La miniera di Marcinelle, dal luogo della tragedia dell’emigrazione italiana alla ‘lezione’ sui migranti

I minatori superstiti della tragedia rendono omaggio alle vittime del 1956 davanti al Memoriale

I minatori superstiti della tragedia rendono omaggio alle vittime del 1956 davanti al Memoriale

 

La voce gli si secca in gola, a Sergio Aliboni, all’ingresso del cimitero di Marcinelle, in Belgio, quando gli occhi s’inumidiscono. “Ho sentito le vostre voci e mi sono commosso. Io lavoravo alla taglia con gli abruzzesi. Grazie per essere venuti, questa è casa vostra”. 
 
Con queste parole, vestito con una tuta consunta da minatore, alla guida d’un picchetto di 12 anziani colleghi in divisa da lavoro e lanterne, il presidente dell’Associazione dei minatori ha accolto i delegati delle comunità abruzzesi all’estero. 
 
Una giornata a Marcinelle, all’interno di Bois du Cazier, la miniera maledetta dove alle 8.10 dell’8 agosto 1956 scoppiò l’inferno, con l’incendio sviluppato innescato dal cavo elettrico e dall’olio fuoriuscito dal tubo dell’elevatore, tranciati da un carrello. Nella tragedia perirono 262 minatori, 136 italiani, solo 13 i superstiti di quel turno di lavoro. 
  Ingresso alla miniera Bois du Cazier a Marcinelle

  Ingresso alla miniera Bois du Cazier a Marcinelle

 
La delegazione abruzzese è tornata a Marcinelle a rendere omaggio alle vittime, ad incontrare i loro compagni di lavoro, a visitare la miniera, riconosciuta Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. 
Al cancello del cimitero i minatori si schierano in due file. Il silenzio è irreale e l’inconsueta giornata di sole non mitiga la plumbea tristezza che morde il cuore. Accendono le loro lan-terne e s’incamminano ordinatamente, seguiti dal gruppo degli abruzzesi, verso il sacrario. 
 
Davanti al monumento che ricorda le vittime, con i modesti sacelli lapidei disposti a terra intorno alla scultura bronzea, il pianto di molti si scioglie mentre la voce di Sergio Aliboni aleggia nel composto raccoglimento, nel racconto di quel dramma del 1956 nella miniera, con l’intensità e la dignità di chi avverte il dovere morale di conservare la memoria di quanto accadde a Marcinelle per tramandarla alle generazioni che verranno. 
 
Il trombettiere suona il silenzio, mentre i minatori disposti sui due lati del memoriale lasciano spegnere le loro lucerne a petrolio, quelle stesse che recavano nel loro lavoro, scendendo per centinaia di metri nelle nere viscere della miniera a scavare carbone. Quando la tromba squilla la fine del silenzio, man mano, i visitatori dall’Abruzzo e dal mondo rendono il loro omaggio alle vittime.
  L’ingresso alle miniere di Bois du Cazier con gli ascensori per il carico-scarico del carbone

  L’ingresso alle miniere di Bois du Cazier con gli ascensori per il carico-scarico del carbone

 
Poi, il mesto corteo lascia il memoriale e guadagna lentamente l’uscita del cimitero. I minatori chiedono da dove provengano questi abruzzesi, si commuovono nell’apprendere che non solo dall’Abruzzo sono venuti, ma da ogni angolo del mondo. 
 
Sono tutti d’età avanzata, o tale almeno sembra, gli ultimi reduci di quella disgraziata miniera, vestiti con la loro tuta blu, il foulard rosso al collo, il casco che sembra un elmetto. 
Luigi Andreatta, uno di loro. Partì per Marcinelle nel 1955 da Baselga di Piné, paesino in provincia di Trento, aveva 19 anni. “Mi rimane poco da vivere – mi dice – ho il 100% di silicosi, entro ed esco dall’ospedale, ogni tanto mi lascia respirare, come oggi per essere qui con voi”. 
 
Lo abbraccio, stringendolo forte e per stemperare in apparenza l’emozione che mi assale, gli racconto dei mesi che passai a Trento, all’inizio della mia avventura lavorativa, e dell’affinità dei trentini con la gente di montagna d’Abruzzo. Un sorriso accompagna il nostro distacco. 
 
