Il vero talento italiano che bisogna saper coltivare

Il vero talento italiano che bisogna saper coltivare
Come confermano secoli di emigrazione, la mobilità è una innegabile risorsa per l’economia di un Paese ma diventa dannosa se è a senso unico ovvero quando è emorragia di talento e competenza e non è corrisposta da un’analoga forza di attrazione capace di spingere tanto al rientro, quanto all’arrivo di risorse dall’estero. Il fenomeno si chiama “brain  exchange” ed è considerato un problema odierno dell’Italia.
 
L’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes sulle dinamiche dei flussi di ingresso e uscita dal Belpaese dei connazionali, ha evidenziato sì il valore positivo dell’espatrio ma ha anche chiesto una riflessione sull’appetibilità della Penisola. 
 
Più che limitarsi a parlare di cervelli in fuga, bisognerebbe riuscire a cogliere il quadro d’insieme per vedere la fragilità di un ecosistema che nel complesso non riesce ad essere attrattivo, pur avendo tutte le potenzialità per esserlo. 
 
A una lettura attenta e globale del fenomeno sociale in atto, si coglie un processo irrefrenabile: i flussi migratori che da un lato continuano a far partire giovani italiani  in cerca di prospettive occupazionali migliori, dall’altro registrano i continui sbarchi di migranti da Paesi in stato “precario”. Le due spinte stanno facendo saltare gli equilibri consolidati negli ultimi decenni. Poco alla volta cioè, l’Italia sta prendendo coscienza del fatto che deve far fronte sia al peso di una generazione in uscita che, dopo essersi formata in patria grazie a un sistema scolastico considerato fra i migliori del mondo, va ad alimentare con le sue migliori energie Paesi esteri, sia ad una generazione in entrata che non solo deve riuscire ad integrarsi ma giunge in Italia priva di alti livelli di scolarizzazione.
 
Il contraccolpo che si registra tra queste due spinte opposte racconta di un Paese in affanno che sta affrontando una situazione molto simile a quella che tanti emigrati italiani hanno vissuto, a parti inverse, nel dopoguerra quando cioè molti lasciarono l’Italia, soprattutto quella meridionale, ma senza avere laurea, dottorati e master nei curricula. Solo che allora si fuggiva da un Paese distrutto infrastrutturalmente ed economicamente ma con una grande energia potenziale e una ancor più grande voglia di rinascita, mentre oggi a mancare sembra soprattutto la speranza.
 
Sono cioè sempre di più i giovani che sognano di emigrare perché pensano, come il professore della Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana, che l’Italia sia un Paese “bello ma inutile”.
 
Anche oggi il 50% degli under 35 che volano via, continua a partire dal Meridione segno di un ritardo ancora profondo, ma il fatto che lo scorso anno abbiano fatto il biglietto aereo soprattutto lombardi e veneti deve far riflettere al di là di valutazioni consolidate. E probabilmente dovremmo anche non dimenticare che all’inizio del Novecento fu proprio dal Nord che partirono consistenti flussi di emigrazione. 
 
Lo dimostra ancora oggi la variegata composizione geografica delle comunità italiane della California, che ha accolto comunità da molte regioni italiane sia settentrionali che meridionali. 
 
E parliamo di California perchè, oltre ad avere la quinta comunità italiana d’America, dovrebbe essere considerata un modello visto che anche mezzo secolo dopo continua ad esercitare un grosso potere attrattivo per gli italiani grazie alla Silicon Valley, ma non solo.
 
Eppure anche l’Italia avrebbe tutte le potenzialità per essere una meta, cioè un luogo dove restare rispetto al brain drain e un luogo dove andare per quello che viene anche definito human capital flight.
 
Le potenzialità ci sono persino là dove non si vedono. 
 
Firenze ha ospitato gli Stati generali della Lingua Italiana che hanno raccontato di una inaspettata diffusione del nostro idioma. Inaspettata perchè l’italiano non è certo usato nel mercato degli scambi commerciali nè copre dimensioni continentali. 
 
Eppure resta la quarta lingua più studiata al mondo dopo inglese, francese e spagnolo, superando persino il cinese. Dai dati emerge come la nostra lingua sia anche un fattore di sviluppo economico. A sorpresa il mercato dell’editoria in lingua italiana all’estero, che sembrava legato a nicchie di mercato, al consumo interno delle comunità italiane e ai circoli accademici, sta vivendo un importante momento di crescita. 
 
Cosa significa? 
Che il vero talento nel nostro Paese deve diventare la capacità di credere nelle proprie potenzialità e metterle a frutto perchè le risorse ci sono anche là dove non si pensa. 

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