L’esclusiva anomalia artistica di Nino Tirinnanzi

Nino Tirinnanzi

Nino Tirinnanzi

Firenze rende omaggio a Nino Tirinnanzi, uno degli artisti più significativi del secondo Novecento con la mostra “Nino Tirinnanzi Metafisica della Bellezza”, curata da Giovanni  Faccenda nelle sale dell’Andito degli Angiolini della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti.
 
L’esposizione, a sette mesi di distanza dalla grande rassegna tenutasi al Chiostro del Bramante di Roma, ordina quaranta opere del Maestro, fra capolavori noti, ritrovamenti recenti e alcuni significativi inediti, che consentono di riconsiderare la complessa figura di Tirinnanzi sotto una luce nuova: non più l’allievo prediletto di Rosai, come è stato spesso, ma erroneamente, definito in passato, bensì un artista originalissimo, “esclusivo e geniale, al punto da diventare anomalo in qualunque ambito lo si collochi”, come scrive Faccenda nel bel saggio che apre il primo volume del Catalogo Generale delle Opere di Nino Tirinnanzi (Edizioni Giorgio  Mondadori), in uscita in tutte le librerie in coincidenza dell’inaugurazione della grande rassegna presso Palazzo Pitti.
 
La mostra rivisita l’intero arco cronologico della pittura di Nino Tirinnanzi, artista nato a Greve nel 1923. Sostenuto da Domenico Giuliotti, suo padrino, e da Rosai, che rimase incantato al cospetto di alcuni disegni da lui realizzati a soli undici anni, entrò a far parte dell’ambiente delle Giubbe Rosse come un enfant-prodige: Palazzeschi, fra gli altri, riconobbe in lui “una sensazione nuova di pittura”. Sin da ragazzo palesò le sue predilezioni per la pittura di Carrà e di Morandi, vivissima nei suoi paesaggi, per Chardin, cui si richiamano le sue nature morte, e per i grandi maestri rinascimentali e manieristi, evocati invece nei suoi straordinari ritratti. E con la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, fu consacrato come uno dei protagonisti di maggior interesse della sua generazione.
 
L’esposizione fiorentina approfondisce gli ambiti che hanno contraddistinto il suo lavoro – dagli amati paesaggi del Chianti, agli interni urbani fiorentini e romani, dalle splendide nature morte (composte d’estate nella sua residenza in Versilia) ai ritratti, tanto amati da Eugenio Montale. In un suo soggiorno in Marocco, nei primissimi anni Settanta, ritrasse una serie di ragazzi maghrebini, immersi nei colori e nella luce del luogo che tanto lo avevano colpito, dei quali Montale ebbe a dire: “È piuttosto raro che un pittore d’oggi faccia riflettere sulla condizione umana; e che lo faccia senza sollecitare deduzioni sedicenti sociali o sociologiche. Il pensiero di Tirinnanzi è tutto nel suo disegno e nei suoi colori”.
Altro aspetto peculiare dell’esposizione è l’approfondimento dei vari orizzonti sentimentali in cui ebbe a manifestarsi l’indomita disposizione verso la “metafisica della bellezza” che animò Nino Tirinnanzi in ogni frangente della sua storia espressiva, costellata dall’ammirazione di famosi poeti, come Ungaretti, Luzi, Betocchi, Pasolini e lo stesso Montale, e di illustri scrittori e intellettuali, quali Gadda, Tobino, Bo, Pratolini, Palazzeschi, Zurlini e Zeffirelli.
 
L’ARTISTA - Nato a Greve in Chianti l’11 agosto 1923, di famiglia benestante, fin dalla prima infanzia ebbe come guida umana e culturale Domenico Giuliotti. Iscritto all’Istituto d’Arte di Firenze, vi studiò fino all’ottobre del 1936, anno in cui conobbe Ottone Rosai, che rimase subito colpito dal suo lavoro artistico. Insieme a lui, ancora adolescente, frequentò celebri ritrovi di poeti, scrittori ed intellettuali come “Le Giubbe Rosse”, dove conobbe, fra gli altri, Montale, Gadda, Landolfi, Luzi, Vittorini, Gatto, Parronchi, Pratolini, Tobino. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, venne chiamato alle armi e inviato a Rodi; durante l’occupazione tedesca dell’isola fuggì in Turchia, passò successivamente in Siria, Libano, Palestina, fermandosi in Egitto, dove poté finalmente riprendere il lavoro sospeso per un lungo tempo prima di rimpatriare nel 1946.
 
Da allora, i successi nel campo della pittura e del disegno si sono susseguiti ininterrotti. Tirinnanzi è stato invitato a tutte le più importanti rassegne pubbliche svoltesi in Italia nel secondo Novecento. Ricordiamo le sue partecipazioni alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma.
Del suo soggiorno romano, fra gli anni ‘60 e i primi ‘70, sono le amicizie con Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini, nonché la frequentazione dei molti pittori ed intellettuali riuniti al “Caffè Greco”. Per molte estati, presso la sua residenza al forte dei Marmi, ebbe come amico Eugenio Montale. Ad un suo viaggio a Londra si deve invece l’incontro con Francis Bacon. Tirinnanzi è morto a Greve in Chianti il 9 dicembre 2002.
 

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