L’equazione umanistica: Giotto sta all’arte come Dante alla letteratura

L’equazione umanistica: Giotto sta all’arte come Dante alla letteratura

Particolare del Polittico Stefaneschi, tempera su tavola realizzata da Giotto con la sua bottega attorno al 1320 e oggi alla Pinacoteca Vaticana

Spesso si conosce la pittura di Giotto per i cicli di affreschi realizzati in luoghi di fama mondiale come la basilica di Assisi o grazie alla sua meravigliosa cappella degli Scrovegni a Padova. Ma Giotto fu molto altro: un maestro, un innovatore, un uomo del suo tempo. Oltre alle tante leggende che hanno contribuito a costruirne la fama di inarrivabile interprete della pittura, pare sia stato in grado di dipingere in un solo colpo un cerchio perfetto, è certo che sia stato un artista in grado di cambiare il linguaggio visivo ed iconografico dell’arte di allora oltre ad essere stato un notevole imprenditore. Ci stupirà sentire ciò, eppure la sua capacità di gestione di vari cantieri, conferma questa teoria. Le richieste di lavori fioccavano da ogni parte d’Italia: sia dalla chiesa che dai nobili, maggiori committenti dell’allora società. 
 
Giotto, circondato da validi collaboratori e discepoli, seppe creare un vero e proprio canale  che gli permettesse di realizzare più opere e soddisfare numerose commissioni. D’altronde di sola gloria non si è mai vissuto! 
 
Giotto fu un innovatore e non siamo solo noi postumi ad affermarlo, ma anche i suoi contemporanei. Da poco mancato il grande artista, Boccaccio, famoso scrittore italiano del tempo, lo decantava per la sua bravura e la sua capacità di innovare l’arte. Molti affermano che Giotto sta all’arte come Dante sta alla letteratura e difficilmente questa equazione umanistica è smentibile. 
 
Giotto si è svelato in tutto il suo splendore in una recente mostra a palazzo Reale a Milano dove ha letteralmente incantato lo spettatore. Nella  prima sala si è appreso come il giovane artista, già all’età di vent’anni, avesse i requisiti per i grandi cambiamenti che sconvolgeranno il mondo dell’arte. Magnifici polittici hanno reso unica la mostra sintetizzando i cambiamenti apportati nel linguaggio iconico. 
 
Una delle più grandi innovazioni? La gestualità dei personaggi: Giotto eliminò la staticità che aveva caratterizzato l’iconografia bizantina fino ad allora. Non solo, Giotto andò oltre e diede movimento anche ai volti facendo sì che i sentimenti potessero uscire allo scoperto: la disperazione e le lacrime  divennero espressione di emozioni sia negli esseri umani che addirittura negli angeli. Questo cambiamento  permise allo spettatore di sentirsi coinvolto nelle scene rappresentate molto più di quanto lo fosse mai stato fino ad allora. 
 
Ammirando il Polittico Stefaneschi si ha una sintesi della grande capacità giottesca. Partiamo dal presupposto che la staticità è oramai un ricordo, come accennato, ma  andiamo oltre: Gesù bambino è sgambettante, le gestualità delle donne e il paesaggio brullo alle spalle non fanno che enfatizzare la crudezza della scena, che si riferisce alla decapitazione di San Paolo e alla sua ascesa in cielo. Il polittico fu commissionato dal cardinale Jacopo Caetani Stefaneschi nel 1330 circa, ed è forse il lavoro meglio conservato a Roma di Giotto. 
 
La mostra ha riunito in un’unica stanza due pezzi importanti di un lavoro del maestro che originariamente era un tutt’uno. Si è potuto ammirare il polittico Baroncelli della cappella della Basilica di Santa Maria della croce a Firenze  ricongiunta, solo in questa occasione, con la sua cuspide che raffigura il Padre Eterno e che è esposta normalmente al museo di San Diego in California. 
Tuttavia, ciascuna delle 14 opere esposte, ognuna un capolavoro, hanno fatto amare e scoprire ancora di più un genio dell’arte Italiana. 
 

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