Con ‘Fuocoammare’ di Rosi la lotta per la vita dei migranti punta al miglior film straniero

Con ‘Fuocoammare’ di Rosi la lotta per la vita dei migranti punta al miglior film straniero

Il registra Gianfranco Rosi già vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino per il suo documentario Fuocoammare

Fuocoammare, il documentario sugli sbarchi a Lampedusa di Gianfranco Rosi, già vincitore dell’Orso d’oro a Berlino 2016, è il film italiano che tenterà l’ingresso nella cinquina delle opere che concorreranno per l’Oscar come Miglior film straniero. 
 
Pur elogiandolo, il regista Paolo Sorrentino non è d’accordo. Chi sarebbe dovuto andare? Quali erano le alternative? Perché invece è importante che Fuocoammare arrivi alla serata agli Academy e magari trionfi? 
 
Fuocoammare è un documentario ambientato sull’isola siciliana di Lampedusa, terra di sbarchi di persone in fuga dall’orrore delle guerre, dittature e/o povertà. Migliaia di persone strenate, indifese, annegate nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. È il dramma quotidiano di uomini, donne e bambini in arrivo sulle coste greche e italiane. Un viaggio talvolta della morte al termine del quale, ad attenderli, c’è spesso una vita grama, pregiudizi e indifferenza (istituzioni europee incluse). Un dramma raccontato nel documentario di Rosi, attraverso un cinema che fa riflettere, che può ispirare un cambiamento.
 
La sua nomination non ha convinto tutti, a cominciare da Paolo Sorrentino che lo ha bollato come “mero documentario”, cosa che senza dubbio è, e per questa ragione secondo il regista Premio Oscar de La grande bellezza, "sarebbe dovuto rimanere nella categoria specifica (di cui è in corsa per l'Academy) lasciando il posto a un altro film italiano, e invece così ha recato un danno al cinema nostrano".
 
Condivisibile o meno, se un'opera vale perché dovrebbe limitarsi a un'unica categoria se ha i mezzi per lasciare il segno? 
La dichiarazione del giurato Sorrentino poteva essere evitata, ma in questo l'Italia non è seconda a nessuno. Non di meno il regista partenopeo sembra avere la memoria piuttosto corta. Al Festival di Cannes 2004 con l'allora presidente di giuria Quentin Tarantino, Michael Moore conquistò la Palma d’oro con il film-documentario Fahrenheit 9/11. Non ho ricordi di futili e analoghe polemiche per la natura del lavoro del regista americano. 
 
Non sarà tuttavia facile arrivare alla Notte delle Stelle per Fuocoammare.
Per sapere se il film e il suo regista siederanno nel mitico Dolby Theatre di Los Angeles, bisognerà attendere il 24 gennaio quando verranno comunicati i titoli dei 5 film in gara. Oltre all'opera italiana, in lizza ci sono anche il cileno “Neruda” di Pablo Larrain, l'iraniano “The Salesman” di Asghar Farhadi, il russo “Paradise” di Andrei Konchalovsky, il film animato svizzero “Ma vie de courgette” di Claude Barras, il tedesco “Toni Ermann” di Maren Ade e lo spagnolo “Julieta” (2016, di Pedro Almodovar).
 
Fuocoammare è stato selezionato in una ristretta lista della quale facevano parte altre sei pellicole, a cominciare dai due preferiti del pubblico: “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese e “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti. Oltre a questi, rimandati anche “Suburra” di Stefano Sollima, “Pericle il Nero” di Stefano Mordini, “Indivisibili” di Edoardo De Angelis e “Gli ultimi saranno ultimi” di Massimiliano Bruno. 
 
Senza nulla togliere all’attualità del film di Genovese, lo spessore umano non è paragonabile all’opera di Rosi. Semplicemente è di un’altra categoria. Da una parte ci sono i 40enni alle prese con le proprie miserie esistenziali, figli troppo cresciuti di una tecnologia moderna dove emerge l’incapacità di vivere una vita umanamente sana coltivando e valorizzando relazioni oneste fatte di gioie, paure e soprattutto confronti. Dall’altra c’è un dramma costante nelle acque europee di cui si parla soprattutto con slogan buonisti-elettorali e un'esagerata ignoranza retorica.
 
Quanto agli altri candidati, aldilà dell'eccessivo chiasso e i troppi e immeritati David i Donatello ricevuti, il tanto decantato “Lo chiamavano Jeeg Robot” non è che l'ennesimo minestrone criminoso con furba strizzata d’occhio al trend del momento, i cinecomics americani. Non è da meno, anzi lo è decisamente, “Suburra”, dove il trend italiano di Gomorra ormai detta spietata e incontrastata legge portando alla saturazione del genere. Opere modeste che si salvano per alcune singole e interessanti prove attoriali, in particolare Ilenia Pastorelli (Jeeg) e Claudio Amendola (Suburra).
 
Del tutto diverso il caso de “Gli ultimi saranno ultimi” con l’ottima interpretazione di Paola Cortellesi. Magari scontato e dal finale un po’ troppo facilone, ma angosciante e incentrato sul dramma contemporaneo del precariato e delle gravidanze sempre più mal digerite nei posti di lavoro in barba ai diritti basilari e al cosiddetto progresso sociale. 
Sorrentino avrebbe preferito “Indivisibili” di Edoardo De Angelis. La sua è un’opinione e come tale va rispettata ma allo stesso tempo dovrebbe capire che certe tematiche sono più importanti dei propri gusti personali. 
 
Pensare che il messaggio e la cultura di “Fuocoammare” possano arrivare lontano grazie agli Oscar (cosa auspicata da Meryl Streep durante la consegna del premio a Berlino), contribuendo ad alimentare la speranza di costruire un mondo migliore, è qualcosa che tutti dovrebbero sostenere.
 

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