Sfumati i sogni di gloria francese, ecco perchè meritano di essere visti i tre film italiani di Cannes

Nanni Moretti con Margherita Buy

Nanni Moretti con Margherita Buy

Grande orgoglio e grande onore per il cinema italiano che alla 68 ͣ edizione del Festival del cinema di Cannes è stato rappresentato da ben tre dei suoi più importanti registi ritenuti all’altezza di partecipare alla rassegna cinematografica europea di maggiore spessore a livello internazionale, insieme ai Festival di Venezia e di Berlino, nella sezione dei film in concorso che ha in palio l’ambìto premio della Palma d’Oro. 
 
Parliamo del tris storico costituito da Nanni Moretti con il film autobiografico “Mia madre”, Matteo Garrone con il suo fantasy fiabesco a tinte horror “Il racconto dei racconti” (“Tale of tales”) e dal premio Oscar Paolo Sorrentino con il suo poetico “Youth” (“La Giovinezza”). 
 
Fieri di rappresentare insieme il cinema italiano all’estero, non sono stati premiati come forse avrebbero meritato. D’altra parte non si può non considerare che il cinema italiano ha sempre avuto il merito di distinguersi, fin dalla prima edizione, al Festival di Cannes con la vittoria della Palma d’Oro da parte di Roberto Rossellini con “Roma città aperta” (1946) e, a seguire, di Vittorio De Sica con “Miracolo a Milano” (1951), Federico Fellini con “La Dolce Vita” (1960), Luchino Visconti con “Il Gattopardo” (‘63), Michelangelo Antonioni con “Blow up” (1967), Francesco Rosi con “Il Caso Mattei” (1972), Paolo e Vittorio Taviani con “Padre Padrone”, Nanni Moretti con “La stanza del figlio” (2001). 
 
Se poi, oltre alla Palma d’Oro, consideriamo anche il premio speciale della giuria, ai nomi precedentemente elencati si aggiungono quelli di Pier Paolo Pasolini con “Il fiore delle mille e una notte” (1974), Giuseppe Tornatore con il suo indimenticabile “Nuovo Cinema Paradiso” (1989), il premio Oscar Roberto Benigni con “La Vita è Bella” (1998) e Matteo Garrone con “Gomorra” (2008) e “Reality” (2012). Nel 2008 il Premio della Giuria fu assegnato a Paolo Sorrentino per “Il Divo”. 
Degno di nota anche il premio alla migliore interpretazione maschile che Elio Germano si è aggiudicato nel 2010 come protagonista del film “La Nostra Vita” di Daniele Luchetti, l’unico attore italiano ad ottenere questo riconoscimento insieme al celebre Marcello Mastroianni.
 
NANNI MORETTI - Nel corso della sua carriera si è distinto con film in cui ha espresso e preso posizioni politiche, ha riflettuto e ironizzato su se stesso e sul suo modo di fare cinema, ha affrontato e criticato la società italiana e i suoi costumi. Cannes conosce bene questo regista, attore, produttore e sceneggiatore fin dal piccolo ruolo interpretato nel film vincitore del festival francese nel 1977: “Padre Padrone” dei frateli Taviani. Nel 1978 Moretti si è presentato in concorso al festival come regista, interprete e sceneggiatore di “Ecce bombo”. Negli anni successivi vince a Venezia il Leone d’Argento - Gran Premio della Giuria (1981) con “Sogni d’oro” e a Berlino l’Orso d’argento (1985) con “La Messa è Finita”. 
 
Nel 1994 partecipa di nuovo al Festival di Cannes con “Caro diario” con cui vince il premio alla miglior regia. La Palma d’oro arriva nel 2001 con la vittoria de “La Stanza del Figlio”, film in concorso con cui il regista riflette sulla tematica del lutto attraverso la perdita improvvisa di un figlio. Nel 2011 partecipa in concorso a Cannes con “Habemus Papam” mentre nel 2012 ne presiede la giuria.
 
Con il film d’ispirazione autobiografica “Mia madre” che ritorna sulla tematica del lutto famigliare questa volta attraverso la perdita della figura materna, il regista sembra raggiungere l’apice della sua maturità artistica. 
Ritagliatosi nel film la parte secondaria del fratello della protagonista, Moretti lascia la scena all’attrice Margherita Buy, bravissima nell’interpretare l’alter-ego del regista, le sue riflessioni e insicurezze mentre si appresta a girare un film su tematiche sociali. L’emotività di Margherita si muove, così, tra il suo lavoro sul set, dove si trova a gestire un attore straniero alquanto indisciplinato dal volto di John Turturro, e la sua vita privata che vede la madre, malata di cuore, spegnersi a poco a poco. 
 
Il film commovente racconta di un passaggio della vita dello stesso regista: la malattia di una madre vista dagli occhi del figlio (o di una nonna vista dagli occhi di una nipote), il dispiacere e la sofferenza connessa alla progressiva perdita della persona più cara. Il racconto è sincero ed efficace nel colpire lo spettatore dritto al cuore grazie alle grandi interpretazioni di Margherita Buy e Giulia Lazzarini (nel ruolo della madre), dotate di una naturalezza e di una profonda forza drammatica. 
 
