Il dolore nella letteratura italiana dell’Ottocento

Il dolore nella letteratura italiana dell’Ottocento

Alessandro Manzoni ritratto da Francesco Hayez

Da sempre l’uomo si domanda “cos’è il dolore?”. Cosa possiamo rispondergli? Probabilmente è uno status dell'animo, una sensazione che avvertiamo al nostro interno, incomprensibile, inspiegabile, indicibile, inafferrabile e, per questo, ultraterrena, divina.

Da dove nasce il dolore, qual è la sua causa? L’'uomo immagina di vivere e agire in una realtà felice, perfetta, fatta su misura per lui, ma inevitabilmente si scontra con una società che, al contrario, frena brutalmente i suoi sogni e spesso li manda in frantumi come un cristallo preziosissimo e fragilissimo che cade improvvisamente a terra.

L’uomo, essere irrequieto proprio perché intelligente, non accetta, ma si agita freneticamente, non si dà pace e vaga tormentato alla ricerca di qualcosa che non ha.  Ma la sua disgrazia purtroppo è che anche quando ha tutto, completamente, non è felice perché questo tutto, che è ormai routine e non provoca più emozione, si risolve in nulla, nel vuoto, nelle tenebre.

Qualunque sofferenza è comunque inferiore per gravità alla morte se, come recita Achille nell’Ade, quando incontra Odisseo “«Non abbellirmi, illustre Odisseo, la morte! Vorrei da bracciante servire un altro uomo, uomo senza podere che non ha molta roba piuttosto che dominare tra tutti i morti defunti” (Odissea vv.488/491).

Il termine italiano “desiderio”, deriva dal latino “desiderium”, il quale a sua volta è composto da “de” e da “sidus” “lontano dalla costellazione”: nei tempi più antichi infatti i naviganti si orientavano in alto mare osservando le costellazioni all’interno della profonda volta celeste e quando queste non erano visibili, allora subentrava in loro un senso di smarrimento, di paura, sentivano un enorme vuoto interiore, la necessità di avere accanto qualcosa o qualcuno che colmasse il loro disagio: da qui il dolore e la sofferenza. 

Dai “Nostoi”, i versi che cantano il ritorno in patria degli eroi greci superstiti dalla guerra di Troia, In italiano abbiamo “nostalgia”, ovvero “dolore per il mancato o ritardato ritorno in patria”.

Eschilo, tragediografo greco del V a.C., con il suo famoso motto “pathei mathos”, interpretò il dolore umano come incentivo alla conoscenza, alla crescita interiore, alla maturazione personale: secondo il grande drammaturgo greco il dolore è un dono che gli dei fanno all’uomo perché egli possa cambiare positivamente e fare esperienza, servendosi dei suoi errori e delle sue sofferenze per diventare migliore e per migliorare gli altri: il suo dolore, quindi, diventa motivo di giovamento per la società.

Ma anche gli animali e persino le piante provano dolore e non sono destinati ad un’esistenza felice. Se leggiamo alcuni versi dello “Zibaldone” di G.Leopardi (1798/1837), appartenenti circa al 1826,ci rendiamo conto che dietro l'apparente bellezza si nasconde una triste ed impensabile realtà  di sofferenza per tutti gli esseri viventi, animali e piante, nessuno escluso.

"Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente, ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi. Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagion dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento… Là quella rosa è offesa dal sole, che le ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini.  

Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è róso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi.

Quella donzelletta sensibile egentile va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere".

Perché il Leopardi riuscì ad afferrare così profondamente il tormento dell’uomo e della Natura? Solo perché era un genio?

Solo perché aveva più tempo di altri per riflettere? No, anche perché la sua malattia e la sua sofferenza lo avevano condotto ad essere più profondo, ad avvertire le contraddizioni della società contemporanea. A Leopardi il dolore ha regalato, non tolto, una capacità eccezionale di comprensione del mondo come pochi hanno avuto, anche se certo avrebbe preferito non soffrire. Allora, chi si serve del dolore per conoscere, riesce a farlo solo se si oppone accanitamente contro il dolore stesso. Per Leopardi tra gli esseri il più infelice è l'uomo, perché è consapevole della sua sventurata condizione.

Ugo Foscolo (1778/1827) fu tormentato da irrequieto dolore, da quel desiderio di pace e di oblio, da quell’inquietudine che fu comune agli uomini e agli scrittori della generazione romantica. Egli affermò con convinzione che l'uomo è nato più per il dolore che per il piacere e che l’infelicità è insita nella natura dell'uomo.  Così scrisse ad Antonietta Fagnani-Arese, che amò profondamente: "Tutto è follia... e quando anche il soave sogno dei nostri amori terminerà, credimi, io calerò il sipario. La gloria, il sapere, l'amicizia, le ricchezze, tutti fantasmi, che hanno recitato fino ad ora nella mia commedia, non fanno più per me. Io calerò il sipario, e lascerò che gli uomini si affannino per fuggire i dolori di un'esistenza, che non sanno troncare». «Quando la malinconia si impadronisce di me, io m'immagino tutto quello che potrebbe rendermi beato, e ch'è il voto di tutti i mortali..., mi figuro di possederlo e sento ch'io sarei egualmente e perpetuamente infelice".

La fede in Dio indusse un altro grande, Alessandro Manzoni (1785/1873), a considerare il dolore non come una forza bruta, cieca ed inutile, ma come una caratteristica naturale e significativa della condizione umana. Il poeta formula il concetto di “provvida sventura”, leggendo nella sofferenza un segno della presenza di Dio, il quale mette a dura prova le sue creature, ma mai le abbandona. Il dolore è quindi una testimonianza dell'immenso amore di Dio,  poiché  rende degni di una vita migliore coloro che lo sopportano con rassegnazione e con fede.

Comunque sia, nonostante i nostri patimenti, grandi o piccoli, “Noi siamo il nostro passato“ (Henry Bergson). 

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