Ingres, Napoleone e i dipinti neoclassici della Campagna d’Italia

Ingres, Napoleone e i dipinti neoclassici della Campagna d’Italia

J.A.D. Ingres, Torso d’uomo, 1799, Olio su tela - Musée Ingres, Montauban

Con la mostra “Jean Auguste Dominique Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone” Milano celebra uno dei pittori francesi più importanti del XIX secolo, e lo fa riunendo oltre 150 opere, di cui una sessantina provenienti dal Musée Ingres di Montauban. Proprio la sua momentanea chiusura e la riapertura prevista per la fine dell’anno dopo un completo restyling, ha reso possibile questa esposizione, grazie anche ai prestiti concessi da altre importanti collezioni, tra le quali spiccano il The Metropolitan Museum of Art di New York, il Columbus Museum of Art dell’Ohio, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Musée du Louvre, il Musée d'Orsay, il Petit Palais - Musée des Beaux-Arts de la Ville de Paris e il Musée de l’Armée.

Imprescindibile il connubio tra Napoleone, Ingres e il Neoclassicismo, ben raccontato attraverso le varie sezioni della mostra. Si comincia con l’invenzione del nuovo linguaggio figurativo tra l’Ancien Regime e la Rivoluzione Francese, di cui è protagonista Jacques Louis David (1748-1825) insieme ai suoi allievi più vicini, con un lessico fatto di corpi virili e una nuova maniera di realizzare il ritratto. Poi si continua, in un’ottica che potremmo definire pre-romantica, con Girodet, che apre all'esplorazione del fantastico, del dramma e dell’introspezione melanconica (capolavoro di questa sezione è il Sogno di Ossian, uno dei più noti di Ingres) e si prosegue con il successo delle donne pittrici e in particolare di Elisabeth Vigée Le Brun (1755-1842), dal 1774 ritrattista ufficiale della regina Maria Antonietta.

E si arriva poi al clou della mostra, con la campagna d’Italia. Qui l’accento si pone su Milano, che proprio in quella riorganizzazione politica e artistica ebbe un ruolo fondamentale. In una stagione di grande prosperità, infatti, la città fu fortemente rimodellata nei suoi monumenti, nei suoi spazi verdi e nelle infrastrutture urbane, a partire dalla nuova Pinacoteca di Brera. Anche gli artisti italiani furono coinvolti nell’ondata di lavori e di cantieri che ne seguì. Appiani nella pittura -sono esposti Augusta Amalia di Baviera, viceregina d’Italia (1806) e la serie delle 35 incisioni ad acquaforte-bulino dei Fasti di Napoleone (1807-16)- e Canova nella scultura -con Il busto colossale di Napoleone (1804-9), Tersicore (1812) e la bellissima Maddalena (1795)- si avvalsero ampiamente di questa “politica delle arti”, di cui Napoleone si fece promotore. Ma non fu da meno l’iniziativa privata di nuovi protagonisti, estranei al mecenatismo aristocratico: primo fra tutti Giovanni Battista Sommariva, definito da Francis Haskell “il mecenate indubbiamente più importante dopo l’imperatore e la sua famiglia”.

Ingres, Napoleone e i dipinti neoclassici della Campagna d’Italia

JACQUES-LUIS DAVID Nudo maschile detto Patroclo, 1780 - ©Cherbourg-en-Cotentin, muséè Thomas Henry

Il percorso espositivo giunge così al solenne e magnifico Napoleone I sul trono imperiale (1806), preceduto da una serie di disegni preparatori. Probabilmente l’opera più conosciuta di Ingres, è custodita a Parigi, presso l’Hôtel National des Invalides, Musée de l’Armée. La genesi di tale ritratto è avvolta nel mistero. Susan Siegfried ha suggerito che la nascita dell’opera potrebbe rientrare nell’ambito di un concorso organizzato senza successo dal Corpo legislativo quando si stava imponendo il sistema della committenza pubblica diretta, ma sono state fatte anche altre ipotesi tra cui quella di un incarico ministeriale per un’opera destinata all’Italia. Jean-Baptiste Nompère de Champagny, ministro dell’interno dal 1804 e responsabile degli affari italiani, potrebbe essere all’origine dell’incarico per il ritratto. Difficile per noi crederlo, ma l’opera non piacque granché. Ecco cosa si scriveva nel 1806: «Avete fatto male il vostro imperatore, Ingres [sic], il bianco domina a tal punto che non posso esimermi dal cantare ai miei abbonati la breve strofa che segue [...] Ingres ha il fare bianco [...] Ha appena dipinto l’imperatore in bianco [...] Da lontano questo dipinto appariva così bianco da essere confuso con il Monte Bianco». Cosa accadde? Che a partire dal 1806, al Salon non fu più presentato alcun ritratto isolato dell’imperatore, come se fosse opportuno evitare che il sovrano venisse in qualche modo toccato dalla critica delle immagini che lo raffiguravano. L’opera di Ingres, relegata al Louvre nel 1815, iniziò a riemergere dall’ombra solo nel 1832, data in cui, senza essere troppo notata, entrò all’Hôtel des Invalides.

