Storia e poesia del Novecento nel dolce Parrozzo di Luigi D’Amico

Storia e poesia del Novecento nel dolce Parrozzo di Luigi D’Amico

A Pescara aprì, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, il Bar Caffè denominato “Il ritrovo del Parrozzo”

Il Parrozzo  nasce  ed affonda le sue origini nella società agricola. Era un antico pane delle mense contadine che i pastori abruzzesi ricavavano dalla meno pregiata farina di mais, che veniva poi cotto nel forno a legna. Divenne poi dolce natalizio negli anni Venti per iniziativa del pescarese Luigi D’Amico, titolare di un caffè del centro che ebbe l’idea di renderlo dolce e di produrlo nel suo laboratorio, rielaborando l’antica ricetta senza stravolgerne le caratteristiche originali. S’ispirò all’antico pane delle mense contadine utilizzando uno stampo a forma di cupola che ricordasse appunto le pagnotte contadine. 
 
Il Parrozzo, così preparato per la prima volta nel 1919 da D’Amico, amico del celebre poeta Gabriele D’Annunzio, dava forma d’arte ad una trasposizione dolciaria di un’antica ricetta abruzzese fatta col latte delle greggi profumato di timo e di menta, e con le mandorle della montagna. Il pane rustico detto “Pan rozzo” era una pagnotta semisferica che veniva preparata dai contadini con il granoturco e era destinata ad essere conservata per molti giorni. D’Amico, ispirato dalle forme e dai colori di questo  pane e facendo rimanere la forma inalterata, aveva riprodotto il giallo del granturco con quello delle uova e aveva adoperato una copertura di finissimo cioccolato per imitare lo scuro delle bruciacchiature caratteristiche della cottura nel forno a legna.
 
La prima persona alla quale Luigi D’Amico fece assaggiare il Parrozzo fu Gabriele d'Annunzio. Glielo inviò a Gardone, unitamente ad una lettera che così diceva: 
“Illustre Maestro, questo Parrozzo, il Pan rozzo d’Abruzzo, vi viene da me offerto con un piccolo nome legato alla vostra e alla mia giovinezza”. Il dolce trovò ampio consenso da parte del poeta che, dopo averlo assaggiato, scrisse a D’Amico questo sonetto dialettale in sua lode: “È tante ‘bbone stu parrozze nov e che pare na pazzie de San Ciattè, c’avesse messe a su gran forne tè la terre lavorata da lu  bbove, la terre grasse e lustre che se coce e che dovente a poche a poche                         chiù doce de qualunque cosa doce. Benedette D’Amiche e San Ciattè”.    
 
Sulla scatola del dolce, a ricordare le nobili origini del Parrozzo letterario, compaiono i versi scritti dal poeta pescarese: “Dice Dante che là da Tagliacozzo, ove senz’arme visse il vecchio  Alardo, Curradino avrie vinto quel leccardo se abbuto avesse usbergo di Parrozzo”. Correva l’anno 1927.
 
LA RICETTA 
Tritare 200 grammi di mandorle, aggiungere 150 grammi di semolino e la buccia di un limone grattugiato. Mescolate il tutto. Montate i bianchi di sei uova a neve con una punta di sale e aggiungete i bianchi montati, assieme ai rossi delle uova e a 200 grammi di zucchero, alle mandorle ed al semolino.
Rivestite di carta stagnola uno stampo a campana. Versate il composto mettete in forno per 3/4 d'ora a 180-200 gradi.
Dopo la cottura ponete il parrozzo su un foglio di carta assorbente. 
Guarnite il Parrozzo quando sarà freddo con della cioccolata che avrete precedentemente sciolto e lasciate solidificare. 

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