MATTEO GARRONE - Nato a Roma nel 1968 e diplomatosi al Liceo Artistico nel 1986, è un pittore prima di dedicarsi alla carriera di regista. Dopo aver partecipato alla Mostra d’Arte cinematografica di Venezia con il suo secondo e terzo lungometraggio “Ospiti” ed “Estate romana”, nel 2002 presenta a Cannes “L’Imbalsamatore” nella sezione Quinzaine des Realisateurs. Nel 2004 è in concorso al Festival del cinema di Berlino con il film “Primo amore” con cui vince l’Orso d’Argento per la miglior colonna sonora. 
 
Cannes inizia a farsi scenario dei suoi più grandi successi nel 2008 quando vince il Gran premio della Giuria con “Gomorra”, cinque storie tratte dal libro del giornalista e scrittore napoletano Roberto Saviano adattate su grande schermo per raccontare il “sistema di potere” che governa il territorio di Caserta e Napoli. 
Un film sulla mafia, nudo e crudo, per descrivere violenza e sopraffazioni senza alcuna etica, emotività o presa di posizione. Garrone utilizza una narrazione fredda e rigorosa la cui vicinanza è caratterizzata solo dai primi piani di una macchina da presa vicinissima ai suoi personaggi, alcuni dei quali reclutati direttamente da Scampia (noto quartiere della periferia di Napoli) dove il regista trascorse diversi mesi per conoscere bene i suoi soggetti.
 
Il secondo successo arriva nel 2012 con “Reality”, una commedia surreale e amara sul sogno televisivo di popolarità e ricchezza. Nonostante la cattiva accoglienza della stampa internazionale al festival francese, il regista romano si aggiudica ugualmente il Grande Premio della Giuria. 
Nel 2015, a Cannes, Garrone si è presentato in concorso con un film totalmente nuovo rispetto ai suoi lavori precedenti nel quale si mette in gioco in un diverso genere e con diverse tecniche registiche. Con il fantasy “Il racconto dei racconti” (“Tale of tales”), il regista romano fa conoscere a tutto il mondo “Lo Cunto de li Cunti”, libro di fiabe scritte in napoletano nel 1600 dall’autore partenopeo Giambattista Basile dal quale Garrone ha scelto tre storie fantastiche dai temi attuali, girate in Italia, in lingua inglese con un cast internazionale composto da Toby Jones, Salma Hayek, Vincent Cassel e John C. Reilly allo scopo di realizzare un film dalle tematiche universali per il pubblico e il suo intrattenimento, capace di trasmettere messaggi ed emozioni.
 
PAOLO SORRENTINO – Premio Oscar 2014, attesissimo a Cannes e al cinema con il nuovo lavoro dopo la vittoria della statuetta come miglior film straniero con “La Grande Bellezza”. 
Il regista e sceneggiatore napoletano, da anni residente a Roma, ha più volte partecipato al festival francese: “Le conseguenze dell’amore” (2004), “L’amico di famiglia” (2006), “Il divo” (2008) per il quale ottiene il Premio della Giuria e “This must be the place” (2011), suo primo film in lingua inglese interpretato da Sean Penn e Frances McDormand. Lo stesso film premio Oscar “La Grande Bellezza” è stato presentato in concorso a Cannes nel 2013 prima di giungere a Los Angeles. 
 
Sorrentino ottiene successo portando sul grande schermo la bellezza maestosa della città eterna con uno sguardo attento, dettagliato e meticoloso volto a contrapporre la magnificenza e la grandezza di Roma con la mancanza di valori e di felicità e la perdita di orientamento di quell’elìte sociale sfrenatamente ricca e superficiale dedita all’apparenza, al lusso e ai vizi. Roma, pur essendo cornice e scenografia, è protagonista insieme all’attore napoletano Toni Servillo, conterraneo di Sorrentino, di un film esteticamente perfetto, evocatore del cinema di Fellini e di Scola, che divide la critica in due parti per le varie interpretazioni, i messaggi e l’emozioni più o meno trasmesse e diversamente recepite dal pubblico. 
 
Al di là delle valutazioni di critica e pubblico, “La Grande Bellezza” passa alla storia come un film italiano vincitore del premio Oscar. Da qui le grandi aspettative concentratesi sul nuovo film di Sorrentino, “Youth” (“La Giovinezza”), per il quale la critica si divide nuovamente nel giudicare e paragonare questo lavoro al precedente.
Con “Youth” Sorrentino, al suo secondo film in lingua inglese, dirige un cast internazionale, che è già una garanzia, capitanato da Michael Caine, affiancato da Harvey Keitel, Paul Dano, Rachel Weisz e Jane Fonda. 
 
Il regista napoletano si concentra questa volta sul tema della giovinezza, sull’età che avanza con la conseguente perdita di memoria, di ciò che si era, della carriera, della notorietà e del successo. Una tematica universale affrontata con una drammaticità bilanciata ad una sottile ironia nello scenario incantevole delle Alpi svizzere che il regista valorizza nella sua bellezza con inquadrature ampie, colorate e a cielo aperto. Se alcuni ritengono che il film non sia così magniloquente e di grande impatto come “La Grande Bellezza”, altri sentono maggiore empatia, commozione e coinvolgimento emotivo con i personaggi, probabilmente grazie alla magistrale performance degli interpreti, riconoscendo alla sceneggiatura uno spessore maggiore rispetto all’importanza e alla perfezione estetica dell’ambientazione. 
 

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