L’ultima sezione assume un carattere monografico ed è costituita in larga misura da opere di Ingres provenienti dal Museo di Montauban, a partire da una serie di straordinari ritratti maschili, seguiti da un nucleo di disegni e poi di ritratti femminili, di Veneri e di Odalische, oltre ad un dipinto del 1818 che rappresenta la morte di Leonardo da Vinci, tanto più significativo nell’anno in cui si celebra il suo quinto centenario.
È proprio col genere cosiddetto troubadour o storico, diffuso in Francia dall’inizio del XIX secolo grazie alla moda lanciata da due fra le donne più influenti che circondavano Napoleone, ovvero l’imperatrice Giuseppina, sua moglie, e Carolina Murat, sua sorella, alle quali si aggiunge la regina Ortensia di Beauharnais, che Ingres si fa conoscere da un pubblico più vasto.

Quello stile è la risposta a un rinnovato gusto per la storia, evocata attraverso soggetti aneddotici ispirati tanto al Medioevo quanto ai secoli XVI e XVII, e propone un modo nuovo di rappresentare il passato nazionale. Per circa dieci anni, quindi, Ingres racconta la vita di pittori e poeti dei tempi antichi, non disdegnando di raffigurare uomini illustri, specie se si tratta di sovrani protettori delle arti. È in quest’ottica che va vista La morte di Leonardo da Vinci (1818), in cui egli pone il genio del Rinascimento tra le braccia di Francesco I.

L’incarico gli viene conferito dal conte de Blacas, nuovo ambasciatore presso la Santa Sede che desidera portare avanti per conto di Luigi XVIII una politica di sostegno agli artisti rimasti a Roma dopo la caduta dell’impero. Ingres si ispira a Tiziano per celebrare i tratti di Francesco I, il colto sovrano francese mecenate del Rinascimento che incarna ai suoi occhi il protettore per eccellenza delle arti e delle lettere e la cui gloria è legata alla reputazione dell’artista. E poco importava, come scrisse Stendhal, che tale aneddoto fosse “inesatto”; nella sua Storia della pittura in Italia, pubblicata nel 1817, aveva riportato la lettera di Francesco Melzi indirizzata il 1 giugno 1519 ai fratelli dell’artista per annunciare loro la sua morte, smentendo che Francesco I fosse presente in quel momento. In realtà Ingres si limita ad adeguare il dipinto al resoconto di Vasari, ormai diventato leggendario, invece di attenersi alla verità storica che inizia a farsi strada in quegli anni, perché l’eccezionale sollecitudine dimostrata da Francesco I nel dipinto gli serve di riflesso per rivolgere un indiretto rimprovero a un potere che non fa niente (o non fa ancora abbastanza) per lui.

Altro tema che Ingres affronta a più riprese è l’amore sfortunato tra Paolo e Francesca, tratto dal celebre episodio del V canto dell’Inferno della Divina Commedia di Dante, tanto da trascrivere il testo originale su uno dei suoi taccuini. In mostra sono esposti due studi per il dipinto Paolo e Francesca, entrambi provenienti da Montauban. Egli si ispira in particolare al passaggio in cui Francesca Malatesta e il suo giovane cognato Paolo scoprono la reciproca passione nel leggere la storia dell’amore adultero di Lancillotto per la regina Ginevra, soggetto che aveva avuto una grande eco in tutta l’Europa dell’epoca.
Questa mostra, quindi, intende presentare al pubblico italiano l’artista che più di ogni altro si è ispirato a Raffaello e nello stesso tempo vuole restituire alla vita artistica degli anni a cavallo del 1800 la sua carica di novità. Senza l’ambito viaggio in Italia, l’artista nato nel 1780 nel sud-ovest della Francia, a Montauban, oggi probabilmente non sarebbe così noto, tanto che coinvolto nei cantieri imperiali di Roma, Ingres decide di restare “italiano” fino al 1824, per tornare più avanti a dirigere Villa Medici. Un percorso completo ed articolato, riproposto nel catalogo edito da Marsilio Editori che accompagna la mostra.

La mostra “Jean Auguste Dominique Ingres e la vita artistica al tempo di Napoleone” resterà aperta al pubblico al Piano Nobile del Palazzo Reale di Milano fino al 23 giugno 2019.
Orari: lunedì 14,30-19,30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9,30-19,30; giovedì e sabato 9,30-22,30.
Info: www.mostraingres.it – Dall’estero: 02 89096942

Ingres, Napoleone e i dipinti neoclassici della Campagna d’Italia

Andrea Appiani Ritratto di Augusta Amalia di Baviera, 1806 - Ph Galleria d’Arte Moderna, Milano.

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