Agli Usa l’Italia piace per Ict e innovazione non solo per il ‘classico’ made in Italy

Agli Usa l’Italia piace per Ict e innovazione non solo per il ‘classico’ made in Italy

La Borsa dell’Innovazione e dell’Alta Tecnologia è un’iniziativa dell’Ice per la promozione dell’internazionalizzazione e dell’innovazione delle imprese del Sud Italia

La Borsa dell’Innovazione e dell’Alta Tecnologia è un’iniziativa del Piano Export Sud, un programma triennale di azioni per la promozione dell’internazionalizzazione e dell’innovazione delle imprese, gestito e coordinato dall’Ice, l’Istituto del Commercio estero. Obiettivo del B2B internazionale è valorizzare il potenziale innovativo espresso dal sistema delle imprese e della ricerca di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, per trasformarlo in prodotti e servizi da collocare sui mercati esteri. 
Per L’Italo-Americano abbiamo intervistato Roberto Luongo, direttore generale Ice.
 
Alle imprese del Sud l’Ice ha proposto un appuntamento importante.
Ice è l’organizzatore di questa seconda Borsa internazionale della tecnologia e dell’innovazione. Dopo quella di Napoli dello scorso anno, l’abbiamo portata a Bari con 18 delegazioni dall’estero, 1100 incontri bilaterali, 120 progetti presentati dalle imprese, in maggioranza pugliesi ma anche dalla Campania, Calabria e Sicilia. L’obiettivo è portare al Sud potenziali investitori esteri per collaborazioni produttive, scientifiche e tecnologiche. Qui abbiamo tante università e centri di ricerca, start up di giovani che si vogliono lanciare sui mercati internazionali. 
 
È un grandissimo evento perché sottolinea come le forze dello Stato centrale, il ministero dello Sviluppo economico, qui rappresentato dal capo di gabinetto del ministro Guidi, l’avvocato Cozzoli, l’Ice che è l’organizzatore primario di questo evento, e le Regioni che hanno contribuito con la loro attività, lavorano in sinergia per le imprese del Mezzogiorno. È un’iniziativa finanziata dall’Unione Europea, perchè ha una visione di stampo europeista, per promuovere la collaborazione a livello internazionale. 
 
Chi partecipa ovvero chi crede nelle potenzialità del Sud?
Abbiamo delegazioni provenienti da Paesi molto lontani, dagli Stati Uniti alla Cina, dal Brasile all’India, delegazioni di altissimo profilo. Fra tutti è presente il Fondo Mubadala di Abu Dhabi, fondo di investimento molto importante a livello mondiale, con centinaia di miliardi di possibilità di investimento in progetti internazionali. 
 
Abbiamo imprese nel campo delle bionanotecnologie, delle energie rinnovabili, della protezione ambientale, dell’Ict. 
Un panorama molto vasto per dimostrare che il Mezzogiorno non è tutto crisi, non è tutto disagio, non è tutta difficoltà. Al contrario ci sono grandi opportunità ed questo è proprio quello che con la Biat vogliamo dimostrare all’Europa ma anche al nostro Paese.
 
Quali sono stati i risultati del primo anno?
Ci sono stati una quarantina di accordi tra centri di ricerca e imprese italiane ed estere, collaborazioni molto importanti. A Napoli era stato privilegiato il settore dell’aerospazio, dell’avionica, qui abbiamo invece una partecipazione più ampia dell’Ict. I progetti provengono in maggioranza dalle imprese della Puglia. 
 
Cosa manca ancora per dare supporto adeguato alle imprese?
Qui il tema non è tanto dell’infrastruttura materiale, qui parliamo di sostegno immateriale e molti passi sono ancora da fare. 
Perché i centri di ricerca, le università e anche le piccole e medie imprese devono essere più attive e aggressive rispetto al passato. Però devo dire che si stanno facendo passi in avanti anche attraverso l’impegno che soprattutto l’Ice sta mettendo in atto insieme al ministero dello Sviluppo economico e alle Regioni. Siamo sulla strada buona. Abbiamo ottenuto, e stiamo ottenendo, degli ottimi risultati.
 
Dal suo punto di vista, visto che l’economia americana è ripartita anche grazie all’Ict, perché le aziende italiane dovrebbero essere appetibili per quelle americane?
In termini di collaborazione e di opportunità di lavorare insieme sui mercati internazionali. 
Qui ci sono grandi conoscenze. I centri di ricerca italiani, gli ingegneri italiani, nello specifico quelli elettronici, quelli delle materie più innovative, sono molto appetiti all’estero per le loro capacità. Gli investimenti esteri stanno crescendo in Italia ma rispetto al passato oggi non puntano più solo sui settori “maturi” ma piuttosto su quelli più innovativi e ad alta tecnologia.
 
Manifestazioni come queste servono proprio a offrire l’opportunità alle aziende innovative del Mezzogiorno di valorizzare il potenziale competitivo inespresso nei mercati esteri più attrattivi. Come Ice abbiamo realizzato un roadshow sugli investimenti negli Stati Uniti a gennaio, a New York e a Los Angeles, dove l’Ice ha uno dei suoi 4 desk Innovazione (gli altri sono a Londra, Mumbai e Singapore) a supporto delle start up innovative italiane. Lì abbiamo capito che l’Italia è percepita non più solo come il Paese del classico made in Italy (tessile, abbigliamento, gioielli, calzature mobili) ma anche per questi altri settori particolarmente innovativi. E molto fanno le imprese giovani e le università.
 
Qual è la chiave per avere successo all’estero per le imprese di questo settore?
In primis una grande conoscenza tecnica, poi essere in grado di parlare le lingue, competenza che dovremmo dare per scontata in tutti i settori, avere export manager o comunque specialisti che conoscano le materie connesse all’internazionalizzazione e poi la capacità di appoggiarsi alle strutture come l’Ice che possono dare alle aziende l’opportunità di essere maggiormente presenti all’estero attraverso la nostra rete di 65 uffici nel mondo.
 

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