cominciarono a ritirarsi da Milano e da Torino. A Milano era stato proclamato, a partire dalla mattina del giorno precedente, uno sciopero generale, annunciato alla radio “Milano Libera” da Sandro Pertini, futuro amatissimo presidente della Repubblica italiana. Le fabbriche furono occupate e presidiate e la tipografia del Corriere della Sera fu usata per stampare i primi fogli che annunciavano la vittoria.

La sera del 25 aprile Benito Mussolini abbandonò Milano per dirigersi verso Como e i partigiani continuarono ad arrivare a Milano nei giorni tra il 25 e il 28, sconfiggendo le residue e limitate resistenze. Una grande manifestazione di celebrazione della liberazione si tenne a Milano il 28 aprile. Gli americani arrivarono nella città il 1° maggio.
Bologna era stata liberata il 21 aprile, Genova il 23 aprile. Venezia invece vide la fine del nazifascismo il 28 aprile ed entro il 1 maggio tutta l’Italia settentrionale fu liberata, mettendo fine a venti anni di dittatura fascista e a cinque anni di guerra; Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste all'esercito alleato, si ebbe solo il 3 maggio, come stabilito formalmente dai rappresentanti delle forze in campo durante la cosiddetta resa di Caserta firmata il 29 aprile 1945.

La data del 25 aprile simbolicamente rappresenta il culmine della fase militare della Resistenza e l'avvio di una prima fase di governo da parte dei suoi rappresentanti che porterà prima al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica – in tale occasione per la prima volta votarono le donne – e poi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione.
Su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il principe Umberto II, allora luogotenente del Regno d'Italia, il 22 aprile 1946 emanò un decreto legislativo luogotenenziale ("Disposizioni in materia di ricorrenze festive") che recitava: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale”.

La ricorrenza venne celebrata anche negli anni successivi, ma solo il 27 maggio 1949, con la legge 260 divenne festa nazionale. Da allora, annualmente in tutte le città italiane – specialmente quelle che si fregiano del  valor militare per la guerra di liberazione – vengono organizzate manifestazioni pubbliche in memoria dell'evento. Uno degli atti più importanti è il solenne omaggio, da parte del Presidente della Repubblica Italiana e delle massime cariche dello Stato, della deposizione di una corona d’alloro al sacello del Milite Ignoto, in ricordo ai caduti e ai dispersi italiani nelle guerre.
Sandro Pertini, che partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, organizzando l'insurrezione di Milano e votando il decreto che condannò a morte Mussolini e gli altri gerarchi fascisti e che l'8 luglio 1978 (e fino al 1985) divenne il settimo presidente della Repubblica italiana, nel 1970 spiegò così il valore del 25 aprile.

In un discorso da Presidente della Camera dei deputati disse: “Senza questa tenace lotta della classe lavoratrice - lotta che inizia dagli anni '20 e termina il 25 aprile 1945 - non sarebbe stata possibile la Resistenza, senza la Resistenza la nostra patria sarebbe stata maggiormente umiliata dai vincitori e non avremmo avuto la Carta costituzionale e la Repubblica.
Protagonista è la classe lavoratrice che con la sua generosa partecipazione dà un contenuto popolare alla guerra di Liberazione. Ed essa diviene, così, non per concessione altrui, ma per sua virtù soggetto della storia del nostro paese. Questo posto se l'è duramente conquistato e non intende esserne spodestata. Ma, onorevoli colleghi, noi non vogliamo abbandonarci ad un vano reducismo. No. Siamo qui per porre in risalto come il popolo italiano sappia battersi quando è consapevole di pattersi per una causa sua e giusta; non inferiore a nessun altro popolo.
Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che - a mio avviso - costituirono un binomio inscindibile, l'un termine presuppone l'altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà”.

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