Lutto e senso di vuoto dell’esperienza migratoria tra sradicamento e acculturazione

Lutto e senso di vuoto dell’esperienza migratoria tra sradicamento e acculturazione

La partenza, il distacco, il senso di lacerazione. Gli studiosi parlano di “lutto migratorio” (Ph. Nuovomondo di Emanuele Crialese)

L’esperienza migratoria, ieri come oggi, comporta nell’individuo un senso di vuoto, di lacerazione e rottura nel continuum esistenziale - spesso un avvenimento di portata catastrofica che marca indelebilmente un ‘prima’ e un ‘dopo’ nell’esistenza - che gli studiosi hanno definito “lutto migratorio”. 
Sono aspetti che riconducono al concetto di vulnerabilità esperenziale del migrante e a cui la branca psichiatrica della medicina oggi pone la massima attenzione per la necessità di una presa in carico multidimensionale della persona, di una valutazione olistica dell’individuo “in transito” psichicamente e geograficamente, tra contesti di partenza e di arrivo. 
 
Premesso che “l’art. 32 della Costituzione italiana ricorda che tutelare la salute è un diritto fondamentale dell’individuo – ha osservato Concetta Mirisola, direttore generale dell’Inmp, Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà, afferente al Ministero della Salute - oggi che l’immigrazione è diventata un fenomeno strutturale del nostro Paese, altrettanto strutturale deve essere la risposta, consapevoli che i problemi di salute della popolazione immigrata possono essere concettualmente classificati in tre grandi categorie: di ‘importazione’, di ‘sradicamento’ e di ‘acculturazione’. 
 
I problemi di importazione derivano dalle caratteristiche genetiche o dalle condizioni di vita nel Paese di origine. 
I problemi di sradicamento sono invece generati dall’esperienza migratoria, in particolare tra coloro che sono stati costretti a una migrazione forzata, come nel caso dei richiedenti protezione internazionale, e si manifestano principalmente come disturbi della sfera psichica. 
Il processo di acculturazione influisce sullo stato di salute soprattutto attraverso il cambiamento degli stili di vita degli immigrati che progressivamente tendono ad assumere quelli della popolazione del Paese ospite”. 
L’Inmp è centro di riferimento nazionale per l’assistenza socio-sanitaria alle popolazioni migranti e alle fragilità sociali, nonché centro nazionale per la mediazione transculturale in campo sanitario. In questa mission, si avvale di una struttura sanitaria poli-specialistica, in cui opera uno staff multidisciplinare di medici, psicologi, infermieri, mediatori transculturali e antropologi formati ad hoc per l’attività di accoglienza e di facilitazione all’accesso al Servizio Sanitario Nazionale. 
 
Una dimensione, quella della mediazione transculturale in una società che vede moltiplicarsi le geografie dell’umano, nevralgica, come ha evidenziato la mediatrice culturale Cianciulli: “La prospettiva transculturale è un modello di analisi della realtà moderna, un ideale a cui tendere nella prassi quotidiana di interazione culturale perchè non si pone su un unico polo, ma attraversa le culture, nella contaminazione di scambi, incontri e ibridismi. E’ un approccio trasformativo, orientato al cambiamento, basato su una visione essenzialmente socio-comunicativa del conflitto umano, dove il conflitto è occasione di crescita morale e personale. 
La mediazione è dunque un processo attivo e dinamico, delineandosi come un lavoro di decodifica della comunicazione che si articola su tre livelli: pratico-orientativo, linguistico-comunicativo dove il mediatore deve entrare per un istante nell’immaginazione culturale dell’Altro e deve permettere alle due culture di incontrarsi creando un contesto comunicativo che faciliti la comprensione dei messaggi, anche non verbali. 
Tutto ciò, dimostrandosi imparziale, empatico ed evitando giudizi di valore o forme di censura che possano generare incompatibilità; l’altro livello è quello psico-sociale, dove la mediazione transculturale diviene agente di cambiamento e il mediatore rappresenta la possibilità di realizzare questo passaggio senza distruggere la stabilità psicologica del soggetto straniero verso un’uguaglianza emancipante, che è il fine di ogni percorso migratorio”. 
 
Una figura professionale, quella del Mediatore transculturale, che in Italia vive il grande paradosso di essere, da una parte, in attesa di un pieno riconoscimento giuridico nel mondo del lavoro (e a questo proposito va citata la valenza del Progetto For-Me, finanziato dal Fondo Europeo per l’integrazione di cittadini di Paesi terzi, proposto dal ministero dell’Interno e attuato in partenariato dal ministero della Salute e Inmp, e che ha l’obiettivo di contribuire a migliorare qualitativamente l’assistenza socio-sanitaria resa alla popolazione straniera, con particolare riferimento ai cittadini dei Paesi Terzi, nel rispetto del principio di garanzia del diritto alla salute e di un’appropriata erogazione dei livelli essenziali di assistenza sul territorio nazionale), mentre rivela tutta la sua nevralgica rilevanza nell’urgenza di dialogo, confronto e conoscenza dell’Altro, partendo da quegli “altri” che vivono insieme a noi e che contribuiscono a ri-disegnare i nuovi paesaggi dell’Italia multietnica e plurale, in un tempo pieno di incognite, contraccolpi e contraddizioni. 
Un tempo in cui gran parte delle categorie che ci ha lasciato in eredità il Novecento si rivelano inadeguate a spiegare e comprendere il presente, verso nuove, più mature e inclusive filosofie dell’alterità. 
 

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