Dopo Santa Monica, poesia e cronaca nella ricerca non solo musicale di Giampà

Dopo Santa Monica, poesia e cronaca nella ricerca non solo musicale di Giampà

Giampà ha inciso il suo secondo album negli studi di Santa Monica (Ph in pagina Giancarlo Gk Rocco)

Le produzioni di Beppe Giampà si distinguono per le sonorità originali e la cura con cui vengono realizzate, come nel caso della trasposizione in canzone di alcune importanti poesie. In “Della fatal quiete”, il suo ultimo disco, ha musicato le opere di Foscolo, Campana, Pascoli, Leopardi, Carducci. In precedenza, nell'album “I mattini passano chiari”, aveva compiuto la stessa operazione con Cesare Pavese, musicando le metriche poetiche tratte dalle raccolte “La terra e la morte” (1945) e “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (1950). 
Nel 2009 in collaborazione con Giovanni Lodigiani, compositore di musical e colonne sonore di film per il mercato americano, incide il secondo album (…e il sentimento brucia) negli Stati Uniti presso gli studi di Santa Monica.
 
Recentemente ha pubblicato il singolo “Canzone per Fausto e Iaio”, scritto con Sergio Gnudi, dedicato a Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, scomparsi tragicamente il 18 marzo 1978. Il brano è parte della colonna sonora del film “Il sogno di Fausto e Iaio” di Daniele Biacchessi e Giulio Peranzoli, liberamente tratto dal libro dello stesso Bianchessi. Il film utilizza diverse tecniche narrative: teatro, cinema, illustrazioni, immagini e suoni di archivio, per rappresentare le reazioni e l’emozione suscitata da quella morte prematura. 
 
Da “I mattini passano chiari” a “Della fatal quiete”, dalle canzoni tratte delle poesie di Cesare Pavese a quelle dei poeti del 800-‘900, il passo può sembrare breve ma non lo è.
Un passo impegnativo per entrambi i lavori. “I mattini passano chiari” è stato un esperimento coraggioso che ha avuto un suo percorso: quello teatrale che non mi ha particolarmente entusiasmato, a fronte di una dimensione molto più consona come quella del live acustico che ha rappresentato la vera essenza del progetto. Partendo da questa esperienza la volontà di rimettere tutto in discussione con “Della fatal quiete”. 
Tutto è diventato molto più impegnativo con la poesia del '800 e primo ‘900, e di conseguenza la difficoltà aumentava con le metriche poetiche di Foscolo, Leopardi e Carducci. Questi due album sono stati sperimentazioni che hanno richiesto parecchio impegno ed energia, ma sono stati un’ottima palestra per i lavori futuri.
 
Canzone per Fausto e Iaio, canzone politica o recupero della memoria?
Recupero della memoria. L’Italia è un paese ricco di storie e personaggi spesso erroneamente dimenticati. Il presente che stiamo vivendo è frutto di quello che successo in passato, più di quello che noi crediamo. Se ci poniamo domande sul presente, bisogna sempre ricercarle nel passato. Questo non è sempre facile, perché molte volte i fatti vengono distorti, insabbiati, volutamente accantonati e spesso dimenticati. Non c’è nulla di politico in quello che tratto, pur avendo idee chiare a tal proposito. Quello che voglio far emergere da queste situazioni sono i fatti storici. Non voglio giudicare ma descrivere per quanto possibile la realtà dei fatti.
 
Dalla poesia alla resistenza, dai poeti del ‘900 a “Era febbraio”, qual è la linea rossa che li lega?
È una linea che collega la voglia di non dimenticare determinati fatti, anche se per questioni anagrafiche, mi sono stati semplicemente raccontati. Lo faccio con la musica perché è il mezzo a me più consono. La scelta delle argomentazioni è data dal fatto di come e quanto un determinato argomento mi affascini. 
 
Poesia, canzone, teatro e video, vari modi per esprimere la propria creatività, cosa ti piace di più? 
La mia dimensione è sicuramente quella del concerto, acustico in particolare. Una situazione che mi permette di stare vicino al pubblico in modo intimista e raccontare storie attraverso le canzoni. Ho modo in questa dimensione di potermi confrontare con la gente sulle storie che racconto, prima e dopo il concerto, e imparare tante cose.
 
Beppe Giampà e Sergio Gnudi, un binomio che ci ha regalato “Era febbraio”, “Le stagioni in città (Ovvero le avventure di Marcovaldo)”, com’è nata la vostra intesa artistica? 
Ci siamo conosciuti durante una cena in occasione del Festival delle Parole. Ho avuto modo di leggere alcuni suoi testi e poi musicarli. Da allora sono nati questi due reading musico letterari. Quando lavoriamo a qualche progetto il più delle volte siamo d'accordo un po' su tutto, altre no, ma in tal caso ci prendiamo il tempo necessario per riflettere sul da farsi. Sulle idee e sul modo di proporle ci somigliamo molto.
 
Sei uno dei pochi artisti che ha la possibilità di portare i suoi spettacoli all’estero, che differenza trovi con la realtà italiana dei live? 
Ho avuto modo in questi anni di suonare in Germania, Austria e Belgio. In questi casi oltre alla curiosità dei progetti, c’era il fascino della lingua e della poesia italiana raccontata attraverso la musica. Devo essere sincero, in alcuni casi ho trovato in Italia un po’ di scetticismo per partito preso, e la cosa mi ha dato parecchio fastidio. Ma ovviamente non ho la presunzione né l’obbligo di piacere a tutti. 
 
Dopo i dischi dedicati alla letteratura, cosa bolle in pentola? 
Continuo a mettere su carta nuove canzoni. Attingo con piacere alla letteratura e ai personaggi che hanno colorato il nostro bel paese. In questo momento sono in studio. È più forte di me, non riesco a smettere di sognare.

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