Bohème: l’amore è un caminetto che sciupa troppo … e in fretta!

Bohème: l’amore è un caminetto che sciupa troppo … e in fretta!

Mario Chang e Nino Machaidze. Photo: Ken Howard/LA Opera

La Tour Eiffel che  si staglia incompleta contro il cielo pallido, annebbiato dal freddo, della Parigi di fine ‘800. L’allegro mormorio di alcuni artisti che tentano invano di scaldare la loro povertà bruciando gli atti di un dramma che non vedrà mai la luce. E l’amore, languido e ingenuo, che si dipinge sui volti di Mimì e Rodolfo, mentre al buio cercano teneramente la chiave smarrita. L’amore, che con un guizzo di gelosia si tinge poi di passione e tradimento nelle ripetute scorribande notturne di Musetta e nel suo tentativo malizioso di riconquistare Marcello.
 
L’amore, che si riunisce in punto di morte, quale unico conforto per lo spirito affranto da una vita di privazioni e di stenti. L’amore, i cui finti fiori  non hanno alcun odore, ma appaiono allegri e festosi mentre adornano l’esistenza travagliata e incosciente dei protagonisti di Bohème di Giacomo Puccini -  in scena al Dorothy Chandler Pavilion fino al 12 giugno prossimo.  
 
La regia dello spettacolo affidata a Peter Kazaras, è una ripresa  - non sempre efficace -  del 1993, anno in cui per la prima volta a Los Angeles si sperimentava la produzione di un regista cinematografico, Herbert Ross, ponendo così le fondamenta per una nuova proficua tradizione  che si è protratta negli anni a venire fino  ai giorni nostri  -  Maximilian Schell e Woody Allen ne sono un esempio riuscitissimo.  
 
Qualche incongruenza, a mio parere, nell’ambientazione dell’ultimo atto,  che lascia intravedere Mimì agonizzante all’aperto -  nello stesso spazio, teatro del giocoso duello a colpi di baguette tra le bici di Colline e Schaunard -  e contemporaneamente Musetta, in casa-  al caldo -  mentre prepara il cordiale da dare alla moribonda. Un’ombra giustificata forse solo dalla necessità di far cantare i protagonisti in primo piano sul palcoscenico invece che sulla struttura a due livelli che ospita la casa degli artisti e che probabilmente  avrebbe sacrificato la riuscita drammatica del finale. 
 
Per fortuna, le gelide notti parigine sono rischiarate dalla sognante e iridescente  voce di Nino Machaidze, georgiana al suo debutto in Mimì  sul palcoscenico del LA Opera, ma già nota e amata dal pubblico losangelino per le sue memorabili interpretazioni di Adina ( Elisir d’Amore)  nel 2009, Fiorilla (Il Turco in Italia) e Juliette ( Romèo et Juliette) nel 2011, Thaïs  e infine Violetta (Traviata) nel 2014.
 
 Non una sorpresa, quindi, ma una conferma del talento  di una grande interprete capace di rinnovarsi e osare, cimentandosi in ruoli sempre  nuovi, supportata in ogni scelta da un uso sapiente della tecnica e da una sempre emozionante sensibilità. Accanto a lei, Mario Chang, giovane pluripremiato vincitore del concorso Operalia 2014, un Rodolfo convincente, elegante nel fraseggio e sicuro negli acuti.  
 
Giorgio Caoduro  e Janai Brugger, rispettivamente Marcello e Musetta, pur cadendo a volte nell’ostentazione della commedia di maniera, si muovono egregiamente tra i moti appassionati  e burrascosi della querelle d’amour, distinguendosi per bellezza di timbro e spessore vocale. Schaunard è il simpatico Kihun Yoon, mentre Colline è il commovente Nicholas Brownlee -  le note della sua Vecchia Zimarra riscaldano ancora il ricordo indelebile della sua straordinaria interpretazione.  
 
A dirigere il dramma,  l’italiana Speranza Scappucci, artista sensibile e appassionata al suo debutto nella West Coast. La sua elegante bacchetta rievoca la coltre di nubi e la povere di stelle sopra i tetti di Parigi; accompagna sapientemente  il canto degli innamorati e gioca ilare con le voci bianche del coro dei bambini di Los Angeles -  un tripudio dei sensi, affascinati dal suono vellutato dell’orchestra che inonda la difficile e ampia sala del teatro e riecheggia silenzioso nel respiro ultimo della vita che muore. Un’esecuzione memorabile, gradita al pubblico degli astanti che ha celebrato gli artisti protagonisti con numerosi applausi e grida di ammirazione.  
 
Grande attesa  e fermento ancora per le ultime due recite del 10 e 12 giugno con l’alternarsi al podio di Gustavo Dudamel, direttore stabile della Los Angeles Philharmonic  Orchestra. Quali  nuance ed emozioni ci riserveranno, non ci è dato saperlo. La brillante ed irruente passionalità del maestro dipingerà sicuramente gli orizzonti inesplorati dell’amore  di nuove ed esaltanti avventure; e i sogni tormentati di Mimì, Rodolfo, Musetta, Marcello, Colline, e Schaunard rivivranno ancora attraverso la poesia immortale di Puccini -  oggi come allora, sotto gli innumerevoli cieli solitari dell’animo umano. 

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