L'Aquila: main square. Photo: Rudolf Ernst/Dreamstime

Twelve years have passed from that tragic night between the 5th and the 6th of April when  a catastrophic earthquake hit Abruzzo, bringing its regional capital, L’Aquila, and a number of other locales, to its knees. Three hundred and nine people didn’t wake up from the darkness of a night that had begun just like any other. Three hundred and nine people remembered, this year just like the past eleven, in a touching commemoration that, because of Covid-19, has been a tad different from what it used to be: for the second year in a row, the traditional candlelight vigil could not happen and  was replaced by the touching presence of small candles lit on people’s windowsills, not only where the earthquake hit, but across the entire country.

A beautiful blue light projected towards the sky from L’Aquila’s main square while the name of each victim was read out loud. The touching lighting up of a cauldron, fire symbolizing catharsis and the need to restart: something all the more meaningful in these times of pandemic and death. It was a young firefighter, Francesca di Nino, herself a symbol: because firefighters, in the most dramatic moments of that tragedy — and so many others in our country — saved and protected life, compassionate and courageous always, humble heroes of our days and times. The bells tolled, later, three hundred and nine times, at 3.32 am, the very hour when, 12 years ago, the earth killed.

The Basilica di Santa Maria di Collemaggio, dating back to 1288, is a symbol of the city. Photo: Sergio Feola/Dreamstime

Commemorating is important, but we must look at the future with hope, in L’Aquila, because while a lot still needs to be done, life is back in the town’s streets.

Little by little, people who live and work there say, a sense of normality starts permeating the city again. The struscio, that walking up and down the portici of Corso Vittorio Emanuele, started again, with of course all the limitations imposed by curfew and distancing due to the pandemic. People gets their coffees al bar once more, and the noises coming from the many buildings sites around town are more like music than a nuisance: they mean reconstruction is happening, that L’Aquila is about to get its new Renaissance.

Of course, there is still a lot to do, both in  L’Aquila and in the many hamlets and villages around it, that suffered equally because of the earthquake: in town, 60% of public buildings and monuments has been rebuilt: there is more work awaiting. 85% of private homes, however, are ready, and this gives the community hope and a reason to look forward to the future.

Cardinal Giuseppe Petrocchi, archbishop of L’Aquila, underlined this importance of living and working together as a community: reconstruction as an event of “community,” just like beating the pandemic will be the work of the “community:” it is in moments like these that the importance of unity and meaningful connection becomes all the more evident, he stressed. Petrocchi brought together the earthquake and the pandemic, calling them both a “shared tragedy,” because the dead of the earthquake “don’t belong solely to their family, but they are and will always be our sisters and brothers.” Just like fighting the pandemic cannot be the work only of a part of the population: “The virtuous behavior of some of us is not enough, if it is cancelled out by the damaging behavior of others,” he concludes. Petrocchi reminds to the community that, this year, the  sorrow of the earthquake is also the sorrow of today, caused by the many victims — 160 in L’Aquila alone —  of the coronavirus.

Reconstruction in the city after the earthquake. Photo:Claudio Giovanni Colombo/Dreamstime

But as we said, there is a lot of hope in L’Aquila 12 years after the tragedy, and it is its mayor Pierluigi Biondi who, perhaps, says it best: “the town’s beauty has started to shine again. When it comes to reconstruction, it’s all downhill from now. We can see the light at the end of the tunnel.” Many people in town are back into their own homes and the rest should be able to do so by the end of this year. As we said, there is a bit more to do for monuments and public buildings, but L’Aquila is on the right path.

Things have been going more slowly in the surrounding areas, in the 56 communes hit just as badly — if not more — as L’Aquila itself. Here, about 1/3 of all necessary works are finished, 7,592 over more than 23,000, and there are 662 open building sites, with an investment of almost 2 billion euro (2.4 billion USD). 185  interventions have been already approved for the reconstruction of public buildings, with an investment of 70 million euro (83 million USD). More than 100 million euro (around 120 million USD) have been set for the securing and, where necessary, reconstruction of schools.

Twelve years are a long time, but in the life of a city — one founded by the Frederick II, that is almost 1000 years old — is nothing. Many more will be the years of Renaissance, beauty and flourishing for L’Aquila, and many more will be the moments of happiness and serenity for its people.

Sono passati dodici anni da quella tragica notte tra il 5 e il 6 aprile quando un terremoto catastrofico ha colpito l’Abruzzo, mettendo in ginocchio il capoluogo di regione, L’Aquila, e diverse altre località. Trecentonove persone non si sono svegliate dal buio di una notte che era iniziata come tutte le altre. Trecentonove persone sono state ricordate, quest’anno come negli scorsi undici, in una toccante commemorazione che, a causa di Covid-19, è stata un po’ diversa da quella abituale: per il secondo anno consecutivo, la tradizionale veglia a lume di candela non ha potuto aver luogo ed è stata sostituita dalla toccante presenza di piccole candele accese sui davanzali delle finestre, non solo dove il terremoto ha colpito, ma in tutto il paese.
Una bella luce blu è stata proiettata verso il cielo dalla piazza principale dell’Aquila mentre il nome di ogni vittima veniva letto ad alta voce. Toccante l’accensione di un calderone, il fuoco che simboleggia la catarsi e il bisogno di ripartire: qualcosa di tanto più significativo in questi tempi di pandemia e di morte. Lo ha fatto una giovane vigile del fuoco, Francesca di Nino, lei stessa un simbolo: perché i vigili del fuoco, nei momenti più drammatici di quella tragedia – e di tante altre nel nostro Paese – hanno salvato e protetto vite, compassionevoli e coraggiosi sempre, umili eroi dei nostri giorni e dei nostri tempi. Le campane hanno suonato, più tardi, trecentonove volte, alle 3.32, l’ora stessa in cui, 12 anni fa, la terra uccideva.
Commemorare è importante, ma dobbiamo guardare al futuro con speranza, a L’Aquila, perché, anche se c’è ancora molto da fare, la vita è tornata nelle strade della città.
A poco a poco, dice chi ci vive e lavora, un senso di normalità ha ricominciato a permeare la città. Lo struscio, quel camminare su e giù per i portici di Corso Vittorio Emanuele, è ripreso, naturalmente con tutte le limitazioni imposte dal coprifuoco e dal distanziamento dovuto alla pandemia. La gente prende di nuovo il caffè al bar, e i rumori provenienti dai tanti cantieri in giro per la città sono più una musica che un fastidio: significano che la ricostruzione è in corso, che L’Aquila sta per avere il suo nuovo Rinascimento.
Certo, c’è ancora molto da fare, sia a L’Aquila che nelle tante frazioni e paesi che la circondano, che hanno sofferto ugualmente a causa del terremoto: in città, il 60% degli edifici pubblici e dei monumenti è stato ricostruito: c’è tanto altro lavoro in attesa. L’85% delle abitazioni private, invece, è pronto, e questo dà alla comunità una speranza e un motivo per guardare al futuro.
Il cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila, ha sottolineato l’importanza di vivere e lavorare insieme come comunità: la ricostruzione come evento di “comunità”, così come battere la pandemia sarà il lavoro della “comunità”: è in momenti come questi che l’importanza dell’unità e dei legami significativi diventa ancora più evidente, ha sottolineato. Petrocchi ha messo insieme il terremoto e la pandemia, definendoli entrambi una “tragedia condivisa”, perché i morti del terremoto “non appartengono solo alla loro famiglia, ma sono e saranno sempre le nostre sorelle e fratelli”. Così come la lotta alla pandemia non può essere opera solo di una parte della popolazione: “Il comportamento virtuoso di alcuni di noi non è sufficiente, se viene annullato dal comportamento dannoso di altri”, conclude. Petrocchi ha ricordato alla comunità che, quest’anno, il dolore del terremoto è anche il dolore di oggi, causato dalle tante vittime – 160 solo a L’Aquila – del coronavirus.
Ma come dicevamo, c’è molta speranza a L’Aquila a 12 anni dalla tragedia, ed è il suo sindaco Pierluigi Biondi che, forse, lo dice meglio: “La bellezza della città ha ricominciato a brillare. Per quanto riguarda la ricostruzione, da adesso è tutto in discesa. Si vede la luce in fondo al tunnel”. Molte persone in città sono tornate nelle loro case e il resto dovrebbe essere in grado di farlo entro la fine di quest’anno. Come abbiamo detto, c’è ancora un po’ da fare per i monumenti e gli edifici pubblici, ma L’Aquila è sulla strada giusta.
Le cose sono andate più lentamente nelle zone circostanti, nei 56 comuni colpiti altrettanto – se non di più – dell’Aquila stessa. Qui, circa 1/3 dei lavori necessari sono terminati, 7.592 su oltre 23.000, e ci sono 662 cantieri aperti, con un investimento di quasi 2 miliardi di euro (2,4 miliardi di dollari). 185 interventi sono già stati approvati per la ricostruzione di edifici pubblici, con un investimento di 70 milioni di euro (83 milioni di dollari). Più di 100 milioni di euro (circa 120 milioni di dollari) sono stati previsti per la messa in sicurezza e, se necessario, per la ricostruzione delle scuole.
Dodici anni sono un tempo lungo, ma nella vita di una città – una città fondata da Federico II, che ha quasi 1000 anni – non è niente. Molti altri saranno gli anni di rinascimento, bellezza e fioritura per L’Aquila, e molti altri saranno i momenti di felicità e serenità per la sua gente.


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