La chiesa di San Nicola da Tolentino nasconde un tesoro: il trionfale ingresso del barocco a Venezia

La chiesa di San Nicola da Tolentino nasconde un tesoro: il trionfale ingresso del barocco a Venezia

Il maestoso monumento funebre in memoria del patriarca Morosini è del 1678 (Ph. L.Ferrari)

Vivere l’arte è conoscenza, è un’occasione per incontrare e imparare dalle persone che tutelano e custodiscono la memoria artistica. Un momento di coinvolgente ed effettiva condivisione. È questo il senso delle Giornate Europee del Patrimonio 2018, sbarcate in laguna per un incontro ravvicinato con la chiesa di San Nicola da Tolentino (vulgo dei Tolentini), sestiere di Santa Croce a Venezia.
È una luminosa mattinata d’inizio autunno. Il campiello dei Tolentini si va riempiendo. Prima ancora di varcare l’ingresso dell’edificio, sale in cattedra il “Pantheonistico” pronao della chiesa, preceduto da sei massicce colonne corinzie. Un’opera realizzata dal veneziano Andrea Tirali, chiamato a sostituire Vincenzo Scamozzi. “I disegni del Tirali per il pronao furono diversi” spiega l’architetto Elisabetta Rosa Norbiato, “arrivando a una sintesi che è un equilibrio di rigorose proporzioni geometriche”.

Fondata dai Teatini, la chiesa di San Nicola da Tolentino incarna il doppio legame dell’Ordine con Roma e la Serenissima. Emblema di tutto ciò, il maestoso monumento funebre dedicato al patriarca Francesco Morosini, eretto quando era ancora in vita e realizzato dallo scultore genovese Filippo Parodi.
“Il presbiterio dell’altar maggiore - illustra Giulia Altissimo, storica dell’arte della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna -rappresenta il trionfale ingresso del barocco a Venezia. Una struttura piramidale complessa di evidente richiamo al Bernini, con la figura del morto risorgente”.

Prima di procedere con ulteriori dettagli, entriamo nel presbiterio, collocandoci proprio davanti all’impianto scultoreo. Colpisce la presenza di Cronos, incatenato da basso, a significare la mortalità del tempo sconfitta grazie alla carità (virtù del Morosini), anch’essa raffigurata, che conduce il Patriarca verso l’alto (la Salvezza eterna) dove si trova San Marco con il leone.
Insieme ai tecnici della Soprintendenza c'è anche l’esperta restauratrice nonché docente dell’Università Internazionale dell'Arte, Natascia Girardi, che ha personalmente operato sul monumento coordinando gli allievi dell’Uia, prima in Veneto a svolgere attività di formazione a livello superiore per tecnici del restauro di beni culturali, e da 35 anni al fianco del Pratt Institute di New York per il programma di studio Pratt in Venice diretto da Diana Gisolfi.

“Il restauro è un lavoro molto complesso, a cominciare dalle più basilari operazioni come la messa in sicurezza dei ponteggi e proseguendo via via con le analisi dei materiali, la realizzazione delle tavole tematiche fino all’azione manuale vera e propria” chiarisce
“Non dobbiamo inventare nulla. Dobbiamo restituire quello che è. Per compiere l’intervento bisogna comprendere la materia e le metodologie che dovranno essere utilizzate. La parasta nera per esempio, è un marmo genovese rosso. Inoltre non è un blocco come potrebbe sembrare, ma un insieme di lastre montate insieme. Avvicinandosi, si possono vedere i tagli di giunzione”. Un restauro è anche scoperta e scelte, talvolta molto difficili da prendere. “…E tutto questo per un lavoro che alla fine non si deve vedere” le fa eco il direttore dei lavori, l’architetto Giovanna Ferrari.
Il restauro è una scienza e una non-scienza. C’è la Storia di mezzo e non la si può cancellare. Il restauro è una disciplina che si deve confrontare anche con la percezione del pubblico che ha un’immagine di un’opera consolidata nel tempo. Mutarla, anche se risultasse più fedele all’apparato decorativo originale, può creare problemi. “Nel corso del restauro è stato trovato uno strato di ocra dorato ma dopo attente valutazioni è stato lasciato silente” spiegano i funzionari. 

Roberta Torretti, ex-allieva Uia iniziò la sua attività proprio qui, sui ponteggi dei Tolentini: “Il primo impatto che ho avuto è stato dirmi: ce l’ho fatta! È ciò che ambisci fin da primo giorno di scuola. Ancor prima delle difficoltà del lavoro in sé, ho dovuto affrontare il mio non sentirmi all’altezza. Oggi, nonostante una sempre maggiore esperienza, è qualcosa che ancora provo. Se non hai paura, puoi fare danni. Con la paura si resta umili”.
Abbandono l’altar maggiore dando un ultimo sguardo al presbiterio. Momenti così intensi avvicinano davvero l’arte agli esseri umani. Giornate così sono di autentica ispirazione. Quotidiana, culturale e chissà, anche per una futura professione.

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