I minatori salgono sull’autobus, si va alla miniera di Bois du Cazier. È lì a duecento metri, ma pesano per chi soffre di silicosi. Andiamo a piedi, lungo la strada fiancheggiata da casette di mattoni rossi. A sinistra si staglia al cielo, sopra un enorme trespolo di ferro, la grande ruota che azionava gli ascensori della miniera. Arriviamo, al cancello d’ingresso, lo stesso dove mogli, madri e figli s’aggrapparono quell’8 agosto di 57 anni fa, e per due settimane, sperando che i loro cari riemergessero vivi da quell’inferno intorno al quale si affannarono per giorni e giorni i soccorritori, quasi senza mezzi di soccorso. Quando poterono raggiungere la miniera, a 1035 metri di profondità, il 22 agosto, riportarono alla luce 262 morti. 
 
“Se posso dire una cosa agli italiani – dice Aliboni concludendo il suo racconto di testimone della tragedia – dico loro di non fare agli immigrati quel che fu fatto a noi. Il pane che guadagnavamo aveva sette croste. Sogno di far venire Papa Francesco in questo luogo simbolo dell’emigrazione, lui figlio di un emigrato”. 
 
La parola, sempre davanti alla “griglia” d’ingresso, passa a Jean Louis Delaet, direttore del Museo allestito a Bois du Cazier, ora diventato patrimonio di tutta l’umanità. Ci dice d’essere venuto in Abruzzo, nel maggio scorso, a Manoppello, da dove provenivano molte delle vittime. 
“Nella vostra regione c’è consapevolezza della tragedia, ma gli altri italiani non sanno più niente, specie i giovani. Abbiamo il dovere di tramandare que-sta memoria, questa tragedia che cambiò il lavoro e la sicurezza nei cantieri, in Europa. 
 
Nel 2016 sarà una ricorrenza importante, il 60° anniversario. 
Sono venuti qui, di recente, la presidente della Camera Laura Boldrini e poi il presidente del Senato Pietro Grasso. Due personalità eccezionali. Si sono im-pegnati per questo progetto del Sessantennale”. 
Levino Di Placido aggiunge: “Speriamo che anche la Regione Abruzzo s’impegni. L’Abruzzo ha avuto 60 vittime. La tragedia cambiò la vita ai nostri emigrati qui in Belgio, e non solo”.
 
Entriamo nella miniera. Il primo luogo di questa via crucis è la stanza del Memoriale. Le foto di tutte le vittime, con le loro generalità, pendono dal soffitto, mentre la voce in sottofondo chiama uno alla volta i nomi e la loro provenienza. Ricorda, questa atmosfera e questo rito, la visita al memoriale dei bimbi dell’immane Olocausto, allo Yad Vashem di Gerusalemme. 
 
Mi avvicino a leggere i nomi. Mi fermo davanti alle foto di cinque vittime, erano tutti della stessa famiglia, di Manoppello: Iezzi Camillo, Rocco, Donato, Vincenzo, Orlando. 
Rita Blasioli, delegata del Brasile si asciuga le lacrime. Lei è di Manoppello, da dove provenivano 23 delle vittime abruzzesi.
 
Le altre arrivavano da Lettomanoppello (6), da Farindola (6), da Turrivalignani (9), Roccascalegna (6), da Castel del Monte (2), e con una vittima, da Alanno, Elice, Rosciano, Sant’Eusanio del Sangro, Castel-vecchio Subequo, Casoli, Ovindoli e Isola del Gran Sasso. 
Le altre vittime italiane provenivano dalle regioni: Calabria (4), Campania (2), Emilia Romagna (5), Friuli Venezia Giulia (7), Marche (12), Lombardia (3), Molise (7), Puglia (22), Sicilia (5), Toscana (3), Veneto (5) e Trentino (1). 
 
Al processo che seguì, l’unico condannato, in appello, fu il di-rettore dei lavori. Nel locale delle testimonianze sono apposte le targhe commemorative, da tutta Europa. Viene scoperta, con una sobria cerimonia, la targa del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo a ricordo della giornata vissuta per intero all’interno della miniera in segno di rispettoso ricordo di quella grande tragedia. 

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