Sulle rive del Lago d’Orta tra i misteri dell’Isola di San Giulio

Sulle rive del Lago d’Orta tra i misteri dell’Isola di San Giulio

L'Isola di San Giulio è l’unica del lago d’Orta è abitata sin dal Neolitico. Ha un perimetro di 650 metri ed è quasi tutta occupata dall’abbazia Mater Ecclesiae

Prima di trasferirmi in Alto Adige, paesaggio di montagne e regione ricca di varia vegetazione, ero solito portare la famiglia in vacanza dalle parti del Lago Maggiore. Nella Valle Strona, tra il Lago d’Orta, il Lago Maggiore e il piccolo Lago di Mergozzo, andavo in una cittadina a mezza costa del monte Cerano, con di fronte il Mottarone: Casale Corte Cerro. 
Nei dintorni ci sono Arona, Stresa, Intra, Pallanza, Verbania; poi Domodossola, e, nella Val Vigezzo (Centovalli), Druogno, Re, S. Maria Maggiore; Verdasio, Ascona e Locarno nella Svizzera italiana. Ad ovest, Crusinallo, Omegna e Orta. 
 
L’ultima volta che abbiamo soggiornato a Casale Corte Cerro fu a luglio del 1979, l’anno successivo alla pubblicazione del romanzo-racconto di Gianni Rodari: “C’era due volte il barone Lamberto, ovvero i misteri dell’isola di San Giulio” (1978). 
 
Di Gianni Rodari, i miei figli avevano ascoltato i racconti e le poesie, alcune delle “filastrocche in cielo e in terra” o delle “favole al telefono”, dei ricercati e vivaci limerick o dei dissacranti e acuti componimenti del “libro degli errori”. Sicché per la vacanza di quell’estate del 1979 sembrò un obbligo, oltre che visitare Omegna, città natale di Rodari, fare anche un’escursione sull’isola di San Giulio, al centro del lago d’Orta, sede di quei “misteri” di cui si narravano le meraviglie nel romanzo di Rodari. 
 
Tra le stranezze che ci capitò di elencare sull’Isola (come il piccolo approdo nelle prossimità della chiesa; la brevità della passeggiata per percorrere l’intera isola; la bellissima chiesa romanica col pulpito in pietra nera locale; la foresteria della piccola comunità di suore di clausura che dava direttamente sul lago, di fronte all’imbarcadero di Orta; l’esiguità del numero di costruzioni; la stessa mancanza di persone circolanti che facevano sembrare l’isola disabitata), notammo una curiosa vegetazione, ancora più strana per noi abituati alla macchia mediterranea. 
 
Ci colpì in particolare una pianta: un albero massiccio che presentava dei frutti a grappolo dalla forma di mandorle essiccate, un po’ più bruni, più gonfi, più appuntiti, e, data la stagione, più secchi. Nel raccoglierne da terra qualche esemplare ci accorgemmo che si trattava di gusci legnosi, leggermente aperti verso la punta. E per il fatto che ci fossero estranei e sconosciuti, ne deducemmo che si trattasse di una vegetazione lacustre.     
 
Quell’anno di ritorno dalla vacanza in Piemonte, sul finire della stagione estiva trovammo mia madre alle prese con un problema. I rami di un albero molto rigoglioso le occupavano il vano della finestra, impedendo alla serranda di srotolarsi. Per la verità quella non era la prima volta che vedevo mia madre costretta a potare l’estremità di quei rami che oltre ad ostacolarle la vista, bloccavano l’uso dell’infisso. Era costretta a strappare foglie e frasche per liberarsi dall’invadenza della pianta. 
 
Grande fu lo stupore quando ci accorgemmo che quell’albero era della stessa specie di quelli che avevamo conosciuto quella stessa estate nell’isola di San Giulio. 
A Bolzano, dove fui trasferito per motivi di lavoro, imparai a notare che tutti gli alberi dei parchi pubblici, e i filari che costeggiano le strade, erano contrassegnati da una targhetta col nome volgare e il corrispondente nome scientifico della pianta. In quel tipo di costumanza non pensavo tanto alla correttezza amministrativa o al senso civico, ma evidenziai solo la funzione pedagogica verso i ragazzi della scuola, e più ancora verso la popolazione in genere.
 
Dopo qualche mese, provai emozione quando in visita al Museo (ex palazzo vescovile) di Bressanone, lungo l’antico fossato mi accorsi che un magnifico, colossale, albero secolare, identico sia a quelli che avevo visto nell’isola di San Giulio sia a quello del cortile dell’abitazione di mia madre a Pompei, portava la sua brava targhetta dove, insieme alla data da cui se ne documentava la presenza in quel sito, c’era anche il nome della pianta:  Paulownia  Tomentosa.  
 
Così ho conosciuto la Paulonia. Oggi quella pianta la rivedo lungo gli argini del fiume Isarco che attraversa la città, e in qualche prato condominiale, in tutte le stagioni, con le sue grandissime foglie a forma di cuore, con la sua infiorescenza di campanelli azzurri, con i suoi grappoli di frutti essiccati.
 

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