L’enoturismo in Italia vale 4-5 miliardi di euro: viaggiate sulle strade del vino pugliese per scoprire quanto vale il Negroamaro

In Puglia il Negroamaro è un vitigno autoctono di gran pregio enologico

In Puglia il Negroamaro è un vitigno autoctono di gran pregio enologico

 

Per i romani erano gli abitanti delle zone paludose a ridosso del Golfo di Taranto, e per Strabone il toponimo derivava dai coloni cretesi stabilitisi in quest’area della Puglia e originari della città di Salenzia. Marco Terenzio Varrone preferiva invece pensare a un’alleanza stipulata in mare (ovvero “in salo”) tra i tre gruppi che popolavano il territorio: gli illiri, i cretesi e i locresi.
 
Qualunque sia l’origine della parola Salento, non scalfirà sicuramente il grande fascino che questo angolo di Puglia ha sui turisti e gli appassionati della tradizione italiana, perché quella racchiusa tra Mar Adriatico e Mar Ionio, e che molti preferiscono associare al Tacco d’Italia, è davvero una terra ricca di sorprese.
 
Il Salento viene identificato sulla carta geografica da una li-nea ideale che unisce il Golfo di Taranto, sulla costa ionica, alla città di Fasano, sulla costa adriatica. Entrambe città dal ricchissimo passato storico (quanti italiani sono cresciuti con le nozioni sulle epiche battaglie tra romani e cartaginesi nelle guerre puniche?), Taranto e Fasano accolgono ancora oggi numerose vestigia del loro passato. 
 
Fasano è costruita sulle rovine della città messapica di Egnazia e sul confine con l’antica Peucezia. È una divisione prettamente geografica, quella che unisce i due centri pugliesi, e che non tiene conto delle sovrapposizioni culturali che nei secoli hanno circoscritto il Salento tra Ostuni, Taranto e Santa Maria di Leuca. Un clima più umido rispetto al resto della Puglia ha differenziato a sua volta questo territorio nella produzione agroalimentare, regalando l’habitat ideale per produzioni di grande pregio. 
 
Ulivi e i resti di torri costiere contraddistinguono un paesaggio che ha nella terra rossa (ricca di ferro) la sua peculiarità e nelle masserie fortificate (costruite tra il XVI e XVIII secolo) il suo tratto distintivo. Taranto, Lecce, Brindisi, Francavilla Fontana, Grottaglie, Ostuni, Manduria, Nardò, Martina Franca, Fasano e Massafra rappresentano le colonne di un “tacco” d’Italia che af-fonda letteralmente nella ricchezza storica. 
 Vitigno di Negroamaro

 Vitigno di Negroamaro

 
Le colonne doriche a Taranto, le colonne poste alla fine della Via Appia a Brindisi, l'anfiteatro romano e il Teatro Romano a Lecce, invitano a riflettere sullo splendido passato di una penisola che i greci chiamavano Messapia ("Terra fra due mari"), abitata dai Messapi, di origine probabilmente illirica, e dominata dall'antica città greco-spartana di Taranto. Qui nacquero figure di spicco della letteratura latina quali Ennio e Pacuvio, a Brindisi morì Virgilio, mentre tornava da un viaggio in Grecia. 
 
Le vicende storiche videro il Salento assalito dai Saraceni, occupato dai Longobardi, saccheggiato più volte dai Musulmani, difeso dai Bizantini, conquistato dai Normanni. Lecce dette i natali al re normanno Tancredi di Sicilia della famiglia d'Altavilla, e assurse a centro principale della penisola salentina, da allora ufficialmente denominata "Terra d'Otranto". 
 
Nel 1480, sotto gli Aragonesi, Otranto fu invasa dai Turchi guidati da Ahmet Pascià, che provocò l'eccidio di 800 persone che rifiutarono la conversione all'Islam. Fu questo l'episodio più e-clatante di una lunga serie di assalti turchi e barbareschi, che si fecero particolarmente intensi nel XVI secolo, tanto che vennero edificate centinaia di torri lungo le coste, per avvistare in tempo le navi corsare.
 
