L’abnegazione di Maria Pacifici che le valse una medaglia al valor civile

L’abnegazione di Maria Pacifici che le valse una medaglia al valor civile

L’ostetrica abruzzese Maria Pacifici ricevette nel 1961 una medaglia d’oro al valoro civile

E’ una storia lontana quella di Maria Pacifici ma merita di essere ricordata. Fu un’eroina durante il terremoto del 13 gennaio del 1915 che alle 7 e 52 distrusse Avezzano e la Marsica abruzzese. A Paganica (L’Aquila), suo paese natale, in occasione del centenario di quella immane tragedia che fece oltre trentamila vittime, è stata omaggiata affinchè la memoria collettiva possa contare sull’esempio etico d’una donna umile, ma forte e tenace come solo l’asprezza di questi luoghi dell’Abruzzo montano ha saputo per secoli plasmare. All’ostetrica nata a Paganica nel 1884 e morta a Lecce nei Marsi nel 1970 è stato intitolato il Largo davanti al Distretto sanitario. 
 
Una donna semplice che le dolorose vicende della vita avevano già provato con la morte prematura all’estero del giovane marito Bernardino Rossi, emigrato in Francia, lasciandole orfani i due figlioletti Augusto e Giacinta. Vedova a soli 26 anni, per guadagnare il pane per far vivere la famiglia, dovette lasciare Paganica per andare in servizio come ostetrica a Lecce nei Marsi, affidando la cura dei propri figli ai loro nonni. Quel terribile sisma segnò la sua vita. Sotto le macerie perirono cinquecento persone tra le quali una donna al nono mese di gravidanza. Ma la pronta sua opera di soccorso assicurò quasi miracolosamente la nascita di due gemellini. Quindi ancora un quarantennio di servizio, prestato con amore e generosa dedizione a favore di quella comunità, tanto che le valse nel 1961 il conferimento della Medaglia d’oro al valore civile. 
 
Questa letteralmente la motivazione: “Dal 1915 al 1956 ininterrottamente e in condizioni rese sovente difficili dall’ambiente, dalle calamità e dagli eventi bellici, svolse la sua missione umanitaria prodigandosi con il consapevole senso del dovere, profondo spirito di sacrificio ed esemplare abnegazione”.
Una storia semplice ma ricca di umanità che sarebbe finita nell’oblio se la curiosità d’un attento cultore di storia locale, qual è Raffaele Alloggia, nel 2009 non l’avesse raccolta dalla viva voce del figlio di lei - Augusto Rossi, vegliardo di 102 anni - e poi raccontata sulle pagine del quotidiano Il Centro.
 
Nacque così l’idea d’onorare degnamente la memoria di questa esemplare donna. Lo ha dichiarato, aprendo e presentando la cerimonia d’intitolazione, non senza un velo di commozione, il prof. Sandro Valletta, docente di diritto delle migrazioni presso l’Università telematica “Guglielmo Marconi” e nipote diretto di Maria Pacifici, poiché lei in seconde nozze aveva sposato Alessandro Valletta, suo nonno di cui porta il nome. Confessando, peraltro, d’essere venuto a conoscenza della straordinaria vicenda della nascita dei gemellini e della storia che ne seguì solo nel gennaio scorso, attraverso l’articolo di Raffaele Alloggia. 
 
“La storia dell’ostetrica Maria Pacifici mi fu raccontata e documentata dal figlio Augusto Rossi - racconta Alloggia - due giorni prima del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009. Ero appena uscito di casa, dopo un’ennesima scossa di terremoto. Augusto si trovava fuori in giardino di casa sua. Appena mi vide mi chiese, con un gesto eloquente, se avevo sentito la scossa. Gli risposi di sì. Lui mi confidò di aver paura di tutto quello sciame sismico, poiché gli ritornava in mente quello del 1915 che distrusse la Marsica. Vidi il suo volto deprimersi. Mi sedetti accanto a lui e come un fiume in piena - a 102 anni di età, lucido come un ventenne, come chi lo ha conosciuto può testimoniare - iniziò a raccontare”.
 
Del salvataggio dei gemellini Augusto Rossi disse: “Quando il 13 gennaio 1915 ci fu la forte scossa di terremoto che distrusse Avezzano e diversi paesi della Marsica, io avevo 8 anni e mia sorella Giacinta 5. Dormivamo nello stesso letto. Tanto fu forte il movimento tellurico che battemmo la testa l’uno contro l’altro, finché i nonni ci presero e fuggimmo verso Fontevecchia. Era ancora buio, piangevamo implorando mamma, ma lei non c’era. Quel giorno lo ricordo bene, poiché anche a Paganica ci furono due morti, parecchi feriti e molti danni alle abitazioni. Ricordo che i miei nonni erano molto preoccupati per mia madre, ma ben presto fummo rassicurati da lei, che, dopo essersi sincerata sulle nostre condizioni, preferì rimanere nel paesino marsicano per lenire le sofferenze e i disagi dei tanti feriti.
 
Tanto era vasto il cratere creato dalla violenta scossa, che i soccorsi tardavano ad arrivare dappertutto e lei, anche nei giorni successivi, veniva chiamata continuamente a prestare la sua opera soprattutto in attività non prettamente di sua competenza, anche nei paesi limitrofi, completamente disastrati. Mia madre ci parlò, tra l’altro, della situazione di quello che sarebbe divenuto il suo paese adottivo. E quando ancora la terra tremava, si trovò a soccorrere una donna incinta al nono mese, morta assieme a suo marito sotto le macerie della propria abitazione, portando alla luce due gemelli. Poi, con l’aiuto dei vicini di casa scampati alla catastrofe, dedicò loro tutto il tempo disponibile fino all’età in cui si poterono affidare all’Orfanotrofio di Amatrice, in quanto a quei tempi, pur volendoli adottare, la legge non lo consentiva.
 
Raccontava anche che nell’ottobre del 1917, mentre l’Italia si trovava impegnata nella Grande Guerra, sempre a Lecce nei Marsi, fece nascere un certo Mario Spallone, l’uomo che poi divenne medico di diversi personaggi della politica italiana tra i quali Palmiro Togliatti e Giorgio Napolitano”.

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