Ricordando Moro, a 40 anni dall’omicidio delle Brigate Rosse

Ricordando Moro, a 40 anni dall’omicidio delle Brigate Rosse

Si è svolto a L’Aquila, un convegno commemorativo con il giornalista Paolo Mieli, professori universitari aquilani Fabrizio Marinelli e Fabrizio Politi, e Claudio Martelli, politico socialista di primissimo piano. Ha concluso Paolo Ridola, preside della Facoltà di Giurisprudenza della Università “La Sapienza” di Roma.

L’intervento di Paolo Mieli è stato molto diretto, mirato a fissare alcuni punti fermi. In primo luogo ha tenuto a dire che la vicenda di Aldo Moro è stata oggetto di cinque processi, spintisi ciascuno al grado della Cassazione, e di quattro Commissioni Parlamentari d’Inchiesta. La sua opinione, nonostante le risultanze della Commissione d’Inchiesta parlamentare chiusasi con la scorsa legislatura che pongono numerosi interrogativi aperti, è che la verità sul “caso Moro” si conosca tutta. E che non ci siano oscure trame che non si siano volute scoprire. La verità, sostiene Paolo Mieli, è che chi ha rapito e ucciso Moro, aveva una matrice comunista e nasceva dentro le idee del ’68. L’Italia, secondo Mieli, nel corso del sequestro Moro, si divise tra “fronte della fermezza”, che negava ogni rapporto possibile con le Brigate Rosse, e un fronte della “trattativa”, il quale sosteneva possibile che un gesto di clemenza verso una brigatista detenuta senza fatti di sangue a suo carico, malata e incinta, avrebbe consentito la liberazione di Aldo Moro.

Chi Moro più aveva contribuito a far avvicinare, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana, furono coloro, sostiene Mieli, che più furono inflessibili. E Mieli cita un passo dalle lettere di Aldo Moro dalla sua prigionia: “ricevo come premio dai comunisti, una condanna a morte”. Sostiene Mieli, sia falsa la ricostruzione storica, secondo la quale Aldo Moro venne rapito ed ucciso per la sua volontà di unione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista; e, tranne coloro che sostennero la possibilità di una trattativa (Socialisti, Radicali, Lotta Continua), in realtà, tutti volevano la morte di Aldo Moro, poiché, come sosteneva lo scrittore Enzo Forcella, “sarebbe stato più semplice occuparsi di Moro da morto, che non da sopravvissuto al rapimento e alla prigionia”. Un’intera classe politica si era perduta allora, ritiene Paolo Mieli; i capi politici della DC, del PCI, del PRI, non furono capaci di far politica, rendendo scoperta una debolezza di sistema, simile a quella odierna.

I contributi dei professori Marinelli e Politi si sono centrati sulla figura umana di Aldo Moro, sulla sua formazione politica, tesa alla realizzazione di equilibri politici sempre più avanzati; sulla sua considerazione della centralità del Parlamento, nell’ordinamento dello Stato, quale luogo della rappresentanza politica, e quindi del dialogo tra ispirazioni politiche diverse. Sugli interventi di Aldo Moro, nella fase della Costituente, per una Scuola Pubblica al servizio di tutti. Sulla sua costante preoccupazione contro ogni forma di autoritarismo, per questo congiunta ad una azione continua affinché masse sempre maggiori di persone fossero integrate nello Stato, sfuggendo alle seduzioni autoritarie; sulla sua centratura sui valori della Persona, della sua libertà e della responsabilità. Sulla sua tensione ad aderire alla realtà, interpretando con intelligenza gli avvenimenti, e confrontandosi sempre con quanto emergeva nel Paese.

Claudio Martelli ha esordito, dichiarandosi d’accordo con le tesi espresse da Paolo Mieli, distanziandosi da ogni ipotesi complottistica, anche relativamente alle stragi di mafia del ’92-’93. Ci sono troppe verità, sostiene Claudio Martelli. Dovrebbero essere noti gli esecutori materiali delle stragi, ma, mentre si ricercano presunti mandanti oscuri e presunte trattative Stato-mafia, in realtà, neanche gli esecutori sono noti, visto che la Magistratura si è lasciata ingannare, in particolare nel caso dell’assassinio del giudice Borsellino e della sua scorta, visto che per quella strage sono state condannate persone, autoaccusatesi, che invece non erano colpevoli. Forse, ritiene Martelli, non è stato del tutto chiarito, nel caso Moro, quali furono le interferenze esterne all’Italia, ed interne, sulla vicenda, capaci di inquinare o sabotare le indagini, in particolare da parte della Loggia massonica P2. Ma non debbono dimenticarsi le verità acclarate e, in particolare, come mai proprio nel caso di Aldo Moro si scelse di non effettuare alcuna trattativa, quando invece, soprattutto successivamente a quell’episodio, si è trattato sempre, anche con forze del terrorismo islamista, per semplici persone o giornalisti; per ogni ostaggio, compreso Ciro Cirillo, per il quale ci si rivolse addirittura alla camorra, perché ne mediasse con le Brigate Rosse, la liberazione.

Si disse, all’epoca, che la trattativa era resa impossibile anche da vincoli di alleanza esterni all’Italia; ma, secondo Claudio Martelli, questo è solo indice di un comportamento costante della politica italiana, quando vuole scaricare le proprie responsabilità. Come avviene con l’Europa oggi, e non si comprende, per quali motivi i cittadini tedeschi dovrebbero accollarsi il Debito Pubblico italiano, cui invece dovrebbe essere nostra responsabilità far fronte. La volontà a non trattare la liberazione dell’ostaggio Moro, fu, per Claudio Martelli, l’atto iniziale dell’antipolitica oggi trionfante. Considerare la politica, contemporaneamente, come massima responsabile della situazione ed inetta a porvi rimedio, è la premessa per avviare una nuova forma della politica, una forma autoritaria. Non più capace di mescolare, élites e popolo. Da quel momento storico, ricorda Martelli, tutta l’area dell’Autonomia Operaia e dei gruppuscoli extraparlamentari, venne assimilata al terrorismo. Non era Moro, ricostruisce Martelli, a volere il cosiddetto “Compromesso Storico”, con il PCI; era questa invece una strategia del solo Enrico Berlinguer. Era l’inizio, allora, di una crisi di sistema. Che oggi dispiega pienamente i suoi effetti. E cui non pare esservi argine.

Il professor Ridola ha concluso puntando i riflettori sull’apporto essenziale di Aldo Moro nella scrittura della Costituzione della Repubblica Italiana, in particolare sull’articolazione generale del testo e sull’Articolo 2. E sui costanti assilli, nel suo lavoro politico ed intellettuale: l’insistenza sull’uomo e sulla persona; sulla funzione sociale dello Stato, e addirittura, sulla funzione sociale dei Diritti. 

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