Le successive dominazioni spagnole e borboniche accompagnarono il Salento verso l’Unità d’Italia  mentre Lecce, tra il  XVI e XVIII secolo, divenne uno dei centri più cospicui del barocco. 
Caratterizzata da un’architettura urbanistica avente un tessuto molto compatto di vicoli bianchi dalle pareti dipinte a calce sempre ravvivata e dagli accesi colori degli infissi, il territorio salentino ha trovato la sua esaltazione nella produzione vitivinicola e olearia. 
 
I pezzetti, (uno spezzatino di carne di cavallo al sugo piccante) la pitta di patate, la puccia (pane con le olive), le frisedde (ciambelle di pane biscottato che va ammorbidito mediante breve immersione in acqua e condito con olio, sale e pomodoro), le pittule (frittelle di forma grossolana ripiene di rape, fiori di zucca, baccalà o senza ripieno che si gustano inzuppate nel vino cotto), il pasticciotto leccese, il fruttone, le bocche di dama, la pasta di mandorla, lo spumone salentino, rappresentano la tipicità gastronomica di una terra che trova esaltazione soprattutto nella produzione di vini di grande corposità. 
 
Il vino salentino, una volta utilizzato esclusivamente come vino da taglio per aumentare la gradazione dei vini settentrionali, negli anni ha trovato la sua identità tipica attraverso vini quali il Primitivo di Manduria, il Negroamaro, il Rosato del Salento. 
Sarà soprattutto il Negroamaro a caratterizzare il vero marchio dell’enologia salentina. 
 
Chiamato in dialetto “Niuru Maru” (nero nero) il Negroamaro è un vitigno molto antico che attualmente viene utilizzato in 14 vini Doc. Il suo sapore rotondo, lievemente amaro ne fanno il principe dei vitigni del territorio e il prodotto di riferimento per chiunque voglia conoscere davvero il Salento. Insieme al Merlot, il Negroamaro contiene la più alta percentuale di Resveratrolo, tra i più potenti antiossidanti, e potrebbe quindi definirsi un vero toccasana per la salute. 
 
Coltivato fin dall’epoca della colonizzazione greca (a partire dall’ 800 a.C) il Negroamaro ci ha messo secoli per conquistare una propria identità, permettendo nel frattempo a decine di vini italiani e internazionali di crescere in notorietà. 
 
Il vitigno autoctono per eccellenza del Salento ha permesso a questa terra di farsi conoscere attraverso il suo prodotto tipico regalando alle tavole uno dei vini più caratteristici dell’Italia. 
 
Nomi come Agricole Vallone, Santi Dimitri, Cantina Petrelli hanno fatto conoscere il Negroamaro portandolo a vette eccellenti e regalando il marchio Doc a quello che una volta veniva semplicemente considerata uva da taglio per i vini prelibati di altre terre italiane. Ai vari Severino Garofano, Elio Minoia, Giuseppe Pizzolante Leuzzi, Antonio Romano va il merito di aver saputo lavorare sul vitigno fino a trasformarlo in uno dei prodotti più tipici della tavola italiana, gemello inseparabile della terra salentina e compagno indispensabile durante le pause pranzo del viaggio al centro della storia dell’antica Terra d’Otranto. 
 
Chi arriva all’ombra dei monumenti barocchi leccesi, o sugli splendidi faraglioni di Otranto, non potrà prescindere dall’assaggio delle tipiche sagne incannulate o degli gnomerelli (involtini di frattaglie legati 
con budello), pasti che andranno accompagnati con il Negroamaro, scegliendo  tra il Matino, il Leverano, il Co-pertino, il Salice Salentino, lo Squinzano, il Galatina, l’Alezio e il Nardò, tutti rigorosamente vini di Denominazione d’Origine Controllata.

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