Corrado Cagli, l’esilio americano e il suo laboratorio eclettico

Corrado Cagli, l’esilio americano e il suo laboratorio eclettico

C'è tutto il suo eclettico laboratorio di idee in questo percorso ricco di circa  200 opere  fra  dipinti,  disegni, sculture, ceramiche, illustrazioni, bozzetti teatrali, arazzi e  tutta l’instancabile sperimentazione di Corrado Cagli, (1910-1976) fra i principali protagonisti dell’arte del ‘900. 

Schizofrenia stilistica e contaminazione sono  del resto  le principali prerogative  della sua arte, ce lo ricorda Emmanuele F. M. Emanuele, poeta e  mecenate,  quando sottolinea  che l’artista  “da molti viene visto come esponente privilegiato di una via italiana alla modernità, alternativa al Futurismo da una parte e alla tradizionale arte del Novecento dall’altra.  Successivamente, la condizione precaria e lo stile di vita nomade del periodo di esilio americano lo portano a produrre arte con quella che il saggista Raffaele Bedarida ha definito “schizofrenia stilistica”, cosa che ha reso i lavori di quel tempo assai significativi a livello personale e non solo”,  aggiungendo come  “una caratteristica fondamentale di Cagli è certamente lo sforzo continuo verso la contaminazione, cercando collaborazioni al di fuori dei confini di una singola disciplina : non solo con letterati ma anche con musicisti, architetti, matematici e molto altro. In questo senso, egli è un artista fortemente e incredibilmente contemporaneo”. 

Le contaminazioni artistiche, si sa,  nascono sotto l’impulso di  spinte di vitale rinnovamento dei codici espressivi,  sperimentando  nuove opportunità,  utilizzando nuovi  materiali oppure confrontandosi con l’impetuosa spinta tecnologica dilagante dal secolo scorso.  In tutti i settori artistici i formalismi più o meno sedimentati fino all’800 vengono messi radicalmente in discussione e superati, le diverse discipline artistiche si aprono le une alle altre inaugurando percorsi  nuovi ed originali. 

L’esposizione dedicata alla multiforme  opera  dell’artista  anconetano dal titolo  “Corrado Cagli. Folgorazioni e mutazioni” , curata dal critico  Bruno Corà in collaborazione con l’Archivio Cagli e promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro, illustra (attraverso  un ampio repertorio di dipinti scelti, un cospicuo corpus di disegni, sculture, bozzetti e costumi teatrali, arazzi e grafiche), la modernità  della sua variegata ricerca espressiva. La mostra ricostruisce nella sua interezza la vasta attività creativa di uno dei maggiori protagonisti del dibattito artistico italiano e internazionale del XX secolo e riporta Cagli a Roma dopo la personale del ’99 tenutasi nelle sale della galleria Archivio Arco Farnese a cura di Fabio Benzi.

Il percorso espositivo permette al pubblico la visione dei maggiori cicli pittorici realizzati dall’artista, dai primi lavori giovanili in maiolica a quelli realizzati a olio o con altre tecniche del periodo della Scuola Romana (1928-1938), dalle prove neometafisiche (1946-1947) elaborate a New York  agli studi sulla Quarta dimensione (1949) per passare poi ai  Motivi cellulari (1949), alle Impronte dirette e indirette (1950), le  Metamorfosi (1957-1968), le Variazioni orfiche (1957), alla suggestiva ed enigmatica serie delle Carte (1958-1963)  ed  infine concludersi con le Mutazioni modulari sviluppate fino a metà  anni Settanta. Nella mostra vengono posti in evidenza alcuni dei momenti iconici della pittura di Cagli, quali ad esempio quelli rivolti a dare una identità al “muralismo” italiano, (parallelamente a Sironi e a  Campigli),  nella ricerca di “un’arte ciclica e polifonica”; per l’occasione sono stati  riuniti alcuni dei pannelli  che costituiscono il ciclo esposto e in parte censurato all’Esposizione Universale di Parigi del 1937.

Sono anche presenti alcune opere esposte nella mostra di rientro in Italia, dopo l’esilio americano, allo Studio d’Arte Palma nel 1947 che suscitò  contrasti  con gli  artisti del gruppo Forma. Infine, in esposizione, oltre agli arazzi, alle opere plastiche, ai bozzetti architettonici della Fontana dello Zodiaco di Terni e a quelli del Monumento di Göttingen in Germania, si possono osservare anche il monumentale cartone della pittura murale eseguita per la XXI Biennale di Venezia del 1938, Orfeo incanta le belve e una sezione rilevante incentrata sull’attività di scenografo e costumista teatrale, con  ampio  risalto dato all’esperienza newyorkese della Ballet Society insieme a Lincoln Kirstein e George Balanchine.  Il suo fu un ruolo da protagonista in  oltre mezzo secolo di dibattito artistico italiano e internazionale, come, per esempio, quando elaborò e diffuse i principi del "primordialismo" che tanta presa ebbero sulla cultura italiana del tempo prolungandosi fino agli anni Cinquanta.

La ricerca di archetipi figurali e soprattutto segnici, sempre tradotti in una cifra personale, affiora nelle esperienze formali dell’artista. In alcune opere  la realtà del visibile e dell’inconscio, la memoria e il presagio convivono nel tentativo di esplorare il mondo moderno in chiave primitiva, barbarica e  misterica con riferimenti al pensiero di Jung. Tutti i suoi passaggi rivoluzionari, da una pittura di impianto monumentale  ad una  vivisezione delle avanguardie storiche e della scena europea convivono  nella sua opera proteiforme. 

C'è il suo pieno esordio come pittore nel gruppo iniziale della "Scuola Romana", accanto  a Capogrossi  e a Cavalli, partecipa con posizioni di primo piano alle Quadriennali romane e alle  Biennali di Venezia fino al 1938. Inizialmente lo invitano  all’edizione del 1939, ma poi viene escluso in quanto di razza ebraica. Ricopre posizioni importanti anche in mostre all’estero, come  nel  padiglione italiano per l’esposizione universale del 1937 a Parigi o alla mostra Anthology of Contemporary Italian Painting a New York del 1938. L’esposizione  tiene conto di tutte le  variazioni del suo umore creativo. Costretto, durante le persecuzioni razziali, ad abbandonare l'Italia per ripiegare prima a Parigi poi a New York  e finiti i tempi cupi del conflitto,  rientra con le truppe alleate di Liberazione  in Italia  carico di suggestioni metafisiche, surreali e simboliste. E' il momento in cui Cagli si libera della  fedeltà al figurativo,   i suoi maestri ideali  sono  Klee, Ernst, de Chirico, attraverso cui elabora un linguaggio di poetica  astrazione segnica.

E' il momento in cui azzarda l'uso dell'aerografo, spruzzato sulle suggestive Carte spiegazzate a comporre immagini enigmatiche, misteriose, evocate da uno sfondo  simile  ad  un  magma incorporeo.  L’artista si è dedicato con immutato entusiasmo  alla scultura e alla pittura, cavalcandone tutte le possibilità espressive dal figurativo, all'espressionismo all'astrattismo. A chi gli rimproverava un troppo disinvolto  eclettismo  stilistico, già nel 1933 rispondeva:   “La forma e l’astratto sono due generi, come l’epica e la lirica. È ovvio insistere sulla possibilità di coesistenza di più generi in uno stesso poeta, in uno stesso pittore”. Il catalogo, edito da Silvana editoriale è introdotto da un saggio critico del curatore Bruno Corà.   Roma - Museo di Palazzo Cipolla .

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