Un cuore caldo nell’Artico: 120 anni fa moriva Pasquale Tosi, il grande missionario dell’Alaska

Un cuore caldo nell’Artico: 120 anni fa moriva Pasquale Tosi, il grande missionario dell’Alaska

«Sono assente dalla missione non per guadagnar danaro, ma per lucrare anime. La mia escursione, nonché essere lunga e difficoltosa, è anche pericolosa, e così pericolosa che non vi mancò nulla che non vi lasciassi la vita; e, se l’amabile S. Giuseppe non mi avesse aiutato, a quest’ora sarei pasto o dei pesci o di qualche altro animale. La mia salute è sempre la medesima, agile e forte, e così forte, che mi posso paragonare a un muletto. Le intemperie, il freddo, il ghiaccio, le nevi, il vento e l’acqua nulla mi fanno. Ho viaggiato per due mesi sempre nella neve: dove ce n’era un piede, dove due, dove tre. Ho dormito all’aperto cielo, sereno o nevicante, sul soffice letto di neve, con poche coperte: e tutto magnificamente bene.»

È una lettera straordinaria, quella scritta da padre Pasquale Tosi alla propria madre il 22 gennaio del 1873, da una località sperduta tra le Montagne Rocciose. Con estrema semplicità il missionario descrive infatti le sue giornate “normali” nel clima ostico e pericoloso dell’estremo Nordovest degli Stati Uniti, tra pellerossa ridotti alla miseria e una natura imperiosa e subdola. Ma nelle prospettive del resistente gesuita, le missioni del Nordovest non sono ancora l’ultima terra da visitare e da evangelizzare. C’è ancora tanta terra a Nord dell’Oregon e della Columbia Britannica e ci sono ancora tante anime da avvicinare alla parola del Signore. C’è l’immenso Alaska e non ci sono ancora i cercatori d’oro, ma soltanto pochi avventurosi coloni decisi a trovare la loro fortuna in angoli lontani dal mondo civilizzato.

La vita di Pasquale Tosi è permeata di eroismo, di quell’eroismo sottile fatto di mille gesti quotidiani e mille incombenze ordinarie, il tutto in condizioni di vita estrema. Ma quella scelta da Tosi in fondo è la strada da lui voluta fin dal lontano 1865, quando a soli trent’anni decide di partire dal seminario di Bertinoro alla volta dell’evangelizzazione dell’America. È un uomo di Romagna quello che approda nelle Montagne Rocciose nell’anno della vittoria nordista nella guerra di Secessione. Nato a San Vito, frazione di Sant’Arcangelo di Romagna (Forlì) nel 1835, il giovane Tosi aveva intrapreso subito la strada della chiesa e nel 1861 è stato consacrato sacerdote. Il successivo ingresso nella Compagnia di Gesù è un segno più che evidente della sua scelta esistenziale. Per Pasquale Tosi non ci sarà vita comoda, ma terre da conquistare al cattolicesimo. E le Rocky Mountains di metà Ottocento offrono di certo una vita all’altezza di quella sognata dal missionario. Per 21 anni il romagnolo vive tra i suoi “selvaggi”, curandone l’educazione e insegnando i primi rudimenti di una civiltà fin troppo travisata per opera dei coloni e dei cercatori d’oro. Tra le montagne dell’Oregon, dell’Idaho, dello stato di Washington, l’agile gesuita si adatta alle impervie condizioni.

«In sei anni da che mi trovo nelle Montagne Rocciose non ho mai avuto un pagliericcio, né materasso, né lettiera, sia in casa che fuori. La casa in missione è fatta di legno, intonacata di fango, e così tutti i nostri fabbricati. Fuori di sede la nostra abitazione consiste in una tela posta sopra tre bastoncelli, attaccata all’intorno a pioli, cavicchi o pali piantati in terra, che forma una piccola ombrella, che ci ripara dall’acqua quando piove o dal sole d’estate. Là dentro si dice anche messa e il popolo sta intorno dicendo le preghiere, tutti ad alta voce, cantando inni in lingua selvaggia.»

Gli indiani si affezionano a questo uomo dalle mille risorse e sempre ottimista, pronto a sostenerli in ogni occasione e a difenderli anche dagli attacchi del governo americano. Pasquale Tosi impara ben sette dialetti della lingua autoctona e diventa depositario della cultura Salish e Kalispel nonché di quella dei Nasi Forati di cui ha modo di conoscere Capo Giuseppe, il saggio capotribù protagonista di uno dei più cupi episodi della civilizzazione bianca. Anche per i contrasti con l’esercito dell’Unione, Pasquale Tosi decide di intraprendere una nuova avventura in una terra ancora più estrema. Il vescovo Seghers gli chiede infatti di accompagnarlo nella sua diocesi di Vancouver, per intraprendere l’evangelizzazione di quelle terre flagellate dal clima. E Tosi accetta, accompagnandosi anche a padre Robaut e a pochissimi altri uomini.

