A quasi un secolo dal devastante terremoto che sconvolse la Marsica e l’Abruzzo

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Il terremoto del gennaio 1915 provocò l’effetto di un bombardamento

 

A un secolo di distanza dal catastrofico terremoto che sconvolse l’Abruzzo, e in particolare Avezzano e la Marsica, l’editore D’Abruzzo-Menabò presenta l’edizione in lingua italiana del racconto “Civita d’Antino”, una straordinaria testimonianza di quella tragedia del poeta e scrittore danese Johannes Jørgensen. 
 
Quel tragico 13 gennaio 1915 Jørgensen si trovava in Italia, a Siena. Appresa la notizia del terremoto che devastò tragicamente la Marsica, egli volle immediatamente raggiungere l’area colpita, e in modo particolare Civita d’Antino, per conoscere di persona le conseguenze del sisma nel borgo della Valle Roveto così caro a molti danesi, da oltre trent’anni sede estiva della scuola d’arte del maestro Kristian Zahrtmann.
 
Da Siena arrivò a Roma, poi con un’auto presa a noleggio, seguì l’itinerario per Tivoli, Tagliacozzo, Cappelle dei Marsi, Avezzano, Capistrello, Civitella Roveto, la stazione ferroviaria di Morino Civita d’Antino, per poi raggiungere finalmente Civita, erta sul colle, dolorosa tappa finale del suo viaggio in Abruzzo. Quella di Jørgensen, grande biografo di San Francesco d’Assisi, costituisce un’eccezionale testimonianza, lucida e al tempo stesso intensa e commovente, del dramma vissuto dalle popolazioni della Marsica, della devastazione provocata dal sisma, dei morti e feriti, ma anche della generosa opera di volontari e militari. 
 
Drammatica e prolungata la descrizione di Avezzano, interamente distrutta. Scriverà riferendo icasticamente d’aver avuto l’impressione d’essere tornato da un campo di battaglia.
 
Il suo racconto, pubblicato a Copenaghen nel 1915, aveva in particolare l’obiettivo d’informare i tanti danesi che conoscevano molto bene Civita d’Antino attraverso le tante opere dipinte da decine di artisti, amici o allievi di Zahrtmann. Oltre alle migliaia di vittime, il terremoto segnò la fine d’una straordinaria stagione artistica, poi scivolata lentamente nell’oblio. La nuova edizione è curata da Antonio Bini, come la prima d’altronde, edita nel 2005 e andata subito esaurita, segna una ripresa d’interesse nei confronti della scuola d’arte danese, frequentata da pittori svedesi, norvegesi e finlandesi. 
 
Nella sua nota di saluto inserita nel volume, l’ambasciatore Birger Riis Jørgensen scrive: “Per il pittore danese Kristian Zahrtmann e i suoi tanti allievi e amici artisti nordici, Civita d’Antino ha rappresentato per molti anni un rifugio meraviglioso, dove crescere artisticamente, essere sfidati dalla luce e dai motivi, seguire la vita del paesino nel quotidiano e durante le festività, instaurare amicizie con i cittadini e scoprire una cultura tanto differente da quella dei propri paesi d'origine. Quest’età d'oro è durata per circa 30 anni, lasciando tante tracce sia in Italia che nei paesi nordici.  Il terribile terremoto del 1915 segnò la fine di questa avventura e fu devastante per i migliaia di uomini che ne furono colpiti. Il terremoto dell’Abruzzo è stato descritto come una delle catastrofi più tragiche della storia italiana”.
 
E in effetti Civita d’Antino, per opera del pittore danese Kristian Zahrtmann, era diventata un vero e proprio cenacolo per centinaia di artisti scandinavi. L’artista vi era giunto nel giugno del 1883. Quel paese di montagna, la sua gente semplice e schiva, i ritmi della vita cadenzati dal lavoro nei campi, furono per Zahrtmann una scoperta che gli avrebbe cambiato l’esistenza. Fatto sta che egli elesse proprio quello sperduto borgo come sua seconda patria, trascorrendovi ogni anno l’estate, fino al 1911. Entrò presto in comunione con quella gente, nella sua semplicità ricca di gentilezza e di valori dal sapore antico.
 
A Civita d’Antino fece nascere una vera e propria scuola estiva per artisti scandinavi. Da quel momento quel borgo della Valle Roveto divenne punto di riferimento per centinaia d’artisti dal nord Europa. Uguale folgorazione aveva subìto nel 1877 il pittore danese Enrik Olrik e prima ancora - scrive Antonio Bini - nel 1843 Edward Lear, inglese di nascita ma di genitori danesi, “landscape painter” com’egli si definiva. 
 

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