Tra finzione e realtà: il successo della ‘Black Comedy’ di Luigi Pane al Valley Film Festival di Los Angeles

Tra finzione e realtà: il successo della ‘Black Comedy’ di Luigi Pane al Valley Film Festival di Los Angeles

Luigi Pane (Ph Renato Aiello)

Luigi Pane, regista del cortometraggio “Black Comedy”, ha vinto nel 2016 la sedicesima edizione del Valley Film Festival di Los Angeles, per la categoria Narrative Short. Il VFF è il primo e più longevo Festival cinematografico della San Fernando Valley, con sede nel North Hollywood Arts District. Il film di Pane, ispirato a un fumetto di Carlo Ambrosini, contrappone un navigato commediografo alla sua donna, in un gioco di scambi e metamorfosi verbali tra scena teatrale e vita vissuta. L’unico spettatore, un giovane giornalista, non riuscirà più comprendere dove inizia la finzione e finisce la realtà, sino a quando la recita non finirà. Luigi Pane, laureato in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo a Roma, ha scritto alcuni episodi della celebre fiction italiana “Un posto al sole” e con “L’avenir”, girato a Parigi ha vinto il Premio Rai Cinema.

Il suo corto “Black comedy” ha vinto il Valley Film Festival 2016 di Los Angeles, un riconoscimento un po’ inatteso vista la particolarità e la complessità del film?

Si, ad essere sincero un po’ inatteso. Il Valley Film Festival è una delle rassegne di cinema indipendente più conosciute della città californiana, e quando con la mia distribuzione abbiamo provato a passare la selezione iniziale non ci speravo affatto. Figuriamoci la vittoria! E oltre alla grande soddisfazione che mi ha dato questo successo, ovvero vincere un premio nella città “del cinema”, porto a casa anche un grande insegnamento: puntare sempre in alto, soprattutto quando dal basso ti dicono che non sei all’altezza.

I personaggi di “Black comedy” si muovono tra finzione e realtà rivelando caratteri, ombre e luci. Come nasce l’idea del film?

Dal numero mensile di un noto fumetto che lessi da ragazzino, in quell’occasione scritto e disegnato dal grande fumettista Carlo Ambrosini. Una storia ad incastro, fatta di giochi di specchi, di personaggi che si raddoppiano, di rappresentazione nella rappresentazione. Da quella storia ho estrapolato una piccolissima parte e ho scritto la sceneggiatura, che poi ho fatto leggere a Carlo, a cui è piaciuta molto. Oltre a darmi il suo supporto per il progetto, Ambrosini mi ha regalato anche la sua amicizia, e la cosa mi ha fatto molto onore. È stato con noi a Roma per tutta la durata delle riprese, seduto con discrezione vicino i monitor. La sera a cena poi, a Campo dei Fiori, nei pressi del Teatro Argentina che è stato la nostra location principale, ci scambiavamo opinioni ed impressioni. Giornate indimenticabili.

“Black comedy” si presta a molte interpretazioni, come è stata recepita da chi l’ha visto?

Posso dire che molto spesso, dopo le proiezioni, ho ascoltato delle opinioni di alcuni spettatori che hanno visto nella storia di “Black Comedy” più di quanto abbia voluto mostrare io stesso. E la cosa mi ha fatto molto piacere, perché vuol dire che il film ha stimolato una riflessione. Ed è stata proprio questa la mia intenzione principale quando ho deciso di girarlo: far scoccare una scintilla, mostrare quanto possa essere forte il potere del teatro, inteso come metafora della cultura in generale. Si tratta dell’arma più potente che abbiamo per combattere i tempi difficili di oggi, dove spesso dall’alto si cerca di relegare tutto alla superficialità, all’usa e getta, alla assuefazione e alla omologazione dei sensi. Io, invece, per questi tempi di oggi auspico l’arrivo di un grande movimento culturale che parta dal basso, dall’aggregazione di pensiero e non di interessi economici, e piano piano arrivi alla superficie, provando a cambiare le regole del gioco. Qualcosa di molto simile a quanto avvenne nella letteratura della Beat Generation o nel cinema della Nouvelle Vague.

Gli interpreti di “Black comedy” hanno dato spessore ai personaggi, come è nata la vostra collaborazione?

Una storia che parla di teatro, di personaggi che entrano ed escono dai loro ruoli fino a farti perdere la percezione del confine tra realtà e spazio scenico, non poteva non richiedere grandi attori. E io ho avuto il privilegio di avere due grandissimi interpreti: Fortunato Cerlino e Antonia Liskova, senza dimenticare Paolo Perinelli e Beniamino Marcone. Fortunato e Antonia sono stati l’anima, la forza e la bellezza del mio film. Gli hanno regalato l’intensità che cercavo e lavorare con loro è stata un’esperienza umana e professionale davvero appagante. Quando ho provato a contattare Fortunato per la prima volta, lui era reduce dallo straordinario successo avuto con la fiction “Gomorra” e avevo davvero poche speranze che avrebbe accettato di essere il protagonista del mio corto. E invece sbagliavo. Ritengo che Cerlino sia uno dei migliori attori in assoluto del nostro attuale panorama.

Vuole parlarci di “L’avenir”, il cortometraggio interpretato da Antonio Folletto e Charlotte Verny?

È un progetto a cui tengo moltissimo e che ha visto la luce grazie alla Mediterraneo Cinematografica che lo ha prodotto. Ho avuto ancora una volta un cast ed una troupe di prim’ordine. È ambientato a Parigi e narra di un amore che prova a conquistare la luce in una notte che è stata molto buia per la capitale francese.


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