Il tesoro segreto del Seicento fiorentino si svela nella Cappella Palatina

Il tesoro segreto del Seicento fiorentino si svela nella Cappella Palatina

Jacopo Vignali, Il ritrovamento di Mosè (1645-46), Seminario arcivescovile di Firenze

Un tesoro 'segreto' ritrovato. Un nucleo di opere poco conosciute, dipinte da grandi artisti del Seicento fiorentino e accuratamente restaurate, sono restituite alla fruizione del pubblico e esposte nella mostra “Il rigore e la grazia La Compagnia di San Benedetto Bianco nel Seicento fiorentino” fino a maggio 2016 negli ambienti annessi alla Cappella Palatina di Palazzo Pitti a Firenze. 
Realizzata in epoca lorenese per volere di Pietro Leopoldo, la Cappella è ancora oggi aperta al culto, ma era visitabile fino ad ora solo in rare occasioni. La mostra costituisce una grande opportunità che vede unirsi il principio della tutela del patrimonio territoriale con quello della sua valorizzazione, grazie ai restauri e alle nuove sale espositive inserite nel circuito di visita del Museo degli Argenti.
 
Il tesoro esposto in mostra proviene quasi interamente dal patrimonio della compagnia di San Benedetto Bianco, che è stata una fra le più importanti e prestigiose aggregazioni laicali fiorentine. Fondata nel 1357 presso il monastero camaldolese di San Salvatore, ma trasferitasi presto (1383) nel convento domenicano di Santa Maria Novella, la Compagnia entrò sotto la stretta influenza spirituale dell'ordine dei Predicatori e trovò inizialmente sede nell’area dell’attuale Chiostro Grande e poi, in via definitiva, in alcuni locali appositamente edificati da Giorgio Vasari nel 1570 all’interno del Cimitero Vecchio. 
 
In questa sede rimase fino alla costituzione di Firenze Capitale, quando il Comune decise di allargare via degli Avelli con l'abbattimento del recinto cimiteriale di Santa Maria Novella e dei locali di San Benedetto Bianco. La Compagnia continuò tuttavia la sua attività prima in un nuovo oratorio di via degli Orti Oricellari e successivamente presso la parrocchia di Santa Lucia sul Prato, dove si estinse. 
Uno degli ultimi atti della Compagnia fu la cessione alla Curia arcivescovile di Firenze di tutto il patrimonio artistico che aveva accumulato nel corso dei secoli, tramite commissioni dirette o attraverso donazioni dei confratelli: la maggior parte delle opere d’arte fu depositata durante la Seconda Guerra Mondiale nel Seminario arcivescovile di Cestello e lì, ancora, si trova tutt’oggi.
 
Il desiderio di rendere sempre più sontuoso l’oratorio e la sede della confraternita aveva spinto molti confratelli a donare dipinti, oggetti sacri e paramenti; per di più, tra i membri della Compagnia, oltre a componenti della famiglia dei Medici, nonché teologi, filosofi, letterati e scienziati, vi furono numerosi artisti: Matteo Rosselli, Jacopo Vignali, Carlo Dolci, il Volterrano e Vincenzo Dandini, solo per citarne alcuni. 
 
Il centro della spiritualità della Compagnia, tanto per l’originaria derivazione benedettina quanto per l’influsso del Gori, era il sacrificio di Cristo, sommo modello di perfezione a cui ci si poteva avvicinare con un lento e faticoso processo di elevazione spirituale, svolto attraverso penitenze e lunghe visualizzazioni interiori. La meditazione frequente di quel mistero doveva sortire nei confratelli l’effetto di una vera e propria ‘immedesimazione’. Per questo motivo in San Benedetto Bianco erano presenti diverse immagini che ripercorrevano le tappe della Passione ed esortavano i confratelli alla mortificazione spirituale e corporale..
Il Cristo sul Calvario, gli strumenti della Passione e la Croce erano i soggetti più rappresentati. Nel ricetto d’ingresso, Vincenzo Dandini aveva dipinto una pala d’altare con l’Orazione di Gesù nell’orto, poi sostituita nel 1646 da un dipinto dello stesso autore raffigurante Cristo caduto sotto la croce. Il soggetto  della prima pala fu rivisitato poco dopo da Matteo Rosselli in un affresco situato nella testata di una loggetta che fiancheggiava il cortile interno della Compagnia, denominato ‘orto’, in una stretta analogia con l’Orto degli ulivi dove Cristo diede principio alla propria agonia. In una stanza situata dietro la chiesa principale e dove erano collocati i confessionali, venne posta nel 1653 la tela che qui è attribuita ad Agostino Melissi, raffigurante la Flagellazione di Cristo alla colonna, il cui soggetto va inteso in rapporto alla pratica della ‘disciplina’ – cioè l’autofustigazione – che i  confratelli praticavano in quell’ambiente (la corda sul primo piano del dipinto la richiama esplicitamente).
 
Oltre che con i dipinti presenti in Compagnia, il tema della Passione veniva divulgato mediante piccoli quadri o immagini a stampa – ad esempio l’Ecce Homo di Carlo Dolci o il Cristo piagato del Volterrano, artisti entrambi membri di San Benedetto Bianco – destinati a confratelli amici, per uso privato e domestico, come continui richiami visivi a rivolgere il pensiero al sacrificio amoroso del Cristo, e al suo patimento, atto di redenzione per l’umanità.
La donazione più importante ricevuta dalla Compagnia è la serie di otto tele a soggetto biblico che il confratello Gabriello Zuti si era fatto dipingere per la propria abitazione nella seconda metà degli anni Quaranta del XVII secolo, e che lasciò a San Benedetto Bianco alla propria morte nel 1680. 
Si tratta di un ciclo unico, con capolavori di alcuni fra i maggiori artisti del Seicento fiorentino: Giacobbe ed Esaù di Lorenzo Lippi, Giaele e Sisara di Vannini, Ritrovamento di Mosè di Jacopo Vignali, Geroboamo e il profeta Achia di Vincenzo Dandini, Ripudio di Aga di Giovanni Martinelli, Guarigione di Tobia di Mario Balassi, Susanna e i vecchioni di Agostino Melissi,  Lot e le figlie di Simone Pignoni.
Menzione meritano le due tavole di Cristofano Allori raffiguranti San Benedetto e San Giuliano: erano in origine unite a formare la grande pala che poteva essere alzata per l’ostensione delle reliquie collocate nell’enorme altare-reliquario della Compagnia.

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