Durante il viaggio, la piccola compagnia deve superare innumerevoli disagi e pericoli e perde anche la valorosa guida canadese, inghiottita dal fitto sottobosco e mai più ritrovata. Sbarcati a Chilkut, i missionari devono farsi strada con coraggio fino alla foce del fiume Stewart, affluente dello Yukon, e soltanto dopo un mese arrivano finalmente a destinazione. Rimasto con padre Robaut ad attendere il ritorno del vescovo, Tosi fonda la prima missione dell’Alaska, usando tutte le tecniche di sopravvivenza apprese dai nativi, e affronta con pragmatismo il suo primo inverno polare, vivendo a temperature di -55 gradi. Soltanto il 25 maggio dell’anno seguente il gesuita può riprendere la sua opera di evangelizzazione e il viaggio verso Nulato, cittadina nella quale dovrebbe incontrare Mons. Seghers. Ma nel villaggio di Nuklukayet, Tosi e Robaut apprendono dell’uccisione del loro superiore per mano del proprio domestico. Arrivati a Saint Michel i due gesuiti devono affrontare da soli le minacce dello stesso servo e soltanto un’opportuna partenza verso San Francisco salverà il missionario romagnolo dalla morte violenta.

Arrivato a Unalaska, il padre si spinge a Nord per 250 chilometri e visita le isole San Paolo e San Giorgio (oggi isole Pribyloff), nel mare di Bering. Arrivato a Portland e ottenuti rinforzi, riprende il cammino verso Nulato apportando qualche variante al percorso fatto l’anno precedente. Con sé ci sono padre Ragaru e il napoletano Carmelo Giordano. I tre devono sfidare l’imperiosa natura per arrivare alla meta, e nel Wihito Horse Canyon devono superare il passo sull’orlo di paurose rocce, portando l’imbarcazione sulle spalle. Sul Mudlake, i tre missionari incontrano i Tlinckets, chiamati dai canadesi anche Strick Indian (gente del bosco), che vedono per la prima volta uomini bianchi.

Tra i Tlinckets il missionario romagnolo si trova bene: di essi egli ammira l’attaccamento alla famiglia e il rifiuto della poligamia e dell’infedeltà. Ma il gruppetto riprende il cammino in direzione di Fort Miles Creek superando rapide e laghi pantanosi, e arrivando il 25 settembre, sfinito e lacero, a Nuklukayet, nel punto più settentrionale del fiume Yukon. Padre Tosi fonderà subito la stazione missionaria che affida a Padre Ragaru, il quale a sua volta darà vita alla prima Schola Chantorum eschimese. Padre Tosi prosegue invece per Nulato per fondare la terza stazione missionaria, in una terra abitata da Kuyukut, pellerossa molto scontrosi. Anche in questa occasione l’ostinazione e l’ottimismo del gesuita non conoscono limiti. In quattro mesi riesce a insegnare l’inglese a dodici piccoli indiani mentre a sua volta impara la lingua Nulato nella quale traduce preghiere e della quale compone la grammatica. Tosi introduce in questa piccola comunità l’orticoltura, insegnando ai suoi nativi a coltivare e consumare i legumi, e aiutandoli a preservarsi da molte malattie dovute all’eccessivo consumo di pesce e carne cruda. Ma la vita del gesuita non è fatta di riposo. Il romagnolo si muove continuamente, tra Kosyrevsky e Kuskaquim, visitando sessanta villaggi e battezzando molti indigeni.

Le missioni dell’Alaska iniziano così a prosperare per merito dell’italiano, il quale riesce a ottenere anche dei rinforzi, tra i quali tre suore. In virtù di questi ultimi arrivi, Tosi costruisce la nuova missione Holy Cross per le sorelle e altre missioni a Capo Vancouver, prima di intraprendere un nuovo viaggio all’interno dell’Alaska, per conoscere nuove popolazioni e tentare nuove evangelizzazioni. Nel 1891, l’ormai attempato missionario riparte così per un altro viaggio, accompagnato da un solo indiano e attraversando regioni tormentate da una temperatura di -40 gradi. Incontrati gli indiani Paymut, Tosi inizia la sua nuova opera e contemporaneamente provvede a studiare la geografia, e la geologia della zona. In dieci anni di vita in Alaska, padre Tosi percorrerà migliaia di chilometri in un territorio mai calpestato prima da piede umano.

Dalle Isole Aleutine arriverà a Point Barrow, punta estrema dell’Alaska Boreale e nel 1893, intenzionato ad approfondire l’evangelizzazione, ritorna a Roma per chiedere al papa libertà di movimento. “Andate, fate voi da Papa in quelle regioni!” - così verrà congedato da papa Leone XIII, il quale lo nominerà primo Vicario Apostolico dell’Alaska con sede in Juneau. Corre l’anno 1894. Nonostante l’età, Tosi tornerà in Alaska per riprendere i suoi viaggi e fonderà tre nuove missioni, l’ultima delle quali oltre lo stretto di Behring (nel golfo Kotzebue Sound), dove non era apparso mai nessun europeo. Sarà l’ultimo atto di una vita eroica. A soli sessantatré anni, infatti, padre Tosi muore stremato dalle fatiche e dal clima inclemente. Nel 1898 si spegne uno dei personaggi più affascinanti dell’esplorazione americana e le popolazioni eschimesi ancora oggi ricordano con affetto la sua grande opera umana e religiosa.

Anche Sant’Arcangelo di Romagna ricorda il suo illustre figlio, fatto davvero raro per un italiano. Sulla sua tomba si possono leggere queste significative frasi.

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