Lettera a Babbo Natale di una guglia del Duomo, innamorata di Milano

Lettera a Babbo Natale di una guglia del Duomo, innamorata di Milano

Il Duomo di Milano è la 3° chiesa cattolica al mondo per superficie dopo San Pietro e la cattedrale di Siviglia. La costruzione iniziò nel 1386 (Ph. Wiejowski)

A meno che non alziate gli occhi al cielo, per ammirare la bellezza del Duomo di Milano, non mi vedrete. Potrebbe capitarvi di passare sotto di me e non essere coscienti che io sia lassù, vicino alla Madonnina, simbolo di questa grande città. Vi osservo silenziosa, da sempre. Io, una delle guglie del Duomo, ho deciso di scrivere una lettera a Babbo Natale in quest’anno che oramai volge alla fine.
 
“Caro Babbo Natale, insolito mittente sono io. Abituato ai  bambini o agli adulti, che inseguono trai negozi i doni dei loro piccoli, di sicuro rimarrai sorpreso da questa mia lettera. Non saprei dirti se esisti da più tempo tu o io. Le mie origini sono oramai lontane e tanti Natali sono trascorsi sotto le mie architetture. 
Senza andare troppi secoli indietro con la memoria, ricordo quando agli inizi del Novecento il centro di Milano era un piccolo nucleo dove la borghesia passeggiava. Le donne con abiti lunghi e gli ombrellini alla moda. Ricordo quando vedevo il grande maestro Giuseppe Verdi camminare con gli occhi al cielo. Che mi cercasse? No, penso che in realtà fosse assorto nel suo mondo creativo. Ricordo quando ai miei piedi giungeva questo mezzo di trasporto così rumoroso, che i cittadini di Milano chiamavano “Gamba de legn” perchè per gli scambi manuali si usava una sorta di gamba di legno. Ebbene sì, questa fumosa locomotiva univa l’interurbano con l’urbano. Io c’ero già e tu? Non sei forse sbarcato in Italia nella tua veste attuale solo negli anni ‘50? 
 
Caro Babbo Natale, io ero là quando aprirono la Rinascente. Ti ricordi quel magazzino di moda grosso un intero palazzo storico, alla sinistra del Duomo, che racchiude tutt’oggi le maggiori marche di abbigliamento e accessori? Oggi è una meta immancabile per chi ama fare shopping. Allora era una novità sconvolgente. Aprire un così grande magazzino e far sì che ci fosse persino una prevalenza di  commesse donne, con i prezzi fissi e i prodotti esposti e non più chiusi in scatole: non ti immagini che  perplessità avesse creato! 
Io guardavo ed osservavo. Ne avevo già viste tante e tutto questo movimento di opinioni intorno ad un fatto che da lì a poco sarebbe stato riassorbito dalla modernità, quasi mi faceva sorridere.
 
 Ad un certo punto poi, sono arrivati gli anni Settanta e tutti gridavano e manifestavano. Una società in così grande mutamento, con la rabbia delle disuguaglianze urlata nelle strade, non l’avevo mai vista. Avevano tutti i pantaloni: ebbene sì, anche le donne. Quei calzoni larghi in fondo che chiamavano a “zampa di elefante” e quasi mi domandavo come facessero a non inciamparci dentro. 
 
In un batter d’occhio eccoci negli anni Ottanta. Si sentivano tutti sulla cresta dell’onda. Macchine nuove, quei grossi telefoni che erano i primi prototipi di cellulari, capelli cotonati e grosse spalline sotto gli abiti. Ogni Natale, ognuno di loro, in ogni epoca, sperava di poter vedere fioccare la neve e sperava che il Duomo potesse sembrare ancora più splendido, circondato dal candore. 
Ogni anno sono passati qua sotto bambini con la testa impegnata a pensare cosa chiederti, mio caro Babbo Natale. Io riuscivo a cogliere i loro pensieri, i loro sogni, i loro desideri perché volano in alto e si fermavano solo qualche istante a salutare noi guglie, per poi disperdersi nell’etere. 
Molte volte i bambini, alzando il volto al cielo, pieni della gioia del Natale, mi hanno vista. Sempre qui, sempre immobile. 
 
Sono poi giunti gli anni Novanta e il Duemila. Eccoci dunque ad oggi: la gente ha fretta, qualche volta sembra non accorgersi neanche che sia Natale. Eppure io, in qualche volto, riconosco il bambino che librava i suoi desideri lasciandoli volare come palloncini verso le nuvole. I loro visi sono ora più maturi, non si voltano più verso di me. Mi rattristo un po’, fintanto che non vedo un altro bambino alzare il viso al cielo e dare la parvenza che mi guardi. 
A Milano non esiste più solo la Rinascente. Dovresti vedere, caro Babbo Natale, quanti negozi e quante luci! Ragazzine scatenate alla ricerca del capo alla moda visto su internet, in questi nuovissimi e sfavillanti palazzi dedicati ad un'unica marca! Dovresti vedere come lo shopping, il movimento, il giro d’affari è cresciuto e non si ferma se non per qualche ora. 
Ebbene sì, è di nuovo Natale e io sono ancora qui, testimone discreta nei secoli in questa città, in continuo sviluppo. 
 
Perché ti scrivo? Quest’anno anche io ho un desiderio. 
Caro Babbo Natale, vorrei poter sapere di rimanere ancora qui, ad affiancare la Madonnina del Duomo. Vorrei avere la certezza di poter ancora guardare questa strana umanità che diventa sempre più veloce. Vorrei ancora sentirmi bella, sì Babbo Natale, una bella architettura ammirata da tutti, simbolo d’una pregevol arte gotica, marchio distintivo della cattedrale meneghina. Vorrei pensare di essere ancora, nonostante i grattacieli, una delle poche a raggiungere il cielo anche quando è grigio. Vorrei regalare ancora un po’ di bellezza al genere umano, almeno a Natale perché, al di là della quotidianità, per tutti è un periodo speciale. 
Ti saluto, Babbo Natale, e grazie del dono che vorrai farmi”. 
 

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