Vi fidereste di un wine-kit che promette Barolo o Verdicchio made in Italy?

Vi fidereste di un wine-kit che promette Barolo o Verdicchio made in Italy?

Il falso Made in Italy colpisce tanto i vini come i generi alimentari nonostante l’Italia abbia quasi 800 prodotti a marchio di qualità certificata

Il trattato transatlantico su cui stanno intensamente lavorando Stati Uniti ed Europa, deve assicurare la tutela dei vini italiani rispetto a un fenomeno, quello del falso Made in Italy a tavola, assai diffuso sul mercato Usa dove ha superato il valore di 20 miliardi di euro. 
 
A sottolinearlo è la Coldiretti, che con un milione e mezzo di associati è la principale organizzazione degli imprenditori agricoli a livello nazionale ed europeo, nell’esprimere preoccupazione per le notizie sull’andamento delle trattative tra i due continenti secondo le quali gli americani hanno ribadito la loro intenzione di continuare ad usare le denominazioni "semigeneriche" dei vini europei, come gli italiani Chianti, Marsala, il greco Retzina, il portoghese Madeira e i francesi Chablis e Champagne. 
 
Il risultato, denuncia la Coldiretti, è che oggi il Chianti si produce in California, mentre sempre negli States è possibile acquistare del Marsala Wine. Ma il fenomeno del falso vino “Made in Italy” trova un forte impulso anche dalle opportunità di vendita attraverso la rete dove è possibile acquistare pseudo vino ottenuto da polveri miracolose contenute in wine-kit che promettono in pochi giorni di ottenere le etichette più prestigiose come Valpolicella, Frascati, Chianti, Primitivo, Gewurztraminer, Verdicchio, Lambrusco, Montepulciano o Barolo.
 
 Il Made in Italy tarocco a stelle e strisce non riguarda però il solo vino ma colpisce tutti i comparti dell’export tricolore, dai pomodori san Marzano all’olio d’oliva fino ai salumi, mentre addirittura il 99 per cento dei formaggi di tipo italiano negli States è fasullo nonostante il nome richiami esplicitamente le specialità casearie più note del Belpaese, dalla Mozzarella alla Ricotta, dal Provolone all’Asiago, dal Pecorino Romano al Grana Padano, fino al Gorgonzola.
 
Il fenomeno dell'Italian sounding, prodotti che vengono spacciati per italiani ma che non lo sono affatto, è un mercato che nel mondo vale oltre 60 miliardi di euro, ossia esattamente il doppio delle esportazioni dei prodotti originali.
 
 La presunzione statunitense di continuare a chiamare con lo stesso nome alimenti del tutto diversi è inaccettabile - sostiene la Coldiretti - perché si tratta di una concorrenza sleale che danneggia i produttori e inganna i consumatori e l’Unione Europea ha il dovere di difendere prodotti che sono l’espressione di una identità territoriale non riproducibile altrove realizzati sulla base di specifici disciplinari di produzione sotto un rigido sistema di controllo. 
 
 “La trattativa sull'accordo di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti, il Transatlantic Trade and Investment Partnership, deve rappresentare un appuntamento determinante per tutelare le produzioni agroalimentari italiane dalla contraffazione alimentare e dal fenomeno dell’Italian sounding” spiega il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo nel ricordare che "in gioco c’è un consistente interscambio economico visto che per la prima volta le esportazioni agroalimentari Made in Italy in Usa hanno superato nel 2015 i 3,6 miliardi di euro con un aumento del 20 %. E proprio il vino è il prodotto italiano più apprezzato dagli americani con 1,3 miliardi”.
 
Ma sul tavolo ci sono anche altri argomenti “scottanti” su cui l’Europa non deve abbassare la guardia – condlude la Coldiretti – dalla carne agli ormoni al pollo alla varechina che rischiano di finire nel piatto dei cittadini italiani ed europei, fino alla questione degli Ogm.
 
L'Italia, con 271 fra Dop e Igp per il settore cibo e 523 per il vino, per un valore della produzione di 13,5 miliardi di euro, è il Paese leader in Europa nel settore delle indicazioni geografiche: vantiamo un "paniere alimentare" tutelato che copre circa il 25% del totale dei riconoscimenti ottenuti dall'Ue ma nella pratica, ovvero nel controllo dei mercati, non ci sono abbastanza strumenti per contrastare la diffusione di prodotti di bassa qualità che imitano nel nome e nell’aspetto (ma certo non nella qualità e salubrità) gli originali italiani. Un problema economicamente grave ma che non andrebbe sottovalutato nemmeno dal punto di vista della salute. 

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