Una rivoluzione culturale per l’Italia dei beni culturali

Una rivoluzione culturale per l’Italia dei beni culturali

Investire sul passato può avere lo stesso senso, i medesimi benefici a cascata e la stessa portata di scommettere sulla ricerca, di investire in tecnologia e innovazione

Un miliardo di euro per 33 siti culturali in 13 regioni italiane. Il via libera che stanzia quello che si presenta come il più cospicuo finanziamento nella Storia nazionale al patrimonio storico, arti stico e paesaggistico, è anche il segno di quella che potrebbe rivelarsi una profonda e importante rivoluzione culturale. 

Racconta di un Paese che decide finalmente di puntare su di sè, su uno dei suoi più importanti attrattori, uno dei motori di sviluppo più congeniali al suo territorio, su una delle maggiori ricchezze a disposizione.
 
Investire sul passato può avere lo stesso senso, i medesimi benefici a cascata e la stessa portata di scommettere sulla ricerca, di investire in tecnologia e innovazione. Quel che potrebbe trattenere in casa nostra i cosiddetti cervelli in fuga, frenare l’impoverimento culturale del Paese che si priva delle sue migliori menti perchè incapace di dotarsi di laboratori, di sostenere la ricerca e difendere il suo potere creativo, non sta solo nella mancanza di risorse, riconoscimenti e posti di lavoro, ma ha un’evidente radice culturale e una conseguente linea politica. Una barra dritta puntata con convinzione sul passato potrebbe rivelarsi altrettanto benefica di una rotta puntata verso il progresso scientifico.
 
Salvare dalla decadenza, dall’abbandono, dal degrado decine di luoghi che non solo hanno fatto la storia del nostro territorio ma hanno punteggiato lo sviluppo del popolo italiano, non andrebbe inteso soltanto come un imperativo morale, una forma di rispetto verso il patrimonio millenario che ci è stato consegnato e del quale spesso immeritatamente, per il poco che facciamo per preservarlo, ci fregiamo.
 
Solo considerando, in un’ottica puramente materialistica, i benefici occupazionali, economici, turistici e sociali che se ne otterrebbero, non si dovrebbe poter comprendere nè tantomeno giustificare, il ritardo con cui si arriva a mettere in cantiere un simile progetto di recupero paesaggistico su scala nazionale.
 
Se anche solo la metà di quei 70 milioni destinati al restauro dell’ex Carcere borbonico nell’isola ponziana di Santo Stefano o i 60 milioni per il completamento del Nuovo Auditorium di Firenze o i 185 milioni per strappare all’incuria i siti campani di Pompei, Ercolano, Caserta, Napoli, Capodimonte, Paestum e Campi Flegrei, solo per fare qualche esempio, andassero a buon fine, la ricaduta in termini di posti di lavoro e rilancio del territorio non dovrebbe solo essere assicurata ma persino difficile da quantificare perchè spalmata in un lungo arco temporale e in una vasta zona di interesse, altrettanto difficilmente delimitabile. 
 
I 33 interventi, da Nord a Sud, avrebbero un forte impatto sull’economia, attiverebbero risorse di eccellenza come il lavoro di altissima qualità di specialisti e tecnici dei beni culturali, sosterrebbe ro quel tessuto economico nazionale fatto di tantissime piccole e medie imprese, accenderebbero i riflettori su troppe realtà geografiche finora bistrattate. 
Destinare ad esempio 50 milioni al Porto Vecchio di Trieste significa avviare una delle operazioni di riqualificazione urbanistica più importanti d’Europa e non solo di una città. Restituire alla  Cittadella di Alessandria, uno dei più importanti complessi militari che si conservi in Europa, una più che meritata attenzione nazionale vuol dire attivare un intervento di respiro internazionale.
 
L’enorme bacino di ricaduta di questo investimento presuppone che l’intera economia nazionale possa trarne giovamento. 
Inoltre, se è vero che il Piano risponde a una visione che non solo considera strategico il ruolo del patrimonio culturale nelle politiche nazionali di sviluppo sostenibile ma vede nella cultura uno strumento di promozione dell’Italia nel mondo, gli effetti di una simile condotta sarebbero davvero così diffusi e potenziali da essere imprevedibili. 
 
Di facile intuizione restano però le premesse: se perderemo ancora una volta l’occasione di salvare il passato, non avremo le condizioni per trasformare il presente nelle solide radici del nostro futuro come Paese, non solo come rilancio economico e occupazionale ma sostanzialmente culturale